Esistiamo per non perderci
L'autore Basilio Petruzza. Fonte immagine: Ufficio stampa Sound Communication

A dicembre del 2020, Basilio Petruzza è tornato con un nuovo romanzo, Esistiamo per non perderci, una storia capace di toccare le corde più profonde dell’anima. Un libro che racconta la storia di Marcello e Barbara, due amici legati da un destino inaspettato e, per certi versi, crudele. Marcello, omosessuale, fa i conti con una famiglia monca, distratta, infelice senza averne consapevolezza. Barbara, a sua volta, fugge da una realtà familiare altrettanto complicata, ma soprattutto dalla morte del padre, a cui era profondamente legata.

 L’incontro dei due protagonisti si rivela salvifico: entrambi, per la prima volta nella loro vita, trovano il coraggio di raccontarsi e rivelare i dolori che si trascinano dietro da sempre. Esistiamo per non perderci racconta una storia che si ramifica in tante storie, un destino che ha messo le radici in un passato sofferto e rintraccia il futuro nella verità più intima di ognuno dei personaggi. Solo quando tutti avranno smesso di scappare da sé e dalla paura di aver paura, sarà possibile ritrovare la luce.

Esistiamo per non perderci
La copertina del romanzo

Basilio Petruzza è al suo quinto romanzo, oltre ad essere uno scrittore, racconta ormai da anni il mondo della musica, della televisione e del costume italiano. Esistiamo per non perderci è un romanzo di formazione, è un viaggio introspettivo e profondo: rinunce, abbandoni, rabbia, ma anche perdono e speranza sono gli ingredienti della sua storia. Il libro è adatto a un pubblico che voglia conoscere una vicenda ricca di avvenimenti e colpi di scena, ma che sia anche disposto ad affrontare un percorso di autoanalisi e conoscenza di sé.

A seguire l’intervista all’autore.

Il tuo romanzo, Esistiamo per non perderci,  è un viaggio che passa attraverso le paure e i disagi di chi tenta di far conoscere, agli altri, luoghi che gli appartengono da sempre. Dopo questo viaggio, se dovessi mandare una cartolina al Basilio di qualche anno fa, cosa scriveresti?

 «Gli scriverei di non avere paura. Di sé, innanzitutto. E poi degli altri, del loro giudizio. Gli scriverei di non rincorrere la loro normalità. Oggi, a trent’anni, so che ognuno ha la propria, che cercare di mimetizzarsi nella normalità degli altri significa mancarsi di rispetto. Gli direi di non giudicarsi, di non offendersi, di imparare la benevolenza, perché per troppi anni sono stato il mio solo nemico. Non ne ero cosciente, ma oggi so che non sapevo volermi bene, offendevo la mia natura perché inseguivo l’accettazione degli altri. Ecco, forse una cartolina non basta, gli scriverei una lettera!»

Se potessi portare un pezzo della tua Sicilia a Roma, sarebbe una persona o un ricordo?

«La musica, quella che ho ascoltato da bambino, a volte senza capirla. Quella che mi è rimasta addosso o mi ha ispirato. Forse l’ho già fatto, forse lo faccio ogni volta che una canzone mi rimanda a un ricordo o un ricordo mi riporta a una canzone. Torno indietro spesso, perché sono un nostalgico, mi piace mettere a fuoco il momento in cui ascoltavo un certo brano, ricordare le sensazioni che provavo, il mio umore, l’umore degli altri, a cui sono sempre stato attento, quasi sempre mio malgrado. Sto cercando di imparare a portarmi dietro solo quello che mi serve a sentirmi centrato, in armonia con me stesso, con quello che sono stato e voglio essere. Ogni tanto, però, appesantisco la mia valigia e porto con me cose che dovrei lasciare dove sono. Parlo di sensazioni, ricordi, paure. Parlo di rabbia. Perché in Sicilia, in fondo, ho vissuto gli anni dell’adolescenza, i più difficili. L’ultimo anno è stato un anno particolare, ci ha regalato una grande quantità di tempo per poter riflettere e per poter, magari, rielaborare diversi modi di vivere.»

Pensi che il Basilio del 2021 scriverebbe con la stessa “rabbia” storie accadute nel passato o lo farebbe con una coscienza più zen?

«No, lo farei allo stesso identico modo, perché la mia rabbia ha radici più lontane. L’ultimo anno mi ha insegnato a cambiare le mie priorità, a non rimandare il mio bene. Non è un atto di egoismo, ma una presa di coscienza: oggi so che non posso più dipendere dal giudizio o dalla volontà degli altri. Ci sono io con me, io da solo, non mi va di perdermi di vista e ritrovarmi, un giorno, diverso da come mi volevo. Quindi il 2020 mi ha insegnato ad andare nella direzione dei miei stati d’animo, a scavare fino in fondo per riportare a galla la parte più autentica di me. Oggi faccio il tifo per la verità, la mia verità, che si è confusa troppo a lungo con alcune bugie, che certamente erano più facili da sopportare. Oggi sono io, senza paura. Almeno ci provo.»

Recensione e intervista a cura dell’Ufficio stampa Sound Communication

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