Alternanza scuola lavoro: intervista a una studentessa ribelle

Se il 25 marzo, giorno della domenica delle palme, aveste deciso di farvi un giro al museo di mineralogia dell’Università Federico II avreste trovato a farvi da guida non degli impiegati o dei volontari, ma i giovani ragazzi della VB del liceo classico Vittorio Emanuele II, in piena protesta silenziosa contro l’alternanza scuola lavoro.

I giovani alunni del liceo, costretti a prestare servizio durante un giorno festivo, per di più dopo una gita scolastica, hanno deciso di affidare le loro proteste a un cartellino che hanno indossato durante il turno. Cartellino in cui si spiegava che erano lì per via dell’alternanza scuola lavoro e non volontariamente.

La delegata FAI lì presente non ha apprezzato il gesto e ha agito richiamando la classe e richiedendo un incontro in presidenza, il cui risultato è stata una nota di classe che peserà decisamente sul voto finale della condotta.

Questo evento è diventato un caso, rimbalzando anche su alcuni quotidiani nazionali, così abbiamo deciso di parlare dell’accaduto con un’alunna della VB, che ha preferito rimanere anonima.

Come ci si sente ad essere diventati un caso nazionale da un giorno all’altro?

«È tutto molto strano perché non era la nostra intenzione, il nostro è stato un gesto di reazione al disagio causato dall’alternanza scuola lavoro. Poi ci siamo ritrovati in qualcosa di più grande di noi ma siamo contenti di questo perché con un piccolo gesto siamo riusciti a sollevare una grande questione, e ora continueremo a lavorare in quella direzione

Avete allargato il campo d’azione, state parlando con altre classi, istituti, sindacati?

«Sono state proprio le altre persone a venire da noi dicendoci “parliamo di questa cosa, facciamo rete”. Quindi, dopo tutto lo stress di questi giorni, iniziano a vedersi dei risultati e ne siamo contenti ma vogliamo chiarire che noi agiamo come collettivo indipendente da altre sigle che pur sposano questa battaglia, vogliamo mantenere il piano più largo e inclusivo possibile.»

Insomma non volete farvi mettere il cappello da nessuno.

«No, niente cappelli, solo cartellini.»

A proposito dei cartellini, come è nata l’idea?

«Era l’unico modo possibile. Non potevamo certo spiegare l’alternanza scuola lavoro al posto delle caratteristiche dei minerali, così abbiamo deciso di usare dei cartellini in modo che chi avesse voluto cogliere, avrebbe colto. E le persone hanno colto, anche più di quanto ci aspettassimo.»

Dopo 3 anni di alternanza, qual’è il tuo bilancio di quest’esperienza?

«C’è da considerare che fortunatamente noi abbiamo fatto un’alternanza leggera, abbiamo fatto le guide, quindi niente a che vedere con chi è andato a raccogliere le zucchine.
Nonostante questo, però, l’alternanza ha comunque pesato sia a livello di serenità personale, sia a livello didattico: abbiamo avuto problemi con i programmi, le verifiche e il resto, perché se la domenica lavori difficilmente riesci a preparare una verifica per il lunedì.»

Cosa ne pensi del fatto che un ente esterno alla scuola abbia potuto mettere pressione per una sanzione nei vostri confronti?

«L’ente ospitante deve fornire un tutor esterno con il compito di valutare la tua alternanza, nel nostro caso si trattava di un’ impiegata del FAI. Noi effettivamente  non sappiamo come sia andata la cosa perché noi non siamo stati convocati in presidenza a spiegare le nostre ragioni, tutto ciò che sappiamo è che la delegata del FAI è entrata in presidenza e quando è uscita noi avevamo una nota di classe, che a quanto pare dovrebbe portarci al 7 in condotta.»

Per sostenere l’alternanza avete delle spese, a partire da quelle di viaggio. Esiste una forma di rimborso? 

« In teoria esiste un fondo per i rimborsi ma, ad esempio, i mezzi sono esclusi dal rimborso, quindi venire la domenica a Napoli dalla provincia è interamente a spese nostre, ma soprattutto quando siamo andati a fare i due sopralluoghi al museo in cui abbiamo fatto alternanza, abbiamo dovuto pagare i biglietti di tasca nostra. La scuola ha detto che avrebbe rimborsato, ma ancora niente. Si tratta di soli 2 euro, ma è emblematico della scarsa attenzione che c’è verso questo aspetto dell’alternanza.»

Vuoi fare un appello a tutti i ragazzi che vivono una situazione simile alla vostra?

«La nostra protesta è stata improvvisata, ma ci ha fatto rendere conto di quanto questo tema possa toccare le persone anche esterne alla scuola perché non mette solo noi in difficoltà ma toglie anche lavoro a chi è formato in un determinato campo e si trova superato da dei ragazzi che sono costretti a lavorare gratuitamente. Questo episodio è servito più di tante manifestazioni, ha avviato un processo che difficilmente si fermerà, quindi chiediamo a tutte e tutti di essere recettivi, perché noi abbiamo intenzione di continuare in questa direzione.»

Un’ultima domanda: cosa diresti a chi ha progettato l’alternanza scuola-lavoro?

«Che l’avete fatta male, io sono contraria sia nel merito che nel metodo, ma probabilmente se ci aveste messo un po’ più di impegno, avreste evitato proteste. Comunque nel merito c’è da dire che avete fatto un guaio, perché così le nuove generazioni verranno a scuola con l’idea che non devono istruirsi ma trovare un lavoro, lavoro che c’è sempre meno, quindi tanto vale iniziare a cercarlo a scuola, quando la realtà è che viviamo in una società piena di diseguaglianze, dove la soluzione non sta di certo nello sfruttamento degli studenti

Alessandro Cuntreri

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