Dal body horror ai social: The Substance e l'ossessione per il corpo perfetto
Egon Schiele, Trauernde Frau (1912) (fonte: Wikimedia Commons)

Negli ultimi anni il body horror ha smesso di essere una semplice nicchia cinematografica per trasformarsi, quasi profeticamente, in una delle chiavi più efficaci per leggere il presente. Esempio lampante è The Substance (2024), film della regista francese Coralie Fargeat, che si impone come uno dei momenti più significativi del cinema contemporaneo recente, proprio perché più che un semplice film splatter, è una riflessione brutale sul rapporto tra corpo, identità, desiderio e ossessione estetica.

La parabola della protagonista Elisabeth (interpretata da Demi Moore), disposta a tutto pur di recuperare giovinezza e rilevanza social, può sembrare a prima vista una grottesca esagerazione cinematografica, ma basta spostare lo sguardo con la dovuta attenzione sugli schermi social, per percepire quel grottesco come qualcosa di familiare alla nostra realtà contemporanea.

Esempio lampante e recente è il caso dell’influencer Francesco Chiofalo, sottopostosi a un tatuaggio integrale sulla schiena eseguito con un’equipe medica e tatuatori, sotto anestesia totale. All’incirca otto ore di intervento raccontate attraverso un servizio de Le Iene danno come risultato una spettacolare esperienza estetica, facendo sì che l’episodio dialoghi in modo inquietante con le intuizioni più radicali del film di Fargeat.

La discesa nell’identità artificiale in The Substance

La narrazione di The Substance segue Elisabeth, ex diva del cinema ormai relegata a condurre un programma televisivo di fitness, che incarna il paradosso di un’industria che costruisce il mito della giovinezza eterna per poi punire chiunque smetta di incarnarlo: è proprio al suo cinquantesimo compleanno che il produttore televisivo decide di scaricarla. Ed è qui che ha inizio il decadimento identitario che coincide con la perdita di visibilità di Elisabeth, conducendola a entrare in contatto con la Substance. Una volta iniettato, il farmaco – seguendo la dovuta procedura data in dotazione nel packaging estremamente minimal – genera uno sdoppiamento, un doppelgänger giovane e migliore. Ed è proprio dalla colonna vertebrale di Elisabeth che nasce letteralmente Sue, incarnazione di un corpo giovane e perfetto. Le due identità sono vincolate da un equilibrio fragile: devono alternarsi ogni sette giorni, condividendo la stessa matrice biologica.

«Ricorda che siete una cosa sola» è il mantra che risuona compulsivamente, finendo con il diventare il nucleo filosofico più potente: in The Substance, il tentativo di separare il sé reale dall’immagine ideale genera inevitabilmente la distruzione. Quello che appare inizialmente come un patto faustiano si trasforma progressivamente in una guerra tra corpo biologico e corpo performativo, fino a esplodere in un finale grottesco e disturbante in cui l’horror diventa satira estrema della cultura dell’apparenza.

Filosofia della modificazione corporea in The Substance e non solo

The Substance è un film-oceano in cui confluiscono suggestioni molteplici: dalle citazioni al cinema di David Cronenberg, Stanley Kubrick e David Lynch fino alla riflessione sul male gaze e sull’estetizzazione del corpo femminile. Ma il film di Coralie Fargeat riesce soprattutto a intercettare alcune delle grandi ossessioni del pensiero occidentale contemporaneo. Elisabeth, nel tentativo di costruire una versione perfetta di sé stessa, finisce per allontanarsi definitivamente dalla propria identità, mentre Sue, più che una persona reale, diventa la materializzazione di un ideale estetico irraggiungibile, un vero e proprio simulacro.

Da qui emerge una radicale forma di dualismo mente-corpo: il corpo viene trattato come materia manipolabile, aggiornabile, sostituibile. Eppure la pellicola mostra continuamente quanto identità psicologica ed esperienza biologica restino inseparabili. Ogni tentativo di trascendere il limite fisico produce infatti degradazione, dipendenza e violenza.

Anche il rapporto tra Elisabeth e Sue richiama il concetto junghiano di Ombra. Sue non rappresenta soltanto la versione giovane della protagonista, ma la concretizzazione delle sue pulsioni represse: narcisismo, fame di approvazione, desiderio di perfezione assoluta. Il fallimento di Elisabeth nasce proprio dall’impossibilità di integrare questa parte oscura senza esserne divorata.

Dallo schermo ai social network

Applicata alla cultura contemporanea dei social media, questa architettura teorica diventa sorprendentemente concreta. Prima del tatuaggio in anestesia totale, Francesco Chiofalo si era già sottoposto alla cheratopigmentazione, l’intervento chirurgico che modifica permanentemente il colore degli occhi e che comporta rischi anche gravi per la vista.

Il punto non è il singolo caso, ma ciò che comporta culturalmente. Un tatuaggio integrale richiede normalmente mesi di lavoro, dolore controllato e tempi biologici di guarigione. La cultura dell’instant gratification promossa sui social, però, fatica ad accettare lentezza, limite e sofferenza. L’anestesia totale diventa così la cancellazione simbolica del dolore e dell’attesa: il corpo viene trattato come una superficie tecnica da modificare immediatamente, senza attrito. È lo stesso meccanismo presente in The Substance: il rifiuto del corpo come realtà biologica imperfetta e la sua riduzione a immagine ottimizzata.

Lo sguardo onnipresente: il controllo in The Substance

In The Substance ricorre spesso la presenza dell’occhio come simbolo di controllo e sorveglianza. Oggi dello sguardo onnipresente coincide con la logica dei social network: attraverso Instagram e TikTok, interventi invasivi, procedure chirurgiche e modificazioni corporee estreme vengono trasformati in contenuti veloci, spettacolari e facilmente condivisibili. La medicina viene estetizzata, svuotata della propria gravità clinica e ricodificata come lifestyle.

Quando un intervento chirurgico viene raccontato attraverso reel, musiche pop e narrazioni motivazionali, il rischio reale scompare dallo spazio percettivo. Complicanze, danni permanenti e conseguenze biologiche diventano dettagli secondari rispetto all’impatto visivo del “prima e dopo”. Il messaggio implicito è devastante: il corpo appare infinitamente modificabile, sempre correggibile, sempre migliorabile.

Il corpo non è più vissuto come esperienza biologica, ma come interfaccia sociale – una superficie da ottimizzare e rendre competitiva nello spazio digitale. Più cresce la distanza tra il sé reale e l’immagine ideale prodotta dagli algoritmi, più aumenta la pressione verso interventi correttivi: ogni limite biologico deve essere superato, anestetizzato o reso invisibile.

Catia Somma

Catia Somma
Raccolgo immagini, voci e storie, esplorando i territori di confine tra arte, ricerca e memoria visiva. Il mio lavoro si muove tra il documentario, la fotografia e la scrittura audiovisiva, indagando come le narrazioni contemporanee plasmano l’identità e la percezione del mondo.

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