Giorgia Meloni e un consenso da capitalizzare per non finire come Salvini centrodestra
Fonte immagine: Davide Pischettola/NurPhoto via Getty Images

Le ultime amministrative se da un lato hanno sottolineato il declino quasi inarrestabile della buona stella di Matteo Salvini e di una Lega a trazione nazionale, dall’altro hanno confermato la necessità per Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia di capitalizzare l’enorme consenso accumulato il prima possibile, magari in un’elezione anticipata. Gli ultimi mesi, per il centrodestra, sono stati davvero difficili: le inchieste su Luca Morisi e sull’eversione milanese hanno fortemente indebolito l’immagine dei due partiti nei confronti dell’opinione pubblica. A ciò si aggiungono alcune pessime scelte nelle candidature, le quali hanno inciso fortemente sul risultato finale.

In particolare, pesano sul groppone del centrodestra le divisioni interne e la cronica incapacità di candidare buoni amministratori per le città. Da Enrico Michetti a Luca Bernardo, si tratta perlopiù di sconosciuti con nessuna esperienza amministrativa e non in grado di trasmettere la propria idea di città e soprattutto un programma credibile. Si tratta di una falla importante per una coalizione che, stando ai sondaggi, in un’eventuale elezione potrebbe seriamente aspirare a governare il Paese e che, nel caso in cui ciò davvero accadesse, si ritroverebbe senza una classe dirigente adeguata da piazzare nelle strutture ministeriali.

Tutte queste incongruenze minano la credibilità dei partiti di centrodestra che continuano a godere, comunque, di un elevato consenso popolare, il quale per tradizione storica è fortemente volubile. L’esempio più eclatante è quello di Matteo Salvini, che nel 2019 riuscì a strappare alle Elezioni Europee un incredibile 34,3% e che alla vigilia della crisi di governo del Conte I era arrivato a sfiorare addirittura il 40%. Un anno dopo è cambiato tutto.

Il timore che possa accadere la stessa cosa a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni è più che una semplice suggestione. Dal 2018, anno delle Elezioni Politiche, il suo partito è cresciuto lentamente fino all’exploit del 2020 ai danni della stessa Lega. Si tratta, però, di un consenso che non è stato ancora possibile verificare se non alle amministrative che, a dire il vero, non hanno premiato come ci si aspettava la pasionaria romana.

Inoltre, dopo un periodo di relativa stabilità nelle rilevazioni, per la prima volta dopo diversi mesi il partito di Meloni è dato in discesa. Probabilmente il calo è fisiologico ma la preoccupazione resta comunque, anche alla luce di un consenso straordinario che, come accaduto per il sodale Salvini, può sparire da un momento all’altro.

L’ascesa del consenso di Giorgia Meloni

La cavalcata di Fratelli d’Italia verso la vetta è cominciata nel silenzio più totale ed è rimasta costante fino alla metà del 2020. Alle Europee del 2019, quando la Lega raggiunse il suo massimo storico in una tornata elettorale di ampia portata, Fratelli d’Italia riuscì a strappare un ottimo 6,4% migliorando il risultato del 2014.

Rispetto al consenso di Salvini, quello della leader romana pone le sue basi all’interno di un profondo lavoro di tessitura politico, sociale e comunicativo e che raccoglie un’eredità già esistente, quella di AN-MSI. Ciò, secondo gli esperti, dovrebbe garantire a Giorgia Meloni uno zoccolo duro di votanti più ampio e meno suscettibile di allontanarsi dal partito nel corso del tempo.

Con la pandemia e il declino della figura di Matteo Salvini, fiaccato dalla sconfitta in Emilia-Romagna, dalla cattiva gestione della enorme visibilità mediatica guadagnata nel corso dell’ultimo anno e dall’esaurirsi della portata politica degli argomenti contro la prevenzione e il contrasto alla Covid-19, la stella di Giorgia Meloni ha cominciato a brillare, prendendosi, passo dopo passo, la fetta sempre crescente dei delusi leghisti.

La comunicazione adottata dalla leader di Fratelli d’Italia durante la pandemia non è stata molto diversa da quella del capitano leghista (a parte un’iniziale volontà di collaborare con il governo) ma è stata sicuramente più coerente, dosata nei momenti giusti e meno plateale. Non mancano salti nel vuoto come quello sul MES ma l’opinione pubblica ha preferito concentrarsi sui passi falsi del leader della Lega piuttosto che su quelli di Giorgia Meloni.

Il primo segnale di un imminente sorpasso nei gradimenti elettorali è arrivato con le regionali del 2020. In tutte le 8 regioni a statuto ordinario in cui si è votato, Fratelli d’Italia è cresciuto sia in termini assoluti che percentuali rispetto alle tornate di cinque anni prima e rispetto alle Europee del 2019. In Emilia Romagna e in Calabria, FdI ha ottenuto rispettivamente l’8,6% e il 10,9%, in Puglia è riuscita a imporre un suo candidato (poi sconfitto) alzando la voce contro i propri partner politici e ottenendo un buon risultato. Anche in Campania è andata meglio rispetto ai precedenti: FdI ha superato la Lega e ha preso il posto di Forza Italia come referente politico del centrodestra. Nelle Marche, invece, FdI ha vinto le elezioni regionali con un proprio candidato, Francesco Acquaroli.

La consacrazione del consenso del partito, però, arriva con la caduta del governo Conte II e soprattutto con la nascita di un nuovo esecutivo guidato dall’ex governatore della BCE Mario Draghi. A determinare il successo di Fratelli d’Italia, infatti, è stata la decisione di non entrare nel nuovo governo assieme agli alleati di centrodestra, preferendo restare all’opposizione.

Restando fuori, Meloni ha avuto l’abilità di intercettare i delusi di centrodestra, contrari alla partecipazione al governo e una grossa fetta di elettori spiazzati dal voltafaccia di Salvini sul tema delle vaccinazioni e del Green Pass. A questi si aggiungono una cospicua flotta di indecisi che, orfani di una “coerenza identitaria” di centrodestra, vagano alla ricerca di una sistemazione permanente. Per ora, alcuni sembrerebbero aver trovato “casa” in Fratelli d’Italia. Si tratta di bacino di voti molto eterogeneo, come è possibile notare, il quale spazia dalla destra radicale ai moderati delusi.

Proprio l’elettorato composito di Giorgia Meloni potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Gli indecisi potrebbero migrare nel caso in cui trovassero una migliore sistemazione, mentre i moderati, insofferenti alle derive estremiste esemplificate dall’appoggio alle manifestazioni dei No Green Pass, No Vax e alle infiltrazioni neofasciste in FdI, potrebbero decidere di astenersi (come è effettivamente accaduto alle ultime amministrative).

Il primo stop e la necessità di capitalizzare

Il primo segnale di cedimento è arrivato negli ultimi due mesi. La crescita costante e sostenuta del consenso del partito di Giorgia Meloni sembrerebbe essersi interrotta. Alcuni politologi ritengono che il fatto sia fisiologico, dato che non si può crescere per sempre. Altri, invece, ritengono che il bacino di elettorato da cui Fratelli d’Italia possa attingere si sia esaurito.

Alle ultime amministrative, FdI registra dei buoni risultati ma non sfonda. Ci si attendeva un testa a testa a Roma, tra il candidato voluto da Giorgia Meloni, l’avvocato Enrico Michetti, e l’ex Ministro Roberto Gualtieri. Ciò non è avvenuto. Il centrodestra ha vinto soltanto in uno dei 15 municipi della capitale (Tor Bella Monaca), lasciando gli altri ai risultati bulgari del Partito Democratico. Qualcosa non ha funzionato e questo spinge Giorgia Meloni a correre ai ripari.

In questo senso sorgono, però, due problemi. Il primo è relativo all’astensione, la quale ha severamente punito il centrodestra (soprattutto la Lega) e che potrebbe pregiudicare notevolmente il risultato finale. L’altro problema, invece, riguarda le crepe interne alla stessa coalizione. La sconfitta ha aperto una ferita preoccupante, pericolosa per la compattezza e la tenuta di un polo che ha fatto dell’unità la sua caratteristica dirimente. Il momento dell’autocritica è stato sostituito da quello dello scarico delle responsabilità: alcuni esponenti della Lega, come Attilio Fontana, attaccano gli alleati chiedendo un “chiarimento” sul futuro della coalizione, Giorgia Meloni, invece non si nasconde e parla di divisioni programmatiche.

Un altro dilemma da non sottovalutare è la necessità per Fratelli d’Italia di confrontarsi con gli alleati in una grande tornata elettorale. Posto che le amministrative possono soltanto fornire un segnale (che non è arrivato), nel 2019 Matteo Salvini poté affermarsi grazie alle Elezioni Europee (ma dopo ottimi risultati in Abruzzo, Basilicata e Sardegna). Al contrario, la leader romana non ha di fronte alcuna tornata di un certo spessore: dovrà attendere il 2023 o sperare nelle elezioni anticipate. Si tratta di un arco temporale troppo ampio per sperare di conservare intatto il consenso senza che questo possa subire un ridimensionamento conseguente ai cambiamenti intervenuti nel frattempo nella società e che influiscono sui votanti e sui programmi.

Questo è il caso dell’argomento “immigrazione” che nel 2018 portò Salvini al Viminale e che nel 2020 è finito in secondo piano a causa della pandemia. D’altro canto, gli indecisi di destra e i moderati potrebbero non gradire la terza crisi di governo in tre anni.

D’altro canto, l’esempio di Salvini parla chiaro: il consenso conquistato ha bisogno di essere capitalizzato in fretta nel momento in cui questo raggiunge il massimo disponibile. Nell’agosto 2019 Salvini lo aveva intuito ma sbagliò completamente il momento e non previde la capacità di M5S e PD di mettersi d’accordo. Giorgia Meloni non dovrà fare lo stesso errore ma al contempo dovrà trovare un modo per affermare comunque la sua forza dentro (e fuori) la coalizione e potrà farlo soltanto capitalizzando il suo consenso.

Donatello D’Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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