Santo Graal

Nell’omonimo film del 1989 diretto da Steven Spielberg, Indiana Jones si impelaga nella tormentata ricerca del Santo Graal, proiettandoci in una vera e propria riscrittura cinematografica di una antica leggenda letteraria.
La peregrinazione che il protagonista si ritrova a dover affrontare è vecchia di millenni e compare per la prima volta in ambito letterario, nel 1190 nel romanzo incompiuto “Perceval” di Chretien de Troyes.

Generalmente con “Santo Graal” si indica la coppa da cui Gesù avrebbe bevuto il vino in occasione dell’ultima Cena: è uno dei simboli della passione ed è un oggetto legato alla spiritualità; insomma, importante manufatto della religione cristiana. Le leggende sul suo conto e l’aura esoterica che ormai lo circonda, hanno iniziato ad insinuarsi quando nel XII secolo, papa Gregorio VII, intimorito dal fatto che il territorio era diviso in due fazioni (una sotto dalla dinastia dei Plantageneto e l’altra composta dalla federazione germanica nota come Sacro Romano Impero) decise di porre il potere religioso come centrale ed unitario. Così dichiarò i cavalieri cristiani “vassalli di San Pietro”, costringendoli ad anteporre la loro fedeltà alla Chiesa rispetto a quella verso i loro signori feudali.

La letteratura medievale, specchio della società poiché motivo di diletto e di propaganda, ha assorbito questo improvviso cambiamento con l’introduzione di motivi religiosi che hanno iniziato a muoversi di pari passo con le avventure degli indomiti cavalieri cortesi.
A tal proposito nel “Perceval” Chretien riesce a costruire in parallelo due storie, quella di Galvano, un cavaliere che agisce sul mondo terrestre e alle prese con le classiche avventure utili alla sua maturazione e alla sua ascesa, e quella di Perceval, un umile giovane che dovrà essere protagonista di un percorso tortuoso che dovrà condurlo alla sua purificazione. Perceval è destinato a dover ritrovare il Santo Graal, interpretando un mondo fatto di segni e di ambivalenze (al castello del Re Pescatore vede una processione in cui è presente un piatto d’oro con pietre preziose e un ragazzo con in mano una lancia insanguinata, elementi da identificare probabilmente con i simboli della passione), mentre Galvano rappresenta una forma di vita divenuta fine a se stessa, statica, che si esaurisce nella sua apparente ed esteriore perfezione.

Sono stati molti gli autori successivi a Chretien de Troyes che hanno cercato di concludere la sua storia, tra questi ricordiamo Robert de Boron che ha codificato tutta la leggenda così come ci è poi pervenuta.

Dal punto di vista terminologico, Graal può derivare sia dal latino “gradalis” con il significato di “piatto per servire le carni” o dal greco “krater” che identifica un calice munito di maniglie. Proprio in queste fattezze il Santo Graal è ripreso da Boron che ci racconta della coppa utilizzata nell’Ultima Cena da Cristo (altri autori lo identificheranno anche con il piatto in cui Giuda intinse le dita), portata da Gerusalemme in una terra in Occidente, probabilmente in Inghilterra, perché i sostenitori dell’esistenza effettiva della coppa ritengono che Gesù l’abbia ottenuta in Cornovaglia da un Druido convertito al cristianesimo.

Probabilmente l’artefice di questa impresa fu il personaggio biblico Giuseppe di Arimatrea che portò in Gran Bretagna (o, secondo altre fonti, assegnò al fratello tale compito) la lancia che ha trafitto il costato di Cristo e la coppa che ha raccolto il suo sangue, creando un collegamento tra le imprese in Terra Santa e il magico regno di Artù. Giuseppe ricevette infatti la coppa del Santo Graal da Ponzio Pilato dopo la morte di Cristo, raccolse lì il suo sangue e, dopo quarant’anni di prigionia, costruì una tavola del Graal di tredici posti, proprio in onore dell’Ultima Cena. Questa fu da ispirazione a Merlino, che consigliò a Re Artù la creazione della Tavola Rotonda. Così il Santo Graal entra in contatto  con la materia di Wace, un oggetto simbolico che permette la possibilità di un rapporto ideale inter pares tra il re e i suoi cavalieri.

Non a caso il Santo Graal è diventato anche simbolo di un contenitore dispensatore di vivande a tutti i cavalieri puri d’animo, legame che si evolverà con la sovrapposizione dell’oggetto alla Santa Eucarestia.

Man mano che le crociate progredivano e con loro anche il fanatismo religioso, la ricerca delle reliquie sante divenne una vera caccia al tesoro per recuperare tutte le tracce che Cristo ha lasciato sul mondo terrestre. I crociati entrarono facilmente in contatto con la mitologia e le storie esoteriche, così da diffonderle in tutta Europa. Le leggende antiche hanno trovato quindi modo di alimentarsi con racconti verosimili che promettono il ritrovamento di oggetti sacri e preziosi all’interno di chiese e basiliche imponenti o abbandonate e la ricerca del Sacro Graal diventa emblema di questo periodo di crisi della fede, tanto che in molti siano arrivati a pensare che questo oggetto misterioso sia stato davvero ritrovato dai Templari e sia stato riportato nel Vecchio Continente, probabilmente al castello di Gisors (in Francia), alla Cattedrale di San Nicola (Bari), alla Chiesa della Gran Madre di Dio (Torino), Glastonbury (Inghilterra), al Castel del Monte (Andria), al Takht-I-Sulaiman (Iran nord-occidentale), o forse al castello di Montségur (Francia).

Il Santo Graal quindi assume in sé una serie di precetti e di idee fuorvianti del tutto lontane dall’idea di percorso spirituale, strada capace di condurre verso la luce dell’Eucarestia del Medioevo. Questa deviazione è l’eredità che ci ha tramandato soprattutto la Massoneria tra il 1700-1800.

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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