
Giorgia Meloni è oggi, indiscutibilmente, la figura dominante del panorama politico italiano. La sua leadership appare consolidata, il suo partito mantiene un primato costante nei sondaggi, e il suo stile comunicativo ha segnato una discontinuità profonda rispetto ai governi precedenti. Eppure, se la politica insegna qualcosa, è che il consenso è un capitale instabile: si accumula rapidamente, ma può sgretolarsi con eguale velocità. Lo sa bene Matteo Salvini, che nel 2019 dominava la scena, e oggi si muove in una periferia sempre più ristretta del potere esecutivo.
Il rischio, per Meloni, non è di perdere consensi nel breve, ma di non riuscire a trasformare quel consenso in egemonia. In altre parole: la Premier deve decidere se vuole essere leader di un ciclo oppure meteora di una stagione. E la distanza che la separa da Salvini non è solo nei numeri, ma nella gestione strategica del potere. Capire dove Meloni sta capitalizzando — e dove invece si sta esponendo — è essenziale per comprendere se questa leadership durerà.
Meloni: il potere è gestione, non solo narrazione
A differenza di Salvini, Meloni non ha mai costruito il proprio consenso su una narrazione puramente oppositiva. Il leader della Lega ha fatto del conflitto permanente — con l’Europa, con i migranti, con il “politicamente corretto” — la cifra del suo storytelling. Funziona fino a quando non governi. Dal momento in cui sei chiamato a decidere, quel tipo di comunicazione diventa tossica: ogni nemico simbolico che hai evocato finisce per ricordare quanto sei inefficace nell’affrontarlo. Salvini si è consumato dentro questa trappola retorica.
Meloni, invece, ha fatto un’operazione più sottile: ha costruito un’identità forte in opposizione, ma ha poi iniziato — già prima del voto — una strategia di transizione semantica. Ha spostato il focus da “contro” a “per”: per l’Italia, per la stabilità, per il buonsenso. Questo cambio di codice le ha consentito di entrare a Palazzo Chigi non come un’outsider, ma come una figura che rivendica il potere come responsabilità.
Sul piano comunicativo, la trasformazione è stata progressiva ma radicale. Dal linguaggio bellico delle campagne elettorali al tono pedagogico di “Gli appunti di Giorgia”, la Premier ha messo in campo una strategia di addomesticamento dell’immaginario. La forza — quella che parla alla pancia — non è stata abbandonata, ma canalizzata dentro un dispositivo che simula prossimità mentre esercita controllo. In questo senso, Meloni è diventata un personaggio che comunica tutto senza comunicare nulla che non sia stato preventivamente scritto, provato, cesellato.
A differenza di Salvini, che ha personalizzato la politica fino a renderla performance, Meloni ha istituzionalizzato la propria figura dentro un perimetro in cui il potere non è solo rappresentazione, ma costruzione continua. Qui risiede la sua attuale superiorità. Ma anche il suo punto cieco.
Salvini: parabola di un consenso bruciato
Nel 2019, Matteo Salvini era sulla cresta dell’onda. I sondaggi gli attribuivano percentuali sopra il 30%, dominava il dibattito pubblico e, da Ministro dell’Interno, imponeva l’agenda. La strategia era semplice: occupare militarmente il discorso pubblico con dichiarazioni, selfie, felpe e post battaglieri. Tutto funzionava finché non è diventato evidente che dietro la narrazione c’era poco governo.
Il “Papeete moment” è stato il punto di rottura. Non per la location, ma per la leggerezza con cui Salvini ha giocato con le istituzioni. Da quel momento, ogni scelta ha rivelato la mancanza di visione strategica: il passaggio all’opposizione, le crisi interne al partito, le alleanze opache, l’incapacità di riformulare il proprio racconto.
Sul piano della comunicazione, Salvini ha continuato a replicare il format vincente del 2018-2019, senza comprendere che il contesto era mutato. La sua audience è invecchiata, il mood nazionale è cambiato, l’ansia da pandemia prima e l’inflazione poi hanno reso inefficace la retorica semplificata. La battuta pronta e il nemico facile (prima i migranti, poi l’Europa, ora perfino i Verdi tedeschi) non bastano più. Il populismo ha bisogno di aggiornarsi per restare efficace. Salvini non lo ha fatto.
Politicamente, oggi il leader della Lega è costretto a inseguire. Insegue Meloni sul piano dell’autorevolezza, insegue Tajani sulla moderazione, insegue perfino Renzi nei tentativi di apparire come “responsabile”. E il paradosso è che, per sopravvivere, deve ricorrere sempre più spesso a una radicalità comunicativa che però ha esaurito la sua forza dirompente. Salvini urla, ma nessuno ascolta più.
Giorgia Meloni ha oggi un vantaggio netto rispetto a Matteo Salvini: ha saputo leggere il tempo. Ha capito che la leadership oggi si costruisce su più livelli: comunicazione, istituzione, immaginario. Ma il pericolo è quello della cristallizzazione: se non evolve ulteriormente, se non costruisce un racconto in grado di durare, potrebbe subire lo stesso destino di Salvini, con qualche anno di ritardo.
Il consenso non basta. Va trasformato in egemonia, in capacità di produrre visione, non solo reattività. Salvini ha mostrato cosa accade quando il consenso è gestito come rendita e non come investimento. Meloni ha finora agito da investitrice accorta. Ma il tempo della semina sta finendo. E quello del raccolto — che, in politica, non è mai garantito — si avvicina.
Se la Premier riuscirà a mantenere il suo equilibrio tra comunicazione, istituzione e potere reale, potrà ridefinire la lunga durata del centrodestra italiano. Se, invece, cadrà nella tentazione della sola conservazione del consenso, allora finirà esattamente come Salvini: sola, e senza più voce.
Donatello D’Andrea
















































