Parlare con le parole
Fonte: Pixabay

Tanto di noi e dei nostri sentimenti è affidato al lessico dei gesti. Una mano su una spalla, un occhiolino, un pollice in su, un bacio, una carezza. Non c’è bisogno di cercarle, le parole, quando è il corpo a farne le veci, a emanarne il significato più intimo, la nostra personale interpretazione del termine.

Gli italiani, poi, si sa: sono maestri della mimica facciale. Dalle mani, al viso, all’inclinazione della bocca, lasciamo spesso che sia il corpo a narrare le nostre parole o ad accompagnare quelle che pronuncia la voce, arricchendole di infiniti significati ulteriori. 

Nei lunghi mesi del distanziamento sociale e dell’isolamento forzato, quando il corpo è stato costretto tra le mura di una prigionia salvifica e solo la voce poteva evaderne occasionalmente, abbiamo dovuto imparare a parlare con le parole. Abbiamo impastato per tenere le mani impegnate, per distrarle dal mutismo che le affliggeva. Abbiamo inventato palestre d’emergenza per dare sfogo al corpo che aveva voglia di parlare. Abbiamo intrattenuto lunghi monologhi con la nostra immagine riflessa allo specchio, che ci sembrava nuova, diversa, nel silenzio delle sue rughe d’espressione distese. 

Ma abbiamo parlato, e tanto. Abbiamo urlato ai balconi, scritto miliardi di messaggi, lanciato improperi al telegiornale, telefonato e videochiamato finché la batteria del cellulare non ci ha abbandonato. Le parole sono state le arance che ci hanno permesso una (quotidiana) evasione. 

Ma il nostro vocabolario da tastiera qwerty di uomini del ventunesimo secolo non ci è venuto in soccorso quando abbiamo avuto necessità di raccontare, condividere, descrivere la pandemia Covid-19. Fino a meno di un anno fa, pandemia era esso stesso un termine per lo più desueto, da libri di storia e di letteratura italiana studiata svogliatamente sui banchi di scuola. Una parola nuova per la nostra voce, una che il corpo non aveva mai avuto bisogno di imparare ad esprimere. E pandemia ha portato con sé quarantena, distanziamento sociale, assembramento, tampone molecolare, smart working, DPCM. E si potrebbe andare avanti a lungo. Mentre la storia, le abitudini, le persone stesse cambiavano con lo stesso ritmo incalzante con cui il virus si espandeva nel mondo, il nostro vocabolario si arricchiva inconsapevolmente di parole che esistevano ma che semplicemente non avevamo interesse e necessità di apprendere. Un po’ come quando si osserva un reperto archeologico dietro una teca di vetro rinforzata: il ricordo di un’umanità che c’era ma che non ha più senso di esistere nel nostro mondo di computer, realtà virtuale e inglese come lingua internazionale.

Ma evolversi non vuol dire impoverirsi

E allora sorge spontanea una domanda: se è giusto che il linguaggio universale si evolva insieme ai tempi, agli strumenti di comunicazione e alle nuove abitudini sociali, è corretto lasciarsi indietro un intero universo di parole che consideriamo desuete solo perché l’imprevedibilità della vita non ci ha ancora messo dinanzi alla necessità di utilizzarle? Sono davvero così oggettivi i criteri che condannano una parola alla damnatio memoriae di un’intera popolazione?

Probabilmente no. Come l’armamentario di un esercito che deve essere adeguatamente assortito per permettere ai soldati di affrontare qualunque evenienza e circostanza, le nostre parole andrebbero continuamente arricchite, perfezionate, di tanto in tanto limate per preservarne l’efficacia narrativa. 

Una parola che abbiamo più o meno consapevolmente dimenticato può venirci in soccorso quando dobbiamo dare un profilo a quella cosa, uno spessore a quel non so che, una profondità al bello e al brutto, alla sfumatura di un colore che ci piace, all’esistenza stessa per non ritrovarci più bambini che hanno fame di parole che non sanno come pronunciare.

Il Libro delle Parole Altrimenti Smarrite, ovvero: un tesoretto per non dimenticare

Il Libro delle Parole Altrimenti Smarrite (Rizzoli, 2011) ha proprio questa missione: contribuire a tutelare la ricchezza del linguaggio, ma soprattutto promuovere una rinascita generale che, secondo le parole del critico d’arte Achille Bonito Oliva, “passa attraverso le parole antiche per arrivare a un modo nuovo di leggere la realtà e di reinventarla”

Il libro suggella il lavoro di ricerca decennale dell’artista Sabrina D’Alessandro, da sempre impegnata nella missione di far “risorgere” parole della lingua italiana considerate obsolete ma in realtà perfettamente idonee a descrivere la realtà che ci circonda. Un lavoro artistico a 360 gradi che, oltre che nel libro, si è concretizzato in sculture, performance, canti, spettacoli, aste, censimenti e  parate di paese. Il tutto sostenuto e promosso dall’URPS – Ufficio Resurrezione Parole Smarrite, che, come dichiara Sabrina D’Alessandro in un’intervista ad Artribune, è stato fondato su due principi cardine: “oggettificare per ricordare”, che significa dare vita alle parole con un qualcosa di materiale che le rappresenti e che le contestualizzi (come, ad esempio, una scultura); e “le parole dicono l’uomo”, ovvero attribuire alle parole sole il potere di descrivere le variegate, infinite sfumature del sentire umano, che è universale attraverso i secoli e le generazioni.

L’opera si compone di un centinaio di parole “risorte”, suddivise in otto sezioni basate su temi universali quali l’amore, gli improperi, i mestieri, la politica, le gioie e le stupidità umane. Il Libro delle Parole Altrimenti Smarrite non vuole essere un libro di narrativa, né tantomeno un dizionario. È un’opera da scoprire, da esplorare senza un ordine preciso, da sfogliare per curiosità o quando si ha voglia o necessità di parlare con le parole ma non si riescono a trovare i vocaboli giusti. 

Roberta Cammarota

Greenpeace

1 commento

  1. Un articolo che, nel parlare di sperimentazione artistica, diventa esso stesso letteratura. L’impianto narrativo è immaginifico, l’uso di metafore e il richiamo insistito alla sfera dei sentimenti ne fanno un pezzo di scrittura davvero godibile. Complimenti all’i iniziativa di cui il pezzo si occupa, prezioso ed euristico lavoro di salvataggio della lingua più bella del mondo.

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