di maio programma m5s baggianate

Può bastare rinunciare ai benefit della casta o professarsi al di sopra di qualunque ruberia per passare legittimamente come salvatore della patria?

No, nonostante la risma dei politici odierni, non può essere così facile. Ci vuole di più, ci vuole sostanza. E la sostanza dovrebbe farla il programma di un partito politico (o “movimento”) che, al di là delle proclamazioni contingenti, esasperate e forse irrealizzabili, dovrebbe sempre rispettare una certa etica: sposare, o anche solo lambire, il principio di realtà. Cosa che Di Maio non fa, esaurendo la sua carica riottosa in un centrifugato di belle parole e chimere irraggiungibili con l’unico fine di catalizzare gli umori e gli interessi di pancia degli elettori.

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Un attimo, chiariamo: ci sono senz’altro fin troppe personalità politiche impresentabili a queste elezioni (da tutte le parti), ma forse il Movimento 5 Stelle è l’unico che ancora mantiene quell’aura di speranza e credibilità alla quale molti elettori si aggrappano. E allora proviamo a scardinare quest’aura, magari iniziando con una nota di merito a Di Maio e alla sua loquacità, per averci fatto comprendere davvero cosa significhino, in ambito mediatico e politico, il termine post-verità e a latere quello di post-ideologia.

Sì, perché ci troviamo in un’epoca dove non siamo più chiamati a scegliere fra ideologie, cioè fra linee di pensiero e concezioni di vita, ma fra vere e proprie realtà alternative create ad hoc dai nostri politicanti. E con il naufragio delle prime, ci leghiamo al secondo termine, del quale Di Maio e il Movimento sono i maestri, che consiste nel pescare da ogni programma politico, di destra quanto di sinistra, per fornire un insieme di proposte conflittuali, incoerenti e spesso inattuabili sul piano pratico.

Ma procediamo con ordine. Perché diciamo questo?

Cosa contempla il fulgido programma di Di Maio che viene invocato più del decalogo cristiano?

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Reddito di cittadinanza

Il vessillo più fulgido del programma di Di Maio e soci, per un sistema assistenzialista ispirato sempre più a quello scandinavo (anche se con importanti differenze in termini di universalità). La proposta grillina mira ad assicurare ai beneficiari un reddito annuo netto pari a 9360 euro oppure a corrispondere una cifra integrativa, nel caso in cui il beneficiario (quale unico componente di nucleo familiare) possieda già un reddito minimo. Una soglia di questo tipo è calibrata sull’indice della soglia di povertà relativa (che in Italia, al di sotto di questa soglia, si trovano circa 2 milioni e 758 mila famiglie) determinata da Eurostat.

Secondo il M5S e secondo quanto confermato in un primo momento dall’ISTAT, la spesa totale del reddito di cittadinanza per le casse statali ammonterebbe a circa 14,7 miliardi di euro. Ma, secondo le stime – più ponderate e più opportune secondo molti analisti – del presidente dell’INPS Tito Boeri, la spesa si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi. Più del doppio. Senza contare le potenziali frodi a cui lo Stato si esporrebbe, per una spesa potenzialmente illimitata e incontrollabile.
Forse bisognerebbe guardare al Venezuela di Chávez per vedere quali sventure si possono innescare elargendo benefici spropositati.

Aumento del deficit per far crescere l’economia

Luigi Di Maio sostiene che per smuovere l’economia del paese sia necessario sfondare il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e PIL, “limite” massimo previsto dal Patto di Crescita e Stabilità dell’UE. Una mossa che, in soldoni, prevede un’ulteriore spinta nella spesa statale aumentando ancor di più il debito pubblico – in decrescita solo nel 2017. Già Moscovici (Commissario UE agli Affari economici) ha pronunciato la sua contrarietà alla potenziale manovra che, non dovesse produrre gli effetti sperati, rischierebbe di far vacillare economicamente tutta l’Eurozona. Perché se l’Italia affonda, gli altri paesi UE magari non la seguono, ma con l’acqua alla gola ci arrivano lo stesso.
Sempre ricordando che il deficit, purtroppo, non è una mera cifra illustrativa: prima o poi ricadrà sulle nostre tasche, o su quelle dei nostri figli o dei nostri nipoti. 

Le coperture

Ogni spesa ha bisogno della sua copertura per essere finalizzata. Il Movimento 5 Stelle ha, quindi, già programmato numerosi tagli alla politica, ai privilegi, ai vitalizi, agli sprechi dello Stato per una spending review da far girare gli occhi. E secondo le stime di Di Maio si risparmierebbero ben 50 miliardi di euro l’anno. Ottimo. C’è solo un problema: quello di trovare appendici inutili da tagliare ogni anno. Ed in ogni caso, pur trovandole, non si coprirebbe l’intero stock di investimenti promessi. E a quel punto ci sarà solo una cosa da fare: aumentare il debito e l’esposizione nei confronti di soggetti economici terzi.

Debito pubblico

Il nefasto “debito pubblico” che appare sempre indesiderato non permettendo il lieto fine della favola. Eppure Di Maio ha la soluzione anche in questo caso: promette la sua riduzione di quaranta punti in dieci anni. Concreta possibilità o millanteria? Due conti veloci: il debito pubblico è pari circa a 2.275 miliardi, il PIL italiano è di circa 1.670 miliardi e oggi il rapporto tra i due è pari al 132%. Per far sì che esso scenda di 40 punti, cioè fino al 92%, il debito dovrebbe scendere in dieci anni di circa 700 miliardi, più o meno 70 miliardi di euro ogni anno. Ecco, visti tutti gli investimenti promessi da Di Maio, viene spontaneo chiedersi: dove li troverà questi soldi? Ci troviamo di fronte a un controsenso, o forse a una favola che più che affascinarci lascia davvero sconcertati.

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Per finire, solo per citarli ci sarebbero da chiarire tutte le preferenze di marosa espresse su questioni culturali ed economiche centrali come quella sui vaccini e l’euro.

Insomma, siamo un paese che arranca, mettendosi in scia di una lenta ripresa economica mondiale di cui solo ora si scorgono i prodromi. E la classe dirigente se ne vanta, alimentando parabole inconsistenti, miti illusori, di un’italianità fatta di sacrificio e resilienza. Ma la verità è un’altra: c’è tanto da radere al suolo e altrettanto da ricostruire – da cambiare.

Ma, pur tenendo fede a questo monito, non dovrebbe mai esser perso di vista il come e il cosa cambiare, e ciò a sua volta non dovrebbe mai limitarsi a quello che le proprie orecchie vogliono sentire.

Enrico Ciccarelli

2 Commenti

  1. Bravo Enrico Ciccarelli. Continua a studiare ed approfondire. Tu il “LIBEROPENSIERO”. non sai nemmeno cos’è però hai comiciato presto a leccare culi.

  2. Ahahahah grande Guido.
    Siete solo dei leccac*** che non sanno più che inventarsi per andare contro il movimento perché avete paura!

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