Quando si chiude un buco dell'ozono se ne apre un altro
Credit: nasa.gov

Nella stratosfera, il secondo dei cinque strati che compongono l’atmosfera terrestre, è concentrata la quasi totalità dell’ozono (O3) del nostro Pianeta. Conosciuto con il nome di ozonosfera, questo strato, situato tra i venti e i trenta chilometri di altezza, ricopre un ruolo fondamentale nell’assorbire gran parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole e gravemente nocive per gli esseri viventi presenti sulla Terra. Il primo maggio 1985 un gruppo di scienziati guidato da Joseph Charles Farman pubblicò sulla rivista Nature uno degli articoli scientifici più importanti del secolo: a ventidue chilometri di altezza sopra l’Antartide perdite di O3 causate dalle attività umane avevano dato origine al famigerato buco dell’ozono.

Il Protocollo di Montreal

Nel 1987, due anni dopo la pubblicazione dell’articolo inerente le perdite di ozono nel Polo sud, l’UNEP, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, diede vita al Protocollo di Montreal, un trattato internazionale entrato in vigore nel 1989 con cui i 197 Paesi firmatari si impegnarono a contenere i livelli di produzione e di consumo degli elementi dannosi per la fascia d’ozono stratosferico. Le sostanze ozono lesive (Ozone Depleting Substaces = ODS) sono in grado di distruggere le molecole di ozono trasformandole in semplice ossigeno, assottigliando così l’ozonosfera. Tali ODS si dividono in nove gruppi tra cui i clorofluorocarburi (CFC), principali responsabili dell’assottigliamento del suddetto strato e per questo vietati a livello mondiale. Nonostante ciò «La maggior parte dei CFC messi in circolazione sono ancora intrappolati in apparecchi e impianti isolanti di vecchia generazione il cui deterioramento comporta un lento rilascio di CFC.» si legge sul sito del Ministero dell’Ambiente.

L’annoso problema che ci accompagna da ormai decenni, di cui tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta nella vita e a cui tutti (scienziati esclusi) abbiamo dato non troppa rilevanza, come si è soliti fare con i problemi ambientali, sembra essere a un punto di svolta. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature conferma infatti che lo strato di ozono è in via di guarigione. Per Antara Banerjee, membro del CIRES in visita all’Università del Colorado Boulder e autore principale della ricerca, l’emisfero meridionale del nostro Pianeta è interessato da variazioni dei modelli di circolazione dell’aria dovuti al restringimento del buco dell’ozono. Tale riduzione dell’assottigliamento dell’ozonosfera è attribuibile all’applicazione delle misure contenute nel Protocollo di Montreal.

Buco ozono
L’esaurimento dell’ozono antartico si verifica principalmente tra le altitudini di 12 e 20 chilometri, una regione in cui si formano rapidamente nuvole stratosferiche polari, necessarie per il processo di distruzione dell’ozono
Immagine: esrl.noaa.gov

Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, a causa dell’esaurimento dell’ozono atmosferico, la corrente a getto (venti molto intensi presenti ai limite della troposfera che circumnavigano tutto il pianeta Terra in senso longitudinale) presente nell’emisfero meridionale si spostava verso il Polo sud. «Il nostro studio ha scoperto che tale movimento si è fermato dal 2000 e potrebbe persino essere invertito. La pausa nel movimento è iniziata nello stesso periodo in cui il buco dell’ozono ha iniziato a restringersi», afferma Banerjee, che poi aggiunge «Le emissioni di sostanze responsabili del buco dell’ozono (CFC, Halon, Bromuro di metile e altri) sono iniziate a diminuire intorno al 2000, grazie al Protocollo di Montreal».

Tutto ciò non fa che confermare che il trattato internazionale funziona, riparando i danni ambientali innescati dalle attività antropogeniche. Si deduce quindi che l’applicazione delle misure contenute in tali accordi, riguardanti non solo l’ozonosfera ma anche e soprattutto le emissioni inquinanti che causano i cambiamenti climatici, possono aiutare la civiltà umana nella realizzazione di un futuro ecosostenibile, di una società in cui la giustizia climatica rappresenti qualcosa in più di uno slogan e di un’utopia.

Buco dell’ozono nell’Artico

«Un vasto buco nell’ozono – probabilmente il più grande mai registrato nel nord – si è aperto nei cieli sopra l’Artico. Compete con il più noto buco nell’ozono antartico che si forma nell’emisfero meridionale ogni anno». L’apertura dell’articolo pubblicato su Nature sembrerebbe abbattere ogni possibile ottimismo derivante dalle buone notizie inerenti l’ozonosfera dell’emisfero meridionale.

Le rigide temperature antartiche favoriscono la formazione di nuvole d’alta quota, nella quale i prodotti chimici derivanti dalle attività umane scatenano reazioni chimiche che permettono la distruzione dello strato di ozono. I forti venti provenienti da occidente hanno fatto sì che un vortice polare intrappolasse l’aria fredda anche sul Polo nord, zona in cui il fenomeno che annualmente si verifica nell’Antartide è molto più raro. Grazie all’uso di palloni meteorologici, lanciati dalle basi di osservazione presenti nell’Artico, i ricercatori hanno scoperto che a diciotto chilometri di altezza lo strato di ozono si era ridotto del 90%. «Dal mio punto di vista, questa è la prima volta che puoi parlare di un vero buco dell’ozono nell’Artico» dichiara Martin Dameris, scienziato atmosferico presso il Centro aerospaziale tedesco di Oberpfaffenhofen.

Buco ozono
Un raro buco dell’ozono, che ricopre un’area circa tre volte più grande della Groenlandia, si è formato sull’Artico.
Immagine: nature.com / NASA Ozone Watch

Secondo Paul Newman, scienziato presso il Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt nel Maryland, in virtù del Protocollo di Montreal il buco nell’ozono artico non rappresenterà un’ulteriore pericolo per la salute umana. Solo nel caso in cui il buco si sposti verso latitudini più basse e quindi verso aree popolate (le possibilità sono minime) le persone dovranno prendere accorgimenti per evitare scottature derivanti dalle radiazioni dei raggi ultravioletti. In ogni caso tale situazione non sarà difficile da gestire.

Grazie all’aumento delle temperature atmosferiche nella regione artica, che favoriscono una rottura del vortice polare, il buco dell’ozono comparso sul Polo nord potrebbe presto iniziare a “guarire”. «In questo momento stiamo solo guardando con impazienza cosa succede poiché il fenomeno non si è ancora completamente concluso.» afferma Ross Salawitch, scienziato atmosferico presso l’Università del Maryland.

Marco Pisano

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