
La patrimoniale rappresenta, da ormai diversi anni a questa parte, uno degli argomenti più divisivi nel dibattito politico italiano. La proposta di introdurre un piccolo prelievo fiscale sui grandi patrimoni – quelli che superano una determinata (altissima) soglia – viene puntualmente riportata al centro della discussione ogni qualvolta si attraversano momenti di recessione economica.
Le discussioni generate dall’opportunità di introdurre la patrimoniale sono solitamente abbastanza accese e si traducono in delle posizioni piuttosto frammentate soprattutto all’interno del centrosinistra, con la destra che invece resta generalmente contraria in maniera più compatta.
Eppure, il presupposto di fondo appare abbastanza ragionevole, dal momento che consiste nel chiedere ad una parte molto ridotta della popolazione di versare a favore dello Stato un contributo corrispondente ad una piccola percentuale dei loro grandi patrimoni (non i redditi, già tassati), e quindi di sottoporsi ad un sacrificio economico nemmeno troppo notevole, con il fine di riequilibrare la distribuzione della ricchezza, in linea con il principio di progressività che dovrebbe caratterizzare il nostro sistema fiscale. Peraltro, le risorse derivanti dalla patrimoniale potrebbero apportare maggiori benefici all’intera collettività ed essere utilizzate a sostegno di settori come sanità, scuola e ricerca.
Tuttavia, dette contrapposizioni persistono ed hanno, ad oggi, impedito alla misura della patrimoniale di vedere la luce. Ciò appare paradossale se si pensa che le persone effettivamente colpite da questa misura corrisponderebbero a circa il 5-10% della popolazione italiana, che si trova in condizioni obiettivamente molto agiate e di gran lunga migliori rispetto al resto dei residenti.
In Italia regna l’iniquità
Già, perché, stando ad un rapporto pubblicato da Oxfam Italia nel 2025, tre quinti della ricchezza nazionale e detenuta dal 10% più ricco delle famiglie. Questa fetta di popolazione detiene peraltro 8 volte il patrimonio della metà più povera delle famiglie italiane. In particolare, il 5% più ricco controlla da solo il 47,7% della ricchezza nazionale, un valore quasi superiore del 20% rispetto all’ammontare posseduto dal restante 90% della popolazione.
Dall’altro lato, l’ultimo rapporto Istat ha evidenziato come in Italia nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie versi in condizioni di povertà assoluta, per un totale di 5,7 milioni di individui, che corrispondono al 9,8% della popolazione. Insomma, fa strano pensare che in Italia non si sia mai riusciti in alcun modo a colpire quella piccolissima percentuale posizionata ai vertici della piramide della ricchezza, e che, anzi, in risposta ai periodi di crisi economica, tutti i governi, a prescindere dal colore politico, abbiano adottato sempre e solo misure che colpissero la maggioranza della popolazione, in particolare il già martoriato ceto medio.
Le (più o meno) inspiegabili divisioni a sinistra
A riprova di ciò, per qualche motivo, anche i governi di centrosinistra hanno storicamente fatto fatica a far passare il concetto di patrimoniale tra le loro fila, a causa delle numerose opposizioni interne. Opposizioni che, a dire il vero, riflettono delle contrapposizioni esistenti anche all’interno dell’elettorato di centrosinistra. Tant’è che l’argomento patrimoniale rappresenta tuttora un tabù all’interno del campo largo, con Elly Schlein che si dice a favore, indicando però una soluzione “almeno a livello europeo”, Conte che invita a parlare di tasse ma “in modo intelligente, a livello globale”, e Renzi e Calenda invece nettamente contrari.
Il vero motivo della mancanza di compattezza del centro-sinistra sull’argomento patrimoniale appare tuttora incerto. Una frammentazione che appare, anch’essa, paradossale, dal momento che l’area di centro-sinistra dovrebbe fondarsi su principi di giustizia ed equità sociale che vogliono che chi ha di più dovrebbe contribuire di più, specie in momenti di mancanza di crescita economica.
Pertanto, pur volendo riconoscere che tra i motivi della frammentazione ce ne sia uno di natura elettorale – il centrosinistra possiede indubbiamente un bacino di voti anche in quella fascia della popolazione, seppur molto ristretta – il motivo più valido sembra corrispondere ad un forte timore, o quanto meno una mancanza di coraggio della sinistra, ad inimicarsi determinati ceti sociali di alto rango, oltre al ceto medio, che tende a vedere la misura come uno spauracchio e come un possibile inizio di una escalation di ulteriori tasse nei loro confronti.
Il risultato è che oggi, a parte le varie imposte che colpiscono i singoli beni tangibili – come casa ed auto – che, ad ogni modo, riguardano la maggior parte della popolazione, e che comunque non colpiscono le cosiddette ricchezze “nascoste”, come le quote azionarie parcheggiate nelle società holding, l’Italia risulta ancora sprovvista di una tassa sui grandi patrimoni. E questo nonostante sia ormai uno dei paesi dove la ricchezza continua a concentrarsi – in poche mani – in maniera incontrollata, grazie, paradossalmente, a misure che negli anni hanno consentito a diversi miliardari di fissare la loro residenza nel Bel Paese con la promessa che non li si sarebbe tassati o che li si sarebbe tassati poco.
Le misure pro-paperoni
È il caso della cosiddetta flat tax che oggi consente a coloro che stabiliscano la loro residenza in Italia la possibilità di pagare per i successivi 15 anni una tassa forfettaria annuale di 300.000 euro, a prescindere dal loro reddito prodotto all’estero.
L’ennesimo paradosso è che, sebbene la ratio di questi vantaggi fiscali sia quella di attrarre ricchezza, essi non hanno purtroppo prodotto alcun tipo di ritorno economico tracciabile. Il governo non ha infatti previsto alcuno strumento per misurare l’efficacia della tassa in relazione alla stimolazione degli investimenti e la crescita economica.
In altre parole, a crescere è piuttosto la sensazione che l’Italia stia diventando un «Paradiso Fiscale» per i milionari di tutto il mondo, che infatti la preferiscono ormai a Dubai.
L’unico dato ufficiale è infatti che la flat tax ha attratto in Italia 3600 stranieri nel 2025, soprattutto imprenditori e manager a fine carriera. Peraltro, più che stimolare l’economia, la flat tax ha avuto l’effetto di gonfiare i prezzi per coloro che in Italia già ci vivevano e che quindi oggi si trovano a fare i conti con affitti esorbitanti e un costo della vita semplicemente insostenibile. Il caso di Milano appare eclatante: la città pullula di stranieri miliardari ed il prezzo medio al metro quadro per gli appartamenti è salito del 57% tra il 2021 e il 2024.
Insomma, il paradosso del paradosso è che, in un momento difficile come quello attuale, l’Italia stia di fatto avvantaggiando i paperoni e, al contempo, svantaggiando ancora una volta il ceto medio, con la forbice tra ricchi e poveri che ormai sembra continuare ad allargarsi a dismisura.
La situazione negli Stati Uniti
Se si vuole andare oltre, il non plus ultra del paradosso è che in un Paese espressione pura del capitalismo, come gli Stati Uniti, la questione legata alla tassazione dei ricchi sia al centro del dibattito ormai da diversi mesi e stia raccogliendo sempre più consensi, grazie al movimento Tax The Rich, esploso per merito dei suoi vari sostenitori, tra cui Bernie Sanders.
Uno dei primi risultati del movimento è che il prossimo novembre in California, uno degli Stati dove si concentra la maggior parte della ricchezza americana, si terrà un referendum sull’introduzione di una tassa una sui grandi patrimoni, 5% sui patrimoni netti personali superiori a 1 miliardo di dollari.
La proposta di tassa si caratterizza per essere un prelievo una tantum che verrebbe applicata una volta sola, e non una tassa progressiva annuale. La tassa è stata proposta in risposta ai buchi creati dai tagli di Trump al sistema sanitario.
La proposta sta facendo però fatica a penetrare per via dell’opposizione anche di alcuni esponenti del partito democratico, che la identificano come una minaccia per il loro grosso bacino di voti nel contesto del sistema dei grandi elettori.
Restando negli Stati Uniti, non va dimenticato come Mamdani abbia di fatto mantenuto la promessa fatta durante la sua campagna elettorale e sia riuscito a far introdurre alla Governatrice dello Stato di New York una tassa sulle seconde case dal valore di oltre 5 milioni di dollari. Mamdani l’ha ribattezzata tassa sui “pied-à-terre”, dal momento che colpisce le persone che hanno comprato quelle case come investimento o solo per trascorrerci alcune settimane all’anno, senza viverci stabilmente.
Insomma, persino gli Stati Uniti sembrano aver colto il paradosso derivante dalla mancanza di una tassa sulle grandi ricchezze. Pertanto, un cambio di direzione nel nostro paese si impone, ma questo cambio non può attendere una posizione collettiva a livello europeo o globale. Anzi, deve essere il contrario.
L’Italia può e deve già muoversi per conto proprio, seguendo l’esempio di altri Stati come Spagna, Norvegia, Svizzera e Francia, che negli anni hanno introdotto misure che tendono a chiedere un piccolo contributo solidale alle persone più ricche.
Una misura del genere in un momento del genere potrebbe fare da apripista ad una riflessione collettiva a livello europeo o globale e potrebbe servire a far passare il messaggio che, definendo basi imponibile nette, che escludano risparmi già tassati, la patrimoniale, oltre ad essere coerente con principi di giustizia ed equità sociale e solidarietà, può rappresentare anche una via sostenibile verso esigenze di redistribuzione della ricchezza e tracciabilità dei capitali, senza che questo porti al rischio di doppia imposizione.
Qualcosa sembra muoversi
Per il momento, l’unica iniziativa in questo senso è una proposta di legge di iniziativa popolare depositata il 7 maggio presso la Corte di Cassazione.
La proposta prevede un’imposta patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni superiori ai 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) con aliquote comprese tra l’1% e il 3,5%, che dovrebbe assicurare un gettito dai 26 ai 60 miliardi. Tale gettito sarebbe vincolato al finanziamento di sanità pubblica, istruzione, politiche abitative, tutela ambientale, sicurezza sul lavoro, disabilità e sostegno al reddito, oltre a una quota destinata alla diminuzione dell’Irpef. La misura riguarderebbe solo l’1% dei 500mila italiani più ricchi, da cui il nome del comitato che ha presentato la proposta, 1% equo.
In assenza di altro, è già qualcosa. Resta ora da capire se la proposta raggiungerà le 50.000 firme necessarie per poter essere discussa in Parlamento: la raccolta firme sarà aperta dal 15 maggio al 15 novembre tramite banchetti e piattaforme digitali. Se il campo largo, principale ed unica alternativa alla destra Meloniana, sarà capace di trovare unità su questo punto, senza aver paura di perdere i consensi di una piccola parte dell’elettorato e senza dimenticare che il voto di un milionario vale quanto quello di un operaio.
Amedeo Polichetti















































