gibilterra

Come ampiamente preventivato, il periodo successivo alla Brexit non ha mancato di lasciare strascichi importanti, tanto per il Regno Unito quanto per i suoi possedimenti d’oltremare, come il territorio di Gibilterra, ancora oggi al centro di una questione insoluta con la Spagna.

È ormai dalla scorsa primavera che nelle agende dei governi di Londra e Madrid la questione di Gibilterra occupa un ruolo prioritario, vista anche la posizione geografica del territorio suddito della regina Elisabetta, che si trova nella parte meridionale della Spagna, all’estremità orientale dell’omonimo stretto, dove l’oceano Atlantico e il mar Mediterraneo si incontrano.

In precedenza Madrid era stata accusata di provocare lunghe code per i controlli doganali in risposta alle vicende politiche interne del Regno Unito.

Un’interferenza inaccettabile, a detta degli inglesi, soprattutto perché perpetrata da uno Stato, quello spagnolo, che non ha mai riconosciuto la sovranità della corona nelle acque dello stretto e che per secoli ha rivendicato quella sul territorio di Gibilterra.

Con simili premesse, non sorprende che a Londra temano che Madrid si prepari a rivendicare una diritto di veto sulle sorti di Gibilterra anche nel periodo di transizione post Brexit, posto che la Spagna aveva già ottenuto siffatta potestà con riferimento alle future relazioni commerciali fra Regno Unito e Unione Europea.

La questione, già discussa nel marzo dello scorso anno, sembrava riguardare soltanto le relazioni poste in essere dal Regno Unito dopo l’uscita dalla UE.

Ora, però, Londra teme che la Spagna stia cercando di negoziare un veto, attuale, su tutte le questioni che riguardino la transizione dall’Europa e le sue ripercussioni sul territorio di Gibilterra.

La posizione britannica è, in sintesi, quella di considerare come unico centro di interessi il Regno Unito tutto, territori d’oltremare compresi. Orientamento condiviso, peraltro, dalla lettera dei negoziati di transizione, che alla seconda sezione statuiscono che “alla data del recesso i trattati cesseranno di applicarsi al Regno Unito, a quelli dei suoi paesi e territori d’oltremare attualmente associati all’Unione, e ai territori per i cui rapporti esterni è responsabile il Regno Unito”.

Di avviso opposto il premier spagnolo Mariano Rajoy, che pur non entrando nel merito degli accordi di transizione, ha reso noto che per Madrid «qualunque accordo futuro fra il Regno Unito e l’Unione Europea da applicare a Gibilterra deve avere un accordo tra Spagna e Regno Unito, secondo un principio da intendersi valido anche per il periodo di transizione».

Una strategia chiara, che appalesa, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’intento spagnolo di riconquistare un maggiore controllo su un territorio la cui sovranità appartiene comunque a un altro Stato.

In punto di diritto, i britannici sembrano avere tutte le carte in regola per far valere la propria posizione, dal momento che l’art. 50 del trattato sull’Unione Europea impone di considerare, nell’iter di recesso di un Paese membro, lo stesso come un’unica entità.

Inoltre, come si legge nella prima sezione dei negoziati di transizione, tali accordi altro non sono che “una proroga limitata nel tempo dell’aquis (l’insieme dei diritti e obblighi giuridici e politici condivisi dagli Stati membri, che devono essere accettati senza riserve dai Paesi che intendano entrare a far parte dell’Unione Europea, nda) dell’Unione”, e quindi una sorta di estensione della legislazione comunitaria, che considera appunto il Regno Unito e i suoi territori d’oltremare come unico soggetto di diritto.

Qualsiasi interferenza da parte di Paesi a vario titolo interessati alle aree limitrofe ai propri confini è da considerarsi indebito, con buona pace del governo di Rajoy, che dovrebbe invece rammentare che l’obiettivo comune, tanto della Spagna e del Regno Unito quanto dell’interna Unione Europea, rimane quello di salvaguardare gli interessi economici e la sicurezza dei rapporti commerciali nel sud del continente.

Carlo Rombolà