Il Ventre di Napoli: la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco

Riti funerari particolari, strane usanze mistiche e stravaganti superstizioni: da sempre Napoli intrattiene un rapporto peculiare con la morte. Un rapporto in cui sacro e profano si scontrano e si confondono continuamente, in cui il confine tra macabro e solenne è continuamente ridefinito e messo in discussione.

Nella parte antica della città, in via Dei Tribunali, ossia il Decumano Maggiore, arteria viaria urbanisticamente fondamentale che costituisce quel che resta del vecchio impianto greco, c’è una chiesa. Una chiesa che racchiude in sé un po’ del senso di quanto appena detto; dallo stile barocco, sontuosa e mistica, ma non è la bellezza artistica e architettonica a rendere così celebre la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco.

La chiesa, che dal popolo partenopeo viene grossolanamente definita come la chiesa “e cap e mort”, è uno dei luoghi simbolo della Napoli esoterica e mistica; per ricostruirne la storia dobbiamo risalire al XVII secolo.

Era il terribile secolo della peste: un gruppo di nobili napoletani decise nel 1605 di dar vita ad una congregazione laica che tra le finalità fondamentali ne aveva una, quella di “curare le anime del Purgatorio”. Una decina di anni dopo nacque la chiesa: fu eretta su progetto di Giovanni Cola di Franco e di Giovan Giacomo di Conforto e fin dal principio fu concepita su due livelli e questo rimandava idealmente ad un concetto: la chiesa superiore rappresentava la dimensione terrena, l’ipogeo era la concreta raffigurazione del Purgatorio.

La chiesa superiore, emblema dunque della “materialità”, appare piccola e sontuosa, caratterizzata da un impianto tipico del tempo ed è di fatto un capolavoro del barocco napoletano. Nella cultura seicentesca l’arte va ad occupare un posto di primaria importanza: è un’epoca in cui questa deve mostrarsi con sfarzo. Nella chiesa la sontuosità dell’arte barocca e i simboli mortuari trovano il perfetto equilibrio: di fatto racchiude in sé il senso del Seicento stesso. Le stesse decorazioni artistiche avevano un ben definito motivo: quello di ricordare ai fedeli di fare una preghiera in suffragio per le anime che dovevano liberarsi dal Purgatorio e ascendere al Paradiso.

Al di sotto della chiesa, speculare a quella superiore, c’è l’Ipogeo, a cui si arriva tramite una botola. Spoglia, buia e priva di decorazioni: metaforicamente rappresenta la suggestiva discesa nel Purgatorio e, dunque, un luogo di passaggio prima della gloria divina. Molteplici teche contengono resti umani risalenti all’epoca della peste.

chiesa purgatorio napoli

Inquadrare il contesto storico in cui nacque la chiesa risulta di fondamentale importanza: di fatto in Campania il culto stesso del Purgatorio potremo dire che si diffuse parallelamente alla nascita della chiesa stessa. Attraverso i suffragi si stabiliva idealmente un legame unico tra vivi e trapassati. Più o meno nello stesso periodo si va a costituire anche il Cimitero delle Fontanelle che per tradizione e riti risulta similare alla chiesa.

In entrambi era diffusissimo il cosiddetto culto delle anime “pezzentelle” (dal latino “petere” : chiedere). La procedura era semplice e consisteva nell’adottare un teschio, ripulirlo e tramite preghiere, messe e offerte agevolarne il passaggio dal Purgatorio al Paradiso. Compito dei vivi era, dunque, favorire l’ascesa e nel momento in cui l’anima si fosse salvata, avrebbe “esaudito” le loro preghiere. Ovviamente parliamo di richieste piccole, di vita quotidiana che, tuttavia, permettevano di stabilire un legame unico e diretto tra l’anima defunta e coloro rimasti sulla terra, un rapporto ai limiti del pagano e del superstizioso.

Inizialmente promosso e voluto dalla stessa chiesa, perché consentiva di raccogliere offerte, questo culto verrà in seguito vietato dalle autorità ecclesiastiche e bollato come pagano. La chiusura dell’ipogeo causò delle vere e proprie “rivoluzioni”, con i fedeli affezionati ai teschi che cercavano di forzare l’entrata. Di fatto il culto continuò fino a che nel 1980 il terremoto rese inagibile l’ipogeo e questo fermò la pratica. Dal periodo di decadimento post terremoto non fu immune la chiesa: numerosi furti si verificarono alle tombe, pregne di oro e gioielli.

Per la riapertura al pubblico della chiesa e dell’ipogeo si dovrà aspettare il 1992, quando tali luoghi diverranno nuovamente visitabili.

Tra le tante anime custodite nell’ipogeo, un culto particolare è riservato ad un defunto, il più venerato della cripta, a cui si è attribuito il nome di Lucia. Il cranio è dotato di una corona e velo da sposa, adagiato su un cuscino e con il suo nome scritto in grande sulla parete retrostante. Varie sono le leggende che ruotano intorno a questa donna. Si racconta che morì in un naufragio insieme al suo sposo. Secondo altre versione si trattava di Lucia D’Amore, figlia unica del principe Ruffano Domenico D’Amore, che fu data in sposa al marchese Giacomo Santomago. Lucia non voleva sposarlo e si suicidò. Secondo un’altra versione morì di dolore. Per un’altra ancora, Lucia era innamorata del marchese, ma durante il viaggio di nozze morì annegata. La costante è che la giovane non consumò il matrimonio;  il padre, devoto alla chiesa, la seppellì lì e da allora si è creata una particolare devozione per lei, soprattutto da parte delle donne che le chiedono la guarigione da una malattia, o la liberazione dalle pene d’amore.

La commistione profonda tra vita e morte è un ingrediente saliente e tipico della cultura napoletana. Una cultura fatta di storie e strane usanze, di mistici rituali e singolari simboli. Ricavare il senso di alcuni suoi “vezzi” non è possibile. Perché Napoli è così. Non va capita. Va vissuta.

Vanessa Vaia

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