COP30
Fonte immagine: https://cop30.br/pt-br

Dal 10 al 21 novembre si terrà a Belém, in Brasile, la trentesima Conferenza delle Parti sul clima. Genericamente chiamate COP, queste conferenze sono un appuntamento annuale che, dalla prima edizione di Berlino 1995, rappresentano un momento di discussione e riconfigurazione della governance internazionale della politica sul clima. La configurazione di questo evento può essere pensata come un misto tra un insieme di consigli internazionali e un expo: vi sono tavoli di lavoro, sessioni di negoziazione tra lǝ delegatǝ dei paesi membri; ma ci sono anche presentazioni e panel di associazioni e aziende nei pressi dei padiglioni dei vari paesi. Le COP si concludono con una plenaria, in cui i paesi membri (le parti che aderiscono alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico) stilano un accordo per i nuovi obiettivi da raggiungere e i nuovi impegni. Dato che deve essere firmato da tutti i paesi membri, l’accordo finale risulta spesso un compromesso tristemente insufficiente per il reale contrasto all’emergenza climatica.

Le COP rappresentano uno snodo chiave per comprendere l’andamento della politica internazionale in materia di ecologia. Negli ultimi anni abbiamo assistito, però, a diversi fenomeni che hanno messo in discussione la centralità delle COP: da un lato, un fronte apertamente negazionista, che vede nella politica di Trump un esempio lampante; dall’altre parte, una forte contestazione al sistema istituzionale proveniente dai movimenti ecologisti, che hanno messo in discussione soprattutto il carbon trading dogma (cioè la fede nei meccanismi di mercato come strumenti principe della lotta alla crisi climatica).

Considerate le debolezze interne e le pressioni esterne al sistema COP e date anche le aspettative per un’edizione che si terrà in uno stato simbolo delle questioni ecologiste e con un governo attento – almeno a parole – a tali tematiche, la COP30 di Bélem si prospetta un momento importante ma anche complesso per la storia degli accordi sul clima. Per questo motivo abbiamo chiesto a Lorenzo Tecleme di parlarci della COP 30. Tecleme si occupa da anni di clima e politica, cercando di mostrare il loro inscindibile legame e soffermandosi molto sulle varie edizioni delle COP: giornalista per Valori.it, Il manifesto e Fanpage, Tecleme ha anche curato nel 2022 per Castelvecchi Guida rapida alla fine del mondo.

La COP30 di Belem sembra una COP carica di tante premesse. Siamo anche a dieci anni dagli Accordi di Parigi e molti commentatori sperano che il 2025, come il 2015, porti a orizzonti nuovi e a un quadro normativo rinnovato. È realmente un punto di snodo questa COP? C’è lo spazio per un prossimo accordo storico come quello del 2015?

Parigi è stato il maggior successo del processo negoziale sul clima delle Nazioni Unite, ma non venne dal nulla. C’erano una serie di condizioni che lo hanno reso possibile – governi progressisti, buone relazioni tra Cina e Stati Uniti, pressione dal basso. Oggi quelle condizioni, semplicemente, non ci sono. Gli Stati Uniti, il secondo emettitore mondiale in termini assoluti, hanno un piede fuori dal processo. Le relazioni internazionali sono molto più tese di prima – pensiamo ai fondi per la transizione a rischio tagli per il riarmo – e senza pace non c’è dialogo sul clima. Insomma, sarei piacevolmente stupito se Belém si rivelasse una nuova Parigi, ma non ci scommetterei la legittima.

Ci sono però degli elementi che rendono COP30 interessante. Il primo è il ritorno dei negoziati in un Paese democratico, dove sarà possibile protestare. Per la prima volta da anni, sarà interessante vedere anche quello che succede fuori dalle sale delle trattative. E poi c’è, paradossalmente, la ritirata di Washington da monitorare. Qualcuno si farà avanti per prendere il posto degli Stati Uniti? Come risponderà la comunità internazionale ad un Trump che, lo abbiamo visto all’ultima assemblea generale delle Nazioni Unite, vuole picconare sia il multilateralismo sia la transizione?

Come in ogni COP, i temi scelti e i meccanismi da modificare o implementare sono tantissimi e di varia natura. Quali sono secondo te i temi più caldi che verranno trattati? Quali sono gli strumenti, finanziari e non, di maggiore importanza che saranno discussi?

Il primo punto sono gli impegni nazionali di transizione e riduzione delle emissioni. Che ogni Paese doveva presentare prima della COP, ma che in molti casi non sono ancora arrivati. Sono questi a darci davvero il polso di come sta andando il dialogo globale sul clima.

Poi ci sono una serie di questioni procedurali: noiosissime e complicate da spiegare, ma terranno occupati i delegati e, in qualche caso, potranno fare la differenza. Ad esempio, bisognerà decidere chi gestisce il Fondo Perdite e Danni, un meccanismo ideato nel corso della COP27 in cui i Paesi ricchi si impegnano a risarcire i più poveri quando colpiti da eventi meteorologici estremi. Un dossier potenzialmente rivoluzionario, se ben finanziato, che interessa moltissimo al cosiddetto Sud globale. Ha senso aspettarsi che, in un contesto di forte polarizzazione, la presidenza della COP (che è brasiliana) punti ad accordi e annunci laterali, siglati non dalla COP nel suo insieme, ma da singole nazioni. Proprio la possibilità di un gruppo di volenterosi per il clima, di nazioni che prendano impegni ambiziosi anche senza bisogno del consenso della comunità internazionale tutta, è uno scenario non tra i più probabili, ma sicuramente tra i più interessanti.

Infine, l’elemento politico che dicevamo prima. I toni contano: sarà una COP che si oppone al negazionismo trumpiano, che lo ignora o che lo asseconda?

Nelle scorse due COP, quella di Dubai e quella di Baku, hanno avuto poco spazio la società civile e i movimenti dal basso. Da un lato, la scelta di una COP alle porte dell’Amazzonia apre a un maggior protagonismo dei popoli nativi; dall’altro i costi alti e le difficoltà logistiche fanno sì che Bélem sia una meta proibitiva per giornalistǝ indipendenti e attivistǝ. Vedremo ancora una volta una COP poco partecipata da parte della società civile? Oppure c’è la possibilità che i movimenti dal basso, specialmente quelli dei nativi, possano comunque far sentire la propria voce?

Il paradosso è proprio quello che dici: il ritorno dei negoziati in una nazione dove è possibile manifestare senza finire in carcere (almeno, di solito) coincide con una COP tra le più costose della storia. Belém è una città relativamente piccola e situata in un ecosistema particolarmente fragile. Alloggiare le decine di migliaia di persone accreditate, per non parlare di chi accorrerà per protestare, è complesso e dispendioso. Come sempre, lobbisti e grandi media non avranno problemi: gli attivisti un po’ di più.

Io mi aspetto una società civile molto brasiliana e molto latinoamericana, e non è un male. Vedere il Sud globale prendersi quantomeno il fuori potrebbe dare vita ad esercizi di democrazia e fantasia politica di cui c’è molto bisogno.

La COP30 può esser vista anche come un’opportunità di maggiore protagonismo da parte dei paesi più colpiti dalla crisi climatica, con un’agenda maggiormente trainata dal “Sud globale”? Può essere un momento importante di riflessione, nelle sedi istituzionali, su tutti quei progetti e processi in ambito ambientale che si dimostrano inficiati da dinamiche neocoloniali?

Di protagonismo del Sud globale si parla da alcuni anni, e spesso questa aspettativa rimane delusa. Nonostante il declino dell’unipolarismo statunitense e l’ascesa della Cina, ho la sensazione che tante dinamiche neocoloniali e tanti rapporti di forza squilibrati siano ancora in piedi.

Detto ciò, è un dato di fatto che uno spazio da prendersi sembra ci sia. Il fratello maggiore del Sud globale, cioè la Cina, potrebbe occuparlo. La presidenza brasiliana – con le sue molte contraddizioni, Lula estrae petrolio come il suo predecessore – potrebbe provarci almeno parzialmente assieme agli altri governi progressisti dell’America latina. La Colombia di Gustavo Petro, ad esempio, è uno dei tentativi di transizione ecologica fuori dall’Occidente più promettenti in assoluto. E alla scorsa COP furono due donne, le ministre Marina da Silva (Brasile) e Susana Muhamad (Colombia), a portare a casa un bel pezzo di trattativa. Vedremo!

Di sicuro, una cosa possiamo dirla. Le COP sono uno dei pochi spazi in cui il cosiddetto Sud globale ha modo di farsi sentire. Ai vari G – 7,8,20 – che si sono susseguiti questo non succede. Anche per questo vale la pena seguirle.

Chiudo chiedendoti una riflessione generale sulle COP. Qual è quindi lo stato di salute di questo sistema? C’è la possibilità che a fianco di queste cornici istituzionali acquistino sempre più importanza altri percorsi possibili, come quelli aperti dai movimenti di piazza?

Per ora, temo, c’è il rischio che assumano sempre più importanza le armi e la legge del più forte, piuttosto che processi aperti e democratici. Le COP, come altri pezzi di Nazioni Unite, hanno il compito di dimostrare che possono ancora funzionare, che sono ancora un modo di risolvere problemi senza passare dai carri armati. Vale anche e soprattutto per il riscaldamento globale, che è un moltiplicatore di disuguaglianze e conflitti quando non gestito.

Detto ciò, i cambiamenti arrivano quando cambiano i rapporti di forza nelle società. Più le persone sapranno prendersi protagonismo – con le piazze, col voto – più sarà possibile immaginare percorsi democratici di gestione della crisi climatica.

Fabrizio Ferraro

Fabrizio Ferraro
Mi sono laureato nel 2022 in filosofia con una tesi su Darwin. Da quel momento ho coltivato una passione per tutte le questioni intorno alla vita e ai viventi, soprattutto quelle legate agli animali non umani e alle nostre relazioni con loro. Grazie a Libero Pensiero cercherò di scrivere di ambiente, degli animali e dei loro diritti, con l’intento di fare la mia parte in queste sfide complicate.

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