Tra le memorie di Bassani:Il giardino dei Finzi-Contini

Memorie di occhiate confidenziali, di delusioni ginnasiali, di assolati pomeriggi trascorsi a maneggiare racchette, a svelarsi lungo viali alberati interminabili. Tasselli di un passato che d’un tratto affiorano per farsi storia, per infondere vita alle parole, quelle di un romanzo di amori ed esclusioni: Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.

Uscito per Einaudi nel 1962 e aggiudicatosi il premio Viareggio lo stesso anno, Il giardino dei Finzi-Contini costituisce uno dei testi più noti e belli del secondo Novecento: personaggi autentici, che paiono esser stati rubati alla realtà, si muovono nella tipica Ferrara bassaniana, una città che cerca invano di combattere
con le sue maniere eleganti e desuete gli orrori del fascismo e della guerra che sta per scoppiare; uno spazio eterno e immutabile, le cui mura, case e strade – minuziosamente presentate
– inseguono e dettano i moti d’animo di coloro che le abitano e le attraversano.

Tra le memorie di Bassani:Il giardino dei Finzi-Contini

Puntuale, così come la descrizione urbanistica, è la genesi del testo, almeno nella finzione letteraria:

«Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – , e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957

Una domenica di vento, di sabbia negli occhi, di spensieratezza che diventa malinconia. La necropoli etrusca di Cerveteri, presso cui il protagonista si è diretto in compagnia di amici, riaccende proustianamente i ricordi e, insieme, la brama di raccontare.

Alla vista degli antichi sepolcri si fa nitido il perimetro del cimitero ebraico ferrarese, la terra su cui si erge l’imponente tomba dei Finzi-Contini, dimora di un unico membro di quell’intera famiglia che l’io narrante aveva amato nella sua giovinezza, in un’era ormai lontana che però ritorna con tutti i suoi connotati morali e sentimentali, oltre che spazio-temporali.

Ci si ritrova così nel 1938, anno in cui le leggi razziali innalzano barriere invalicabili tra coloro che vivono sullo stesso suolo: da una parte vi sono gli ariani, coloro che appartengono alla “grande razza”, dall’altro gli ebrei, la minoranza, nella quale rientrano pure i Finzi-Contini, alto borghesi che entro le mura della propria villa istituiscono un universo parallelo di bellezza e armonia, volutamente ignaro della turpitudine circostante. Centro di tale universo è un giardino, vagamente somigliante a quello decameroniano, in cui, tuttavia, non si trascorre il tempo raccontando novelle, bensì giocando a tennis. Micòl e Alberto, i giovani della famiglia, aprono difatti le porte solitamente chiuse della propria magna domus per organizzare veri e propri tornei, ai quali prende parte anche l’io narrante, che condivide con i padroni di casa “la sfortuna” di essere ebreo. Sfortuna che si tramuta ben presto nella preziosa possibilità di abbandonarsi a lunghe chiacchierate nel verde con la stessa Micòl, ragazza dal temperamento forte e vivace.

Si assiste, pagina dopo pagina, al fiorire di una stagione serena, un autunno che sembra quasi primavera e che accompagna l’innamoramento del protagonista, fatalmente attratto dall’intelligenza della sua compagna di escursioni.

Se Il giardino dei Finzi-Contini protegge dal male razzista che imperversa fuori, non assicura però un riparo contro le delusioni: anche nel più bello dei loci amoeni si impara a cadere, a crescere.

L’io narrante incapperà di fatto nel duro rifiuto di Micòl, la quale lasciatasi amare, non riesce in alcun modo a ricambiare, a oltrepassare la soglia dell’amicizia:

«Io… io le stavo “di fianco”, capivo?, non già “di fronte”, mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi. […] E noi? Stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d’acqua […], avremmo mai potuto sopraffarci l’un l’altro, noi, desiderare davvero di “sbranarci”?»

La ragazza – personaggio eclettico, in grado di guadagnarsi fin dalle prime apparizioni pure l’amore del lettore – è convinta che tra lei e chi racconta non possa esserci quella lotta di corpi, cuori, idee che invece spontaneamente mette l’uno di fronte l’altra i veri innamorati: loro due sono fin troppo simili, troppo sinceri, accomunati dal vizio
«di andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro», di preferire il passato, l’eternità di un presente che l’istante successivo si fa ricordo, piuttosto che l’incertezza del futuro. Quasi come se fossero consapevoli della triste sorte che li attende: prima il distacco e poi la rottura irreparabile di ogni rapporto per mezzo della deportazione dei Finzi-Contini. Deportazione che sigillerà tragicamente la versione cinematografica del romanzo diretta da Vittorio De Sica e vincitrice nel 1971 del Premio Oscar come miglior film straniero.

Alla stesura di alcuni dialoghi della pellicola lavorerà lo stesso Bassani per poi far revocare il suo nome dai titoli di coda perché sentitosi “tradito”: alcuni cambiamenti nella sceneggiatura, effettuati senza alcuna approvazione da parte dello scrittore, avrebbero reso Il giardino dei Finzi-Contini di De Sica una creatura estremamente diversa, autonoma dalla sua madre letteraria.

Sarebbe stato impossibile, del resto, riprodurre alla perfezione l’eleganza, l’aria malinconica, il procedere sintetico e parimenti pomposo della scrittura bassaniana e, soprattutto, quel respiro poetico che fa de Il giardino dei Finzi-Contini un classico senza tempo. Un inarrivabile capolavoro.

Anna Gilda Scafaro

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