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Già dal momento dell’attacco di Erdogan su Afrin dello scorso 20 gennaio si era capito che qualcosa stava cambiando nella guerra in Siria. Una guerra che, in realtà, non ha mai avuto tregua, neanche dopo i colloqui di Astana, e che adesso rischia di diventare luogo di scontro diretto fra grandi potenze, soprattutto a causa del comportamento della Turchia.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia delle unità militari mandate da Assad nel nord della Siria in aiuto dei curdi per difendere il confine dagli attacchi della Turchia che da un mese stanno colpendo il cantone di Afrin. Sconvolge, però, sapere la reazione di Erdogan, che non solo da un mese sta bombardando i legittimi abitanti della Siria, ma decide di attaccare anche le forze sciite mandate da Assad.

Stupisce ipocritamente, eppure lo fa: se l’attacco di Erdogan ai curdi è stato considerato quasi nella norma e rientra in una lunga battaglia anti-curda, quello alle forze mandate da Assad allarma le grandi potenze e potrebbe essere il preludio per un nuovo scenario di guerra. Le regole fino ad ora adottate sono state sconvolte ed Erdogan è pronto a fare di tutto “negli interessi della Turchia”.

Ma come si muoveranno le grandi potenze in Siria dopo l’intervento di Assad e l’attacco di Erdogan?

La mossa di Assad non è disinteressata: più che di un appoggio ai curdi, si tratta di una manovra per fermare l’avanzata della Turchia e ristabilire i confini della Siria. Un tentativo, quindi, di mantenere la fragile integrità territoriale dello Stato ed evitare che Erdogan acquisti troppo potere.

Prima di questi avvenimenti, infatti, si sarebbe potuto ipotizzare un accordo in chiave anti-curda fra Turchia e Siria, ma l’aggressività di Erdogan “sconfina” – in senso metaforico e letterale – portando a nuove decisioni da parte di Assad.

Da parte sua, Assad è sostenuto da Russia e Iran, che però sono anche alleati della Turchia di Erdogan e giocano dalla stessa parte nella guerra in Siria. Russia e Iran non sono interessate ad inimicarsi Erdogan sostenendo Assad né tantomeno all’inizio di uno scontro diretto fra forze turche e forze siriane. È per questo che è nel loro interesse frenare Erdogan, trovando un qualche tipo di accordo.

Se non dovessero trovarlo, infatti, sarebbe l’inizio di una vera e propria guerra diretta fra le potenze nel territorio siriano, che costringerebbe necessariamente a costruire nuovi fronti, nuove alleanze. E soprattutto, nuovi schieramenti: da che parte starebbe, allora, la Russia di Putin che ha sempre combattuto i ribelli siriani, ha appoggiato Assad e ha stretto un’alleanza con Erdogan?

Se, invece, ci sarà una tregua, essa dovrà passare a costo di un sacrificio: che sia l’indietreggiare di Erdogan, la rinuncia di Assad o l’annullamento definitivo dell’esperienza del Rojava. Che, però, sembra l’ultima opzione possibile in questo momento.

Decisivo sarà il vertice che si terrà ad aprile ad Istanbul fra Iran, Turchia e Russia.

La resistenza dei curdi e la mossa di Assad

I curdi sono i primi diretti interessati all’interno di questa nuova situazione. Nonostante la stampa abbia parlato di “accordo” con Assad, un accordo fra le due parti non c’è mai stato. Come ha dichiarato Nouri Mahmoud, portavoce dello YPG: «Le nostre forze non hanno raggiunto nessun accordo. Noi abbiamo chiesto solamente all’esercito siriano di difendere i confini dagli attacchi della Turchia». Questo significa che i curdi e il Rojava mantengono fisso l’obiettivo del confederalismo democratico e non intendono scendere a patti che implichino rinunce al loro progetto.

Inoltre, la scelta di Assad, che per anni ha massacrato i curdi siriani, qualcosa vorrà pur dire: seppur non vi sia stato alcun accordo politico, la sua è stata una scelta di campo – di convenienza – ma che va ad intaccare una grande potenza come quella di Erdogan intimandogli di fermarsi.

Visto da un’altra ottica, questo non è altro che il risultato della resistenza del popolo curdo ad Afrin. «Quello che possiamo dire è che la resistenza del popolo di #Afrin #YPG #YPJ #SDF ha spaccato i piani delle potenze imperialiste, obbligandole a ricomporli diversamente» scrive su Twitter Jacopo Bindi, attivista e reporter ad Afrin, «Sui fatti di oggi questa è la prospettiva per i rivoluzionari».

Elisabetta Elia