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Per Israele la minaccia di una guerra non è una novità. È nato con la guerra, si è espanso con la guerra, è progredito tra le guerre.

In nome della guerra ha indetto lo stato di emergenza e un corpo di leggi “speciali”, la cui validità è stata rinnovata durante ogni legislatura. La leva è obbligatoria per tutti e l’esercito ha un ruolo centrale nelle vite individuali, nelle decisioni politiche, nella sfera pubblica dello Stato. Ma quando nel 1973 l’attacco fu su tre fronti – da parte di Siria, Egitto e Giordania – per la prima volta dalla sua fondazione Israele rischiò il collasso.

Alla fine, l’esercito — che era ed è ancora tra i più potenti al mondo — sbaragliò tutti i nemici, ma questo non bastò a vincere anche la sensazione della disfatta imminente che fino a quel momento aveva terrorizzato la popolazione. Sensazione che destabilizzò per molti anni la società civile, portando all’innalzamento delle misure di sicurezza interne ed esterne. In questo 2018, il pericolo di un attacco simile è sempre più incombente.

«Signor Zarif, lo riconosce? Questo è il vostro». L’immagine del primo ministro Benjamin Netanyahu alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco che stringe tra le mani il pezzo di un drone iraniano abbattuto una decina di giorni prima, ci dà un primo assaggio dello stato attuale delle cose.

Lì, davanti a tutta la solenne tribuna, Netanyahu sta sbeffeggiando il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif. Ma quella che va in scena non è stand-up comedy, né una partita di Risiko tra amici, bensì il resoconto del primo round di una escalation militare che oggi sta fortemente destabilizzando il Medio Oriente. È il 18 febbraio 2018.

La seconda manche si consuma qualche mese dopo, con un attacco missilistico condotto dagli aerei israeliani sulla base iraniana T4, quella da cui era partito il drone. Anche questa volta siamo in Siria. Muoiono sette membri della Forza Quds, l’unità di forza speciale del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica iraniana. L’Iran risponde subito, promettendo che «L’entità sionista prima o poi riceverà la risposta necessaria e si pentirà dei suoi misfatti». Occhio per occhio, dente per dente: per il ministro della difesa israeliana Avigdor Lieberman non ci sono dubbi, «Se l’Iran attacca Tel Aviv colpiremo Teheran».

Ed è subito, di nuovo, guerra. Dichiarazioni di politici, commentatori e media non si fanno attendere: c’è chi parla di nuova Guerra Fredda o addirittura di Terza Guerra Mondiale. In Iran, nella chat promossa dal governo in alternativa a Telegram — accusata di aver istigato le proteste nel paese — circolano delle emoji di una donna con un cartello e la scritta “Morte all’America” , “Morte a Israele”.

Il rapporto tra Israele e Iran non è mai stato dei migliori. Si sono combattuti in sordina fin dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979, a colpi di diplomazia, attacchi informatici, sanzioni, prese di posizione. Ma mai in un vero e proprio conflitto armato. Al di là delle minacce e delle dimostrazioni di forza, se la guerra è una possibilità reale, allora Israele dopo quarantacinque anni dalla crisi del Kippur potrebbe ritrovarsi ancora a dover gestire tre campi di battaglia.

Il primo, appunto, è quello siriano, il più strategico per attacchi missilistici verso lo Stato ebraico. Qui l’Iran sta implementando l’infrastruttura militare e la sua influenza politica. Poi c’è il Libano: Hezbollah aspetta il sostegno iraniano per ottenere un’ulteriore rafforzamento militare e politico. Ed è proprio questo fronte, il fronte del nord, a destare più preoccupazione tra la società civile israeliana: ben il 31% dei cittadini israeliani guarda con preoccupazione le minacce provenienti da quell’area. Infine, c’è il terzo fronte, quello interno, il “solito”, il più complesso: la Striscia di Gaza. Sono settimane che l’esercito israeliano si scontra con i cittadini gazawi, che come al solito hanno la peggio– 40 vittime in 20 giorni. La possibilità di un conflitto con altri paesi arabi potrebbe alimentare la voglia di rivalsa dei palestinesi: stanchi, arrabbiati, fomentati da Hamas.

Israele come sempre è già pronta. Sa di poter giocare la carta Trump, che interverrebbe immediatamente in caso di conflitto diretto. È chiaro infatti che la partita tra Iran e Israele si interseca con quella tra Stati Uniti e Russia. Il punto di intersezione è sempre quello, la Siria di Assad. E anche se l’Europa gioca da outsider, nemmeno lei può sottrarsi del tutto alla chiamata della Casa Bianca e della Nato che, come già annunciato da una fonte diplomatica Usa, misureranno «la vicinanza dei singoli governi europei, tra i quali quello che nascerà in Italia», dall’adesione o meno alle nuove sanzioni verso Mosca e dall’aumento delle spese militari in Medio Oriente.

Rosa Uliassi

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