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Myss Keta, l’avanguardia della mascherina e del femminismo pop

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Myss Keta (Fonte: thesubmarine.it)

Identità segreta come diversi suoi illustri predecessori, tanta ironia e un approccio leggero, commerciale al femminismo. Chi è Myss Keta, l’artista che indossava la mascherina da prima che diventasse mainstream?

Myss Keta, l’oscura signora della Milano da bere

(Fonte: GAY.tv)

Myss Keta è una rapper nata su YouTube nel 2013, diventata famosa grazie al pezzo trash “MILANO SUSHI & COCA”, lanciato dal collettivo Motel Forlanini. Il brano è nato in una notte d’estate e ha segnato l’inizio del progetto Myss. La sua identità è segreta, il suo volto è sempre coperto da grossi occhiali da sole e da una mascherina. E la mascherina non è solo un simbolo estetico e di mistero, è un richiamo alle maschere nello spettacolo, al teatro greco.

La Myss non ha paura di essere eccessiva, di essere volgare. Ha una sicurezza sfacciata, che viene dalla maschera ma anche dalla città che celebra nelle sue canzoni: Milano. Milano al centro della vita dissoluta, Milano europea, una città colta, un po’ radical chic, molto pop e molto glamour. E nei suoi testi il richiamo alla capitale della moda e al suo mondo così fashion è fortissimo: in Burqa di Gucci fa riferimento a vari brand di moda – non fast fashion, solo lusso – e le stiliste più citate nelle sue canzoni sono Miuccia (Prada) e Donatella (Versace). Due stiliste, due donne potenti, emblema del successo, che sono anche i nomi di due delle ragazze di Porta Venezia. E ancora, Myss Keta affronta con audacia argomenti complicati, narrando senza tabù quello che è il sesso e come si vive il sesso. La sessualità non ha limiti, non ha categorie, è amore puro e tanto basta. In “Una donna che conta” fa un elenco ironico degli uomini famosi con cui ha intrattenuto relazioni, divisi per decennio dagli anni ’80 fino ad oggi, e racconta degli stravizi di quegli anni.

Parla di sé consapevole di essere a metà tra persona e personaggio, Myss Keta ha un solo scopo nella vita: essere sé stessa. E questo significa creare scalpore e utilizzare l’ironia e il grottesco per parlare di argomenti ancora considerati scandalosi, combattere le convenzioni sociali, abbattere le tradizioni.

Le ragazze di Porta Venezia

(fonte: robadadonne.it)

Le ragazze sono tornate e questa volta hanno portato il loro manifesto: Le ragazze di Porta Venezia è il posto da cui tutto è partito, il posto per iniziare una lotta, creare un luogo di condivisione, uno spazio libero da ogni pregiudizio, luogo comune e perbenismo.

Nel 2015 esce la prima versione di questo brano, un mondo colorato e inclusivo in cui la Myss concentra aggregazione queerness, donne unite e potenti, culture club. Nel 2019 esce la nuova versione de “Le ragazze”, dove l’inclusione è ancora maggiore, ognuno è libero di essere sé stesso, è un manifesto femminista ma non solo: è un manifesto di libertà. E accanto alla Myss numerose personalità, tutte diverse, tutte uniche, tutte unite sotto il segno di THE MANIFESTO. Questo pezzo non è solo il manifesto della libertà d’espressione, è anche e soprattutto simbolo di sorellanza. Queste ragazze pretendono rispetto, che le loro voci vengano ascoltate, combattono le sovrastrutture sociali e i pregiudizi, una ragazza di Porta Venezia “vuole, desidera, brama, pretende, decide, comanda, esige, domanda.” THE MANIFESTO diventa quindi la parola che dovremmo seguire, la direzione che dovremmo prendere, un femminismo pop ma non per questo meno significativo, il cui obbiettivo è l’inclusione e combattere ogni tipo di pregiudizio.

Myss Keta è davvero femminista?

(Fonte: ilsole24ore.it)

Il femminismo di Myss Keta viene però anche criticato: c’è chi vede dietro al progetto qualcosa che poco ha a che fare con l’autodeterminazione. Innanzitutto viene mossa la prima osservazione: Myss Keta è un progetto che ha alle spalle 3 uomini, e cioè un producer, un regista e un grafico. Seconda osservazione: non è un’artista indipendente ma anzi è ben collocata all’interno del sistema della Major e dei gruppi editoriali.

Nonostante la vicinanza con Non Una Di Meno le viene contestato il fatto che il suo motto “voglio insegnare a tutti ad accettarsi” sia molto lontano da quello che è un serio percorso femminista, quello che combatte la violenza maschile sulle donne. Nei suoi testi e nelle sue performance ci sono una serie di rimandi che contrastano con la battaglia femminista: il riferimento all’Isis, lo sfruttamento animale, la nostalgia per la Milano da bere e per l’avvocato Agnelli.

A questo punto c’è da chiedersi se e quanto effettivamente Myss Keta stia combattendo una battaglia femminista o se stia cavalcando un’onda potente come quella della liberazione del corpo femminile, senza però argomentazioni politiche serie.

Valentina Cimino

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