donne ddl Pillon 8 marzo Bologna

Il senatore Simone Pillon è il padre del DDL 735 che, informalmente, porta il suo nome e propone norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità. Tra i cofirmatari compaiono anche parlamentari appartenenti al M5S, essendo il DDL Pillon ispirato ai principi sanciti nel contratto di governo e, quindi, chiara espressione della maggioranza. Dall’ONU e dalle piazze italiane emergono le voci critiche di chi considera il disegno di legge retrogrado e maschilista, incapace di tutelare le vittime di violenza domestica e quindi un vero e proprio ostacolo all’autodeterminazione delle donne.

Seguendo la stella polare del contratto di governo, i criteri seguiti sono stati quattro: mediazione civile obbligatoria per le questioni concernenti figli minorenni, equilibrio tra le figure genitoriali e temi paritari, mantenimento in forma diretta senza automatismi e contrasto dell’alienazione genitoriale.

La riparazione come palliativo di una tradizione patriarcale

Con il fine di salvaguardare la “famiglia” come corpus inviolabile, l’autodeterminazione delle donne è messa sotto scacco dalla prospettiva di riparazione in cui si insinua la figura del mediatore. La figura individuata avrebbe lo scopo di costringere al dialogo le parti, attuando strategie di conciliazione. Tuttavia, in presenza di dinamiche di subordinazione e assenza di rispetto, le chiacchiere sono inutili e ridondanti.

Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che non è possibile giungere a un accordo in situazioni in cui si verificano aggressioni e intimidazioni, che mettono in pericolo l’incolumità sia delle donne che dei propri figli, come avviene in tanti casi di violenza domestica poi sfociati in femminicidi. Esistono dei casi in cui il comportamento aggressivo non rappresenta ancora un reato, ma che richiedono misure necessarie, come l’allontanamento dal tetto coniugale, per scongiurare l’inasprirsi del suddetto ai danni del partner.

In altre parole, il fine è quello di tentarle tutte pur di non finire nel tunnel giudiziario che comporterebbe la separazione, considerata dai proponenti un “fallimento” a discapito dei minori. Un fallimento agli occhi della società, in cui per anni la donna è stata vincolata a quell’immagine monolitica dettata dalla tradizione della famiglia unita, nonostante le violenze di carattere sia fisico che psicologico che si perpetuavano al suo interno.

L’inasprimento dell’iter burocratico indebolisce, non incentiva, le forme di denuncia e contrasto della violenza domestica e, per questo (come per altri motivi), il DDL Pillon è stato definito medievale, figlio dei condizionamenti culturali ed educativi della mentalità patriarcale.

Il progetto però è più ampio: se da un lato il disegno incalza con un piano per l’uguaglianza genitoriale, dall’altro si corona con esternazioni e provvedimenti che hanno lo scopo di relegare la donna al suo “ruolo naturale (come affermato dalla Lega di Crotone in occasione dell’8 marzo) di femme au foyer, delegittimando le battaglie di emancipazione che l’hanno resa consapevole dei propri diritti in quanto cittadina, a prescindere dalla sua condizione economica, e pronta a impugnarli dinanzi a situazioni di disagio e di violenza, che hanno la necessità di trovare una rapida soluzione. Lo scorso settembre l’ISTAT certificava che il numero di divorzi è quadruplicato dal 1991, in particolare nella fascia 55-64 anni.

DDL Pillon: il disegno di legge che trasporta l'Italia nel passato
Lottomarzo (Roma)

Viene, quindi, proposta l’istituzione dell’albo nazionale per la professione di mediatore familiare perché la mediazione preventiva presenta limitazioni con rispetto al diritto di famiglia. Ciò si giustifica affermando che i collaudati meccanismi di Alternative dispute resolution (ADR) sarebbero capaci di evitare la lite giudiziaria. Insomma, se il DDL Pillon dovesse diventare legge, il mediatore familiare dovrebbe seguire i coniugi con figli minori per un periodo non superiore ai sei mesi, ma tali incontri saranno a pagamento (un primo incontro gratis per le coppie ad alta conflittualità e tariffe stabilite dal ministero della Giustizia).

Non solo: un Coordinatore (a spese dei coniugi) stabilirà un piano genitoriale a lungo termine, per decidere cosa è meglio per i figli a carico, con l’evidente rischio di intavolare conflittualità. Viene meno, tra l’altro, l’assegno di mantenimento perché entrambi i genitori dovranno contribuire economicamente, anche se sarà più difficile sanzionare le inadempienze.

Sono previste anche forme di contrasto all’alienazione genitoriale: se uno dei due coniugi mette in cattiva luce l’altro agli occhi della prole potrebbe essere tenuto al risarcimento di entrambi e rischierebbe di perdere la responsabilità genitoriale. Questo, quindi, significherebbe che se il/la bambino/a si rifiutasse di vedere l’altro genitore (di sua spontanea volontà) rischierebbe di essere allontanato dal genitore a cui è stato/a affidato/a.

Così, da un lato, il DDL Pillon temporeggia e, dall’altro, richiede di contribuire economicamente (anche contro la volontà delle parti) a una serie di sedute obbligatorie, il tutto per scoraggiare una scelta presa al netto di tutte le considerazioni strettamente personali sulla convivenza e sul rapporto tra coniugi, che, se giunge a un momento di crisi, è giusto che si concluda secondo il volere delle parti o di una di esse.

ddl Pillon
Manifesto per l’8 marzo della Lega Salvini Premier di Crotone

“Codice Rosso”

L’on. Simone Pillon, fondatore del Family Day e vicepresidente della commissione bicamerale “Infanzia e adolescenza”, noto alla cronaca per le sue prese di posizione contro unioni civili e aborto, dimentica un dettaglio non poco rilevante: le cause della separazione.

Già nel mese di ottobre il governo aveva ricevuto una lettera dall’ONU (che vede come relatrici Dubravka Šimonović e Ivana Radačić) in cui si affermava che il testo «introdurrebbe disposizioni che potrebbero comportare una grave regressione, alimentando la disuguaglianza e la discriminazione basate sul genere, e privando le vittime di violenza domestica di importanti protezioni». Le sei pagine contengono anche evidenti preoccupazioni rispetto all’esercizio delle funzioni del mediatore, di cui non vengono menzionati strumenti, modalità e procedure, che rischierebbero di vincolare la tutela delle vittime di violenza.

L’art. 14 del DDL Pillon dedica, inoltre, uno spazio alla residenza del minore e di uno dei due genitori presso la casa familiare, di fatto impedendo a entrambi di abbandonare il luogo in cui potenzialmente si sia verificata una situazione di violenza e diventando “ostaggio” della parte forte.

La proposta non riconosce la violenza maschile nei confronti delle donne, che saranno costrette a intrattenere rapporti e mediazioni con il partner violento sebbene la Convenzione di Istanbul lo vieti. Quello che emerge dai dati è che nel 2018 sono morte per femminicidio circa 106 donne in 10 settimane, cioè una ogni 72 ore, e che aumentano le condanne ma non diminuiscono le vittime. Si rammenta, poi, che le violenze comprendono anche una fattispecie psicologica e sociale non di poco conto, i cui danni, seppur non evidenti a occhio nudo, sono profondi in egual misura.

Succede, poi, che il M5S, di cui fanno parte alcuni dei firmatari del DDL Pillon, proponga inaspettatamente un pacchetto di emendamenti al DDL sul “Codice Rosso” in materia di femminicidio, che inasprisce le pene per stalking e abuso sui minori, fortemente voluto dai ministri Giulia Bongiorno e Alfonso Bonafede per contrastare quella che definiscono una “emergenza sociale” molto grave che mina la sicurezza di donne e minori. Si prevede aumento delle pene o ergastolo in presenza di rapporto affettivo, indipendentemente dalla convivenza. Bonafede aggiunge anche: «Qui lo Stato decide di attivarsi e andare a cercare nella società tutti i soggetti deboli nel nostro Paese e che subiscono violenza, magari non avendo il coraggio di denunciare. Non si può aspettare che trovino il coraggio».

Le voci critiche nei confronti del DDL Pillon

Nei mesi scorsi le mobilitazioni nelle piazze italiane hanno ribadito la contrarietà nei confronti del DDL Pillon. Tra i gruppi promotori figurano Non Una di Meno, Udi, Telefono Rosa, Arci e Arcigay, che lo definiscono “maschilista e retrogrado“.

8 marzo Bologna ddl Pillon
Lottomarzo (Piazza Verdi, Bologna)

Anche la Cassazione ha espresso perplessità su alcuni punti: non esiste una proporzione matematica per determinare quanto tempo passare con i figli, affinché il principio di bigenitorialità non diventi discriminatorio per una delle parti e non sconvolga le abitudini dei figli.

DiRe – Donne in Rete Contro la Violenza ha lanciato una petizione su Change.org per richiedere il ritiro immediato del disegno di legge.

Sara C. Santoriello