Conte, Grillo, Di Maio: il triangolo impossibile di un Movimento senza Stelle
Fonte immagine: Wikimedia Commons/M5S

Dalla scissione di Luigi Di Maio, che assieme a circa 60 parlamentari ha formato il gruppo parlamentare “Insieme per il futuro”, alla presunta telefonata tra Mario Draghi e Beppe Grillo: per il Movimento Cinque Stelle quello appena trascorso è stato un mese davvero difficile. E a pagarne le conseguenze è soprattutto il suo leader, Giuseppe Conte, che appare più debole che mai. La stabilità per il M5S è soltanto un lontano ricordo e, a meno di un anno dal voto, la situazione interna si presenta mai come ora intricata e magmatica.

Al centro delle continue dispute interne ci sono sempre gli stessi nomi. Il primo è sicuramente quello di Giuseppe Conte, Presidente del M5S, che dopo un’autorevole esperienza di governo con il Partito Democratico è stato associato dapprima informalmente e poi incoronato figura chiave del M5S, oscurando tutti gli altri. Ovviamente non può mancare Luigi Di Maio, dimessosi da capo politico nel gennaio 2020 ma mai completamente fuori dai giochi. Infine c’è lui, “l’eterno”, il capo morale – e forse fattuale – del Movimento: Beppe Grillo. Iconico, carismatico e agitatore di folle, l’ex comico riscopertosi politico è sempre stato una presenza costante in tutte le vicende che hanno riguardato da vicino il destino del partito/movimento, non ultima la decisione di entrare nel governo Draghi.

In mezzo alle dispute c’è una forza politica in crisi di consensi e, soprattutto, di identità. Una creatura da salvare o lasciare morire lentamente e in agonia. Giuseppe Conte, cioè il leader formale del M5S, dovrà interrogarsi necessariamente sia sul futuro del partito che sul suo. Ormai appare chiaro che per ricostruire il Movimento occorrerebbe innanzitutto fare chiarezza sui ruoli e sugli effettivi poteri decisionali del leader, nonché sulla sua reale autonomia decisionale.

Insomma, nonostante non sia nuovo a dispute interne e difficoltà politiche esterne, il M5S sta vivendo in queste settimane una delle peggiori crisi della sua breve storia. La prima scissione, ad opera di Di Maio, ha inciso fortemente sulla struttura interna della formazione di Giuseppe Conte e i numerosi tentativi di sabotaggio da parte del garante Beppe Grillo – tra cui la presunta telefonata con Mario Draghi – hanno ulteriormente fiaccato la già traballante leadership dell’ex Presidente del Consiglio. Inoltre, l’esperienza di governo non ha assolutamente premiato il Movimento, il quale secondo alcuni sondaggi sarebbe addirittura sceso sotto il 10%.

La crisi del M5S e una leadership debole

A meno di un anno di distanza dalle prossime elezioni politiche, la leadership di Giuseppe Conte nel M5S è più debole che mai. Fiaccato dalla scissione di Di Maio, il quale guida l’ala più governista del partito, e dai continui tiri mancini del fondatore Grillo, l’avvocato pugliese siede su una polveriera pronta ad esplodere (o implodere).

La discussione interna si è ulteriormente inasprita fra martedì e mercoledì quando Il Fatto Quotidiano ha riportato un’indiscrezione del sociologo Domenico De Masi: Beppe Grillo avrebbe intrattenuto una telefonata con Mario Draghi, che gli avrebbe chiesto di rimuovere l’ex Capo del governo dalla carica di capo politico del M5S. Infatti, il garante dispone di ampi – e poco regolati – poteri che gli permettono di decidere, in sostanza, tutto ciò che concerne la vita interna ed esterna del partito. La Presidenza del Consiglio ha smentito nel giro di ventiquattrore – non poche – le pesanti affermazioni di De Masi ma ormai la polemica era innescata. Giuseppe Conte ha commentato molto duramente la telefonata e la sera stessa ha addirittura incontrato il Presidente della Repubblica.

I continui sconvolgimenti interni minano una leadership che non ha mai avuto modo di concretizzarsi effettivamente. Durante la sua esperienza da Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte ha potuto contare sull’autorevolezza che la sua posizione gli conferiva e su un’ampia popolarità amplificata dalle attività di governo e dalla pubblicità che ne derivava. Ora, senza alle spalle una carica governativa – e senza un seggio parlamentare – le cose si sono fatte più difficili. I leader sono costretti a guadagnarsi lo spazio, soprattutto se sprovvisti di cariche.

D’altronde gestire un soggetto politico in crisi e falcidiato dalle defezioni, senza una solida struttura di base e alle prese con più correnti non è assolutamente una cosa facile. I risultati elettorali, poi, non sono per nulla incoraggianti. Dalle amministrative di settembre 2020 a quelle dello scorso giugno, il M5S ha raccolto davvero le briciole. Stante il pessimo storico dei grillini per quanto riguarda le votazioni locali, c’è da dire che il progetto contiano di riportare il partito sul territorio non sta funzionando come dovrebbe. É pur vero che affinché un partito si strutturi sul territorio ha bisogno di tempo e di una classe dirigente adeguata e capace di comprendere alla perfezione le diverse e variegate realtà politiche comunali e regionali, ma l’impressione è che neppure nei luoghi in cui avrebbe potuto incidere, il M5S non abbia ottenuto un risultato adeguato (es. nel Meridione). Un leader che non può vantare risultati elettorali incoraggianti è un leader debole.

In aggiunta a ciò, Giuseppe Conte è un leader alla prima esperienza all’interno di una formazione politica in disfacimento a causa delle defezioni interne – circa 160 dall’inizio della legislatura – e senza il controllo dei propri parlamentari – non avendo potuto comporre le liste. In questo senso, la sua influenza è decisamente minore rispetto a quella di Luigi Di Maio, il quale con la sua scissione ha rimescolato le carte nel M5S e in Parlamento: ormai il Movimento 5 Stelle non è più il gruppo parlamentare più ampio.

Pesa sulla sua leadership anche la situazione politica nazionale e la difficile congiuntura post-pandemica, tra la guerra in Ucraina e la gestione dell’emergenza energetica: l’elettorato esprime il bisogno politico di stabilità, che il M5S non sembra affatto in grado di offrire. I grillini vivono un momento di crisi identitaria molto grave, in cui diversi principi che hanno guidato la carica del M5S alle scorse politiche sono diventati un lontano ricordo. Sopravvive il limite dei due mandati, che secondo alcuni avrebbe contribuito a provocare la rottura con il gruppo di Di Maio, e che Conte non sembrerebbe intenzionato ad eliminare (mentre Grillo aveva pensato a una deroga).

Un triangolo impossibile

Appare chiaro che, affinché il partito sopravviva, è necessario che Conte, Grillo e Di Maio prendano strade diverse. Il Ministro degli Esteri sembrerebbe intenzionato a continuare la sua carriera politica lontano dal M5S – anche se alcuni problemi potrebbero sorgere a ridosso delle prossime Politiche nel momento in cui chiederà di far parte dello stesso campo largo a cui aderiscono PD e M5S – mentre Grillo parrebbe non voler rinunciare alla sua creatura, preferendo indebolire la già scricchiolante leadership di Giuseppe Conte, che a sua volta non potrà portare avanti il suo progetto di rilancio del partito fino a quando non avrà il controllo completo della sua situazione interna.

La scorsa settimana, dopo la scissione di Di Maio, Beppe Grillo si era recato a Roma per una missione di ricognizione tesa a riportare l’ordine all’interno del partito. Tale visita ha provocato solo “disordini”. L’indiscrezione giornalistica circa la presunta chiamata di Mario Draghi al fondatore e garante del M5S ha costretto Giuseppe Conte a rilasciare delle dichiarazioni infuocate nei confronti del Presidente del Consiglio, riaccendendo i disagi interni al partito da parte di coloro che preferirebbero terminare la legislatura all’opposizione. L’ala “oltranzista” non ha mai digerito il diktat di Grillo e Di Maio, i quali costrinsero anche i parlamentari più diffidenti e recalcitranti ad entrare nella maggioranza dell’ex BCE.

Ormai la figura del garante, dopo l’addio del suo ex pupillo e il continuo battibeccare dietro le quinte con l’ex Presidente del Consiglio, è diventata un peso per il M5S. Isolato, i suoi viaggi riparatori e i suoi video ispirati – come quello che tre anni fa servì a Di Maio per recuperare legittimazione interna – non hanno più lo stesso appeal e la stessa presa sull’elettorato e sui parlamentari di un tempo. Anche i suoi fedelissimi, Cancelleri e De Masi, lo stanno abbandonando e nei suoi confronti non esprimono più quella riconoscenza vicina alla devozione che avevano tenuto unito il partito anche nei momenti più difficili. Coloro che hanno lasciato avevano un rapporto con il fondatore che andava ben al di là del legame politico. Adesso tutto è svanito.

I gruppi parlamentari sopravvissuti alla scissione guardano verso Giuseppe Conte, il Presidente. L’ex comico genovese è visto come quel passato che necessariamente si vuole lasciare alle spalle. L’addio di Luigi Di Maio è stato vissuto dal garante come un tradimento inaccettabile, portandosi con sé tanti grillini della prima ora che prima erano fedeli a Grillo. Il post pubblicato su Facebook sulla “fenomenologia del tradimento e del traditore” evidenzia tutta la delusione del fondatore nei confronti del suo ex pupillo.

Con Di Maio fuori dal M5S, per prendersi il partito Giuseppe Conte deve necessariamente scontrarsi con il fondatore, il quale è intenzionato a non rinunciare alla sua creatura, volendo continuare ad esercitare la massima influenza in ogni decisione, pur se contro gli stessi interessi del partito. Ad ogni modo, che “l’avvocato del popolo” possa riuscire nel suo difficile progetto di recupero di un Movimento (ormai) senza Stelle, è però tutto da vedere.

Donatello D’Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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