
Oggi il Mediterraneo appare pattugliato da droni a lungo raggio che trasmettono dati in tempo reale. I deserti tra Stati Uniti e Messico, quelli della “Border Patrol”, sono costellati da torri di sorveglianza autonome. Le frontiere europee, invece, sono tempestate da telecamere termiche e software di riconoscimento facciale capaci di percepire anche la minima traccia umana. In sostanza, i sistemi di intelligenza artificiale oggi sono alla base della gestione dei flussi migratori. Le frontiere geopolitiche si sono trasformate in vere e proprie “frontiere tecnologiche” dove l’Intelligenza Artificiale gioca il ruolo del braccio operativo del controllo statale. Ma tutto questo è un bene? Nella gestione dei flussi migratori, l’elemento artificiale è in grado di rispettare la dignità di chi emigra e garantire il rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano?
La tecnologia utilizzata
L’utilizzo dell’Intelligenza artificiale nella gestione dei flussi migratori si sviluppa principalmente su tre livelli: monitoraggio, identificazione e analisi predittiva. Sul fronte del monitoraggio, l’IA analizza istantaneamente una mole immensa di dati provenienti da droni autonomi, satelliti e sensori termici. Programmi come l’Eurosur, il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere esterne, consentono alle agenzie di sicurezza di localizzare imbarcazioni o piccoli gruppi in transito in aree impervie molto prima che l’occhio umano o i radar tradizionali possano rilevarli. Il secondo livello riguarda la biometria. I punti di transito e i grandi database migratori si affidano a software in grado di scansionare tratti somatici e impronte digitali, incrociandoli con banche dati globali per identificare i richiedenti asilo e i transitanti. Infine, con l’analisi predittiva gli algoritmi elaborano dati storici, come rotte passate, stagionalità o condizioni socio-economiche dei Paesi d’origine, per generare indicatori di rischio e anticipare le ondate migratorie, orientando così il dispiegamento delle forze di polizia sul territorio.
I nodi cruciali e il corto circuito dell’AI Act
Per i governi e le agenzie di sicurezza, la digitalizzazione rappresenta una risposta efficiente, un mezzo per contrastare i trafficanti di esseri umani e un pilastro fondamentale per la sicurezza nazionale. Tuttavia, attivisti e organizzazioni non governative che operano nella tutela dei diritti umani in situazioni migratorie mettono in guardia contro la nascita di un “muro digitale” invisibile ma spietato: l’estrema digitalizzazione delle operazioni di frontiera da un lato renderebbe più facili le operazioni di routine ma dall’altro rischierebbe di aumentare le discriminazioni delle persone che migrano.
Uno dei problemi principali di questi sistemi di IA risiede nei bias cognitivi radicati negli algoritmi: i software di riconoscimento facciale registrano tassi di errore sensibilmente più alti quando vengono applicati a persone appartenenti a specifiche etnie, aumentando il rischio di false identificazioni. Inoltre, l’uso della tecnologia predittiva rischierebbe di legittimare pratiche di respingimento automatizzato che violano il diritto internazionale d’asilo che prevede la valutazione individuale di ogni singola richiesta.
Il dibattito sul fronte legislativo si è acceso in Europa da quando è stato introdotto l’AI Act, la prima legislazione al mondo che regola l’uso dell’intelligenza artificiale e si basa su delle valutazioni in funzione dei rischi che questi modelli comporterebbero. In altre parole, una normativa nata per tutelare i diritti umani dai rischi della tecnologia.
Sebbene il regolamento europeo classifica molti dei sistemi utilizzati nella gestione della migrazione e del controllo delle frontiere come “ad alto rischio” diversi sarebbero punti d’ombra: le autorità di polizia e agenzie di frontiera come Frontex, nell’esercizio delle loro funzioni, ottengono delle eccezioni cruciali in nome della “sicurezza nazionale”. Questo significa che tecnologie altamente invasive, altrove vietate, possono essere impiegate legalmente nelle frontiere.
Prima i diritti umani e la dignità, sempre
La tecnologia, di per sé, non è mai neutrale: riflette le priorità politiche, i timori e le scelte etiche di chi la progetta e la finanzia. La sfida, infatti, risiede nell’invertire questa rotta e rimodulare l’uso dei sistemi di IA per metterli a servizio di chi le frontiere le attraversa per necessità. Nessun algoritmo, per quanto sofisticato, possiede una moralità capace di valutare il dramma, le speranze e le storie di chi decide di emigrare. L’innovazione tecnologica rappresenta un reale valore aggiunto solo se viene impiegata per facilitare i soccorsi in mare, per rendere i canali di ingresso legali e i corridoi umanitari più rapidi, sicuri e accessibili, e per garantire una gestione burocratica delle richieste d’asilo che sia finalmente dignitosa e trasparente. Mettere al primo posto la dignità umana significa ricordare che dietro ogni dato biometrico esiste un essere umano con dei diritti inalienabili.
Benedetta Gravina
















































