Diciamocelo chiaramente: in Italia c’è una parte di elettorato attivo che ha smesso di votare da un bel po’. Perché è incazzato, perché è deluso, perché ha smesso di credere alle Istituzioni, perché non gliene frega niente della politica o chissà per quale altro motivo. Al di là dei perché e dei per come, resta un fatto: il primo partito nel nostro Paese non è il Pd né il M5S, bensì il “Non voto”.

Le ultime elezioni politiche, quelle del 2013, furono foriere di tempesta: per la prima volta l’affluenza alle urne scese sotto l’80%. Per trent’anni almeno il 90% degli aventi diritto si era recato alle urne. L’Italia è stata a lungo tra i primi paesi al mondo per affluenza. Poi qualcosa è andato storto. E se la partecipazione elettorale è sintomatica del rapporto tra cittadini e istituzioni, il quadro sembra davvero preoccupante.

Secondo La Stampa l’affluenza alle urne, per le prossime elezioni, è stimata intorno al 65%. Il rischio che l’astensionismo superi il 30% è concreto. Dietro questi dati non c’è solamente la cattiva gestione della ‘res publica’. Ma anche, e soprattutto, la mancanza di appeal. La politica e il politico non attecchiscono più. Di leader che abbiano la capacità di farsi ascoltare, di stare tra la gente, di capire le problematiche, nemmeno l’ombra. Ed ecco che la disillusione prende il sopravvento: non più la protesta, o il voto di protesta, o il voto utile, ma indifferenza e disinteresse. Sempre più individualismo, sempre meno società. La coscienza di classe è andata a farsi benedire. E la capacità di analisi critica e di scelta ragionata in termini di voto è davvero appannaggio di pochi. Il trend non è solo nazionale, anzi. A livello comunale e regionale l’astensionismo è ancora più forte. Tendenza che sta prendendo piede anche fuori dai confini italiani.

Non votoSpesso, a torto o a ragione, si punta il dito contro chi non va a votare senza esprimere importanti giustificazioni di fondo, ma nascondendosi dietro frasi del tipo “Non voto perché non cambia niente…” o “Non voto perché sono tutti uguali…” o “Non voto perché rubano tutti allo stesso modo”. Quando è Gino Strada, però, a dichiarare di non votare, allora la situazione cambia. Il fondatore di Emergency ha detto chiaramente che «siamo governati da delinquenti contro la Costituzione. Vedrò quel giorno cosa avrò da fare». Secondo il chirurgo italiano, intervenuto nell’incontro sulla Costituzione organizzato a Milano da “Libertà e Giustizia”, «Il ripudio alla guerra non c’è nei programmi di nessuno. Non posso votare chi non mi garantisce questo impegno». Certamente, di “non voti” ragionati come quello di Strada ce ne sono pochi in Italia. Quindi, i professionisti del settore della politica farebbero bene a provare ad intercettare quella fetta di popolazione che in silenzio ha scelto di non scegliere.

Lo sguardo generale sull’Italia è lo specchio d’un paese alla deriva. Un tempo il mezzo per affrontare i problemi era la lotta politica e il riferimento era il Partito di classe. Oggi, sarebbe anacronistico parlarne perché non c’è più il Partito. E nemmeno la classe. I borghesi votano il Pd e gli operai Lega Nord e M5S. E proprio l’avvento dei grillini nel panorama politico italiano ha contribuito fortemente ad annullare quelle poche differenze rimaste: sinistra e destra sono ormai parole prive di senso. Forse (anzi, sicuramente) anche la scarsa rappresentanza, e un assottigliamento di idee, inversamente proporzionale al numero di partiti e partitini esistenti, ha fatto sì che la gente non votasse più.

Un diritto (e un dovere) conquistato col sangue dei Partigiani, quello del voto. L’ennesima conferma di un popolo senza memoria, che venticinque anni dopo si prepara nuovamente a fare i conti con un miliardario pluricondannato. “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva Mao Tse Tung. La confusione sotto il cielo italiano è grande. Grandissima. La situazione è eccellente, come in tanti paesi europei. Ma per le destre conservatrici, reazionarie e xenofobe che avanzano incessantemente. Lo spettro del non voto si combatte votando.

Paolo Vacca

Greenpeace

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