L'anima al lavoro: il libro di Franco Berardi detto Bifo, riporta il processo di alienazione del capitalismo, nel quale sono venute meno le dicotomie antiche che dividevano i servi ed i padroni per lasciare spazio ad un mondo abitato solamente da schiavi
L'anima al lavoro: il libro di Franco Berardi detto Bifo, riporta il processo di alienazione del capitalismo, nel quale sono venute meno le dicotomie antiche che dividevano i servi ed i padroni per lasciare spazio ad un mondo abitato solamente da schiavi

Nel mondo della globalizzazione e della recente critica dal mondo di internet, potrà essere utile rendere noto uno dei lavori più completi di Franco Berardi, detto Bifo, il quale ha deciso di riportare nel libro “L’anima al lavoro“(2016) il suo escursus ideologico sul mondo dell’Operaismo degli anni ’70 fino ad arrivare ad una critica del mondo della tecnologia e dell’innovazione moderna. Il capitalismo, definito come processo di produzione ed estorsione di plusvalore, si protrae nell’immaginario collettivo non solo come forma di alienazione ma soprattutto come fine, come scopo.

L’anima al lavoro compie un’operazione quasi archeologica, figlia di un’ideologia foucaultiana, la quale porta il filosofo a ripercorrere il ruolo del lavoro e dell’anima. Questi due paradigmi, sociali e culturali, restano alienati dalla dissimulazione e processualitá del fenomeno capitalista, trasformatosi e adattato ai cambiamenti della modernità e del progresso scientifico.

Oltre a marcare lo stretto conflitto apertosi tra Sartre e Marcuse, sotto il baluardo della definizione di alienazione, Franco Berardi ci porterà alla scoperta della tradizione comunista e della lotta di classe, la quale sembra essere oggi subordinata ad un’ideologia dominante in cui non si può più delineare solamente il profilo di una élite borghese, ma in cui è proprio dal desiderio deleuziano, a partire dall’anima, che si apre la strada per l’alienazione del sistema capitalistico.

La necessità di riportare l’anima alla sua produzione desiderante è uno degli obbiettivi che Franco Berardi prova a completare, o quanto meno a indicare una strada. La strada che ha portato alle nuove rivoluzioni tecnologiche è lastricata di cadaveri di innovatori, lavoratori e operai ma anche di borghesia e capitani d’industria: il lavoro come modus vivendi di un esproprio capitalistico in cui non si vengono più a formare gruppi diversificati tra di loro, quelle forme da servo-padrone che annichilivano il pensiero dopo Hegel. Ci troviamo nella situazione in cui esistono solamente schiavi di un sistema che si esercita per rassicurare la sopravvivenza stessa del capitale umano, necessario al suo sviluppo e proliferazione.

Il libro di Franco Berardi apre la strada per interrogarsi a fondo sui temi controversi come quello dell’illusione delle masse da parte di taluno o talaltro, che continua a serpeggiare come un virus negli ambiti del nuovo tecno-populismo. Reich ha avuto il merito di mostrarlo qualche tempo fa: «le masse non sono mai state ingannate». Non esiste che desiderio e campo sociale. I popoli hanno sempre mutato e influenzato il campo sociale in cui hanno vissuto, producendo nuove forme di espressione e rappresentazione, ed era dunque prevedibile che si arrivasse a produrre una nuova formula di decodificazione dei flussi, che servisse non solo a comprendere tutte le precedenti produzioni, ma soprattutto ad incatenare le seguenti.

Un luogo che potesse servire a migliorare le prestazioni del capitale sempre più con la necessità di de-territorializzarsi, sperimentare nuove vie di fuga, alimentare quel bisogno di produzione del lavoro insito nelle macchine produttrici di capitale e plusvalore da estorcere: la popolazione.

Il libro di Franco Berardi può aiutare a comprendere dunque il capitalismo non solamente come sistema in cui si pongono delle coordinate economiche e politiche, ma soprattutto fornire un metodo di alienazione cui tutta la produzione deve essere assoggettata, così da garantire e la sopravvivenza e la riproduzione del capitalismo. Sarà chiaro, quindi, che tutte le rivoluzioni industriali, il progresso, i metodi e la produzione di lavoro, anche il sentimento puramente umano di felicità sia subordinato e dipendente a questa escalation di importanza empirica del simbolismo e dell’individualismo capitalista: il sogno borghese di una privata ricchezza, senza fine. Se riuscissimo a compiere questa operazione foucaultiana di decostruzione mirata delle strutture capitalistiche, in esso rimarrebbe una tendenza ad assimilare il nuovo, a rendere schiave quelle stesse produzioni della popolazione. La meditazione di Klossowki sul rapporto tra pulsioni e istituzioni, sulla presenza di pulsioni nella stessa infrastruttura economica (sviluppata in La monnaie vivante 1970) può aiutare a comprendere questa particolare e singolare meccanica del capitalismo, in cui «la produzione sociale dei “beni” impone la sua regola al desiderio tramite un io la cui unità fittizia è garantita dai beni stessi»(Antiedipo, Guattari-Deleuze). Il capitalismo viene così a interagire e a codificare il campo d’immanenza sociale, e ne costruisce le proprie macchine di riproduzione.

Sul piano della storia evolutiva dell’uomo, tuttavia, non si era mai presentata così empiricamente la possibilità di costruirsi artificialmente una nuova realtà, uno spazio in cui si potessero riprodurre le interconnessioni che caratterizzano e definiscono l’essere umano nel campo sociale dell’immanenza. L’anima al lavoro espone tutti i suoi paradossi, tutte le sue contraddizioni psicologie, interessi, amicizie e sogni. Soprattutto i sogni. Una struttura creata artificialmente per ospitare qualsiasi cosa al suo interno, con il limite ultimo posto nell’immaginazione di chi lo utilizza. E con esse, anche la riconciliazione di un plusvalore rimosso, estorto dall’utente-capitale che produce con la sua stessa presenza il meccanismo di libertà garantito dallo strumento stesso. Il lavoro dell’anima nella sua veste più pura, nella sua contraddizione che ne forma la struttura.

Niccolò Inturrisi

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