D.i.Re Donne in Rete Contro la Violenza: «Il ddl Pillon lede i diritti civili di tutti»

Il disegno di legge n.735/2018, noto come DDL Pillon, è finito in questi giorni al centro delle polemiche: sono molte le realtà sociali che si sono dichiarate contrarie al DDL e tra queste spicca D.i.Re Donne in Rete contro la violenza, che ha promosso in data 10 novembre una mobilitazione nazionale contro tale provvedimento.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare l’avvocato Concetta Gentili, civilista e referente del Gruppo tecnico avvocate di D.i.Re, che ci ha gentilmente spiegato qual è la sua opinione a riguardo. Ma prima di scoprire cosa ci è stato detto, facciamo un piccolo riassunto sugli obiettivi del disegno di legge.

Un passo indietro: cosa dice il DDL Pillon

Il disegno di legge avanzato dall’avvocato e mediatore familiare bresciano ha l’obiettivo di modificare le norme su affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità e riformare la legge n.54 approvata l’8 febbraio 2006. Nella premessa del DDL si legge che esso riprende i punti programmatici sul diritto di famiglia inseriti nel contratto di governo sottoscritto da Movimento 5 Stelle e Lega.

Tra le novità introdotte nel DDL Pillon spiccano il principio di bigenitorialità perfetta (entrambi i genitori partecipi dell’educazione e crescita dei propri figli in maniera equivalente), l’introduzione della doppia residenza per il minore di coppie separate, della mediazione obbligatoria per separazioni e divorzi nel caso i figli siano minorenni e del cosiddetto “piano genitoriale concordato” e l’abolizione dell’assegno forfettario (i costi per il mantenimento dei figli devono essere equamente divisi e concordati tra padre e madre).

Il principale firmatario ha più volte sottolineato che nella maggior parte dei casi di separazione o divorzio la madre assume un ruolo di vitale importanza per il minore a discapito del genitore di sesso maschile. Per questo motivo numerose associazioni di padri separati o divorzisti è a favore del disegno di legge.

Di diverso parere le numerose associazioni e i comitati in difesa dei diritti dei minori e delle donne, avvocati e psicologi che hanno espresso il loro pieno dissenso. Il DDL a loro parere è maschilista, mira a ristabilire il controllo pubblico sui rapporti familiari e le relazioni, favorisce il modello antropologico individuale e lede i diritti femminili e minorili in quanto potrebbe essere dannoso per le donne che vivono una relazione violenta e per i loro figli.

L’attivismo di D.i.Re

Arrivamo dunque all’intervista a Concetta Gentili, che ha approfondito con noi la questione.

La vostra associazione ritiene non emendabile il disegno di legge ″Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bi-genitorialità”, noto come DDL Pillon. Potreste gentilmente elencarci le motivazioni per le quali ritenete necessario il ritiro delle proposta di legge avanzata dal senatore leghista?

«Purtroppo, allo stato, il DDL è all’esame della Commissione Giustizia del Senato in sede redigente, il che lo rende non emendabile, stante che lo stesso Senato sarà chiamato in Aula a decidere sull’intero DDL senza poter intervenire sulle singole norme; comunque sia, anche se lo fosse, è l’intero impianto del testo normativo a far sì che la nostra associazione ne chieda l’immediato ritiro.

Come hanno sottolineato le avvocate di Dire, che hanno lungamente discusso sulla norma e hanno anche prodotto un documento più che esaustivo diffuso in rete, il DDL Pillon è un arretramento per le libertà e i diritti civili di tutti e tutte e in particolare per le donne e i bambini; propone una famiglia unica, ideale ed astratta, di fatto inesistente (se non nella mente del legislatore); elimina per le coppie che si separano gli spazi di autonomia e specificità individuale, impone percorsi lunghi, complessi e costosi con l’effetto esplicito di ostacolare la volontà delle persone che vogliono separarsi con l’obiettivo (espresso chiaramente all’art 1 del Disegno) di preservare l’unità familiare; limita la libertà dei genitori che si separano di educare i figli con l’imposizione della figura del coordinatore genitoriale; cancella la valutazione dell’interesse del minore ed impone un modello di regolamentazione valido per tutti, precostituito ed obbligatorio, ignorando anche la concorde e difforme volontà delle parti.

Il DDL non riconosce, anzi ostacola, l’emersione della violenza di genere e soprattutto sconta fortissimi profili di incostituzionalità e di violazione di numerose norme internazionali (Convenzione di Istanbul, CEDAW, Convenzione di New York sui diritti del fanciullo).»

Stando ai dati ISTAT l’82,5% delle separazioni è consensuale e il 90% degli affidi è condiviso senza l’obbligo di mediazione familiare e di piano genitoriale. Considerati i dati di realtà della società italiana è davvero necessaria una “riforma per rispondere alle esigenze delle famiglie” come ritengono i sostenitori del DDL Pillon?

«No! Le leggi in Italia ci sono, e sono leggi che hanno avuto un iter controverso e difficile, basta applicarle. È veramente assurdo pensare che i cittadini italiani, che intendono separarsi, non lo possano fare nel pieno della propria libertà individuale, del proprio diritto ad autodeterminarsi e del proprio diritto ad esercitare pienamente la responsabilità genitoriale che è loro riconosciuta col solo fondamentale limite del non arrecare pregiudizio alla prole. Questa legge non risponde alle esigenze delle famiglie, risponde solo ad una stereotipata idea di famiglia di stampo “presepiale“ che non corrisponde alla realtà sociale del Paese e che rischia seriamente di riportare indietro l’Italia di almeno 50 anni.»

Attualmente i referenti delle problematiche relative alle separazioni sono magistrati e avvocati. Il disegno di legge proposto dal senatore Simone Pillon prevede l’obbligatorietà della mediazione e l’introduzione delle figure del mediatore e del coordinatore del piano genitoriale. Nel caso venisse approvato, affrontare un eventuale fallimento del proprio matrimonio presenterebbe condizioni alquanto onerose. Qual è il vostro pensiero a riguardo?

«Il DDL tende a portare le separazioni fuori dall’alveo del controllo giudiziale legando le mani ai magistrati che saranno chiamati ad applicare rigidamente quanto la legge impone perdendo quella fondamentale capacità d’intervenire in maniera più diretta e vicina alle esigenze delle parti e ai bisogni dei minori, adeguando, nel suo rispetto, la norma al caso concreto. Per quanto riguarda gli avvocati, il DDL riduce enormemente il loro ruolo, arrivando, addirittura, ad essere offensivo nel momento stesso in cui (art 3 comma 6 del DDL) impone all’avvocato una “leale collaborazione“ col mediatore, dimenticando l’esistenza di un codice deontologico – da poco innovato e modernizzato – e ledendo l’immagine di tutti quei professionisti e di quelle professioniste che, da sempre, con rigore e competenza si dedicano alla risoluzione delle controversie in materia familiare.»

Con riguardo alla mediazione cosa può dirci?

«Per quanto riguarda lo specifico della mediazione, qui non si tratta di andare contro la mediazione familiare, si tratta di riportarla nell’alveo di tutti gli interventi su base volontaristica che possono affiancare, anche in maniera validissima, i percorsi separativi, ma che non possono assolutamente rappresentare una condizione di procedibilità per i procedimenti familiari.

Il modello di mediazione proposto dal disegno, infatti, ricalca le forme della mediazione civile che inerisce diritti disponibili dei cittadini, e che è cosa ben diversa dalla mediazione familiare che, invece, è un intervento che aiuta le persone, che volontariamente lo scelgono, a separarsi come coppia coniugale senza perdere di vista la necessità di conservare, quando possibile, la reciproca genitorialità. Il richiamo, poi, all’unità della famiglia, la dice lunga sul vero obiettivo del disegno: incidere sull’indissolubilità del matrimonio, disincentivando di fatto le coppie a separarsi e trasformando il mediatore familiare, suo malgrado e a dispetto di tutti i canoni della mediazione familiare, in “sacerdote” involontario di tale unità.

Stessa cosa dicasi per il “coordinatore del piano genitoriale“ che richiama un modello paternalistico di ingerenza fortissima nei vissuti delle famiglie italiane, che deve essere retribuito a spese dei cittadini, che decide al posto dei genitori, che esercita un fortissimo potere nei contesti familiari, potere non accompagnato per espressa volontà del DDL da corrispondente responsabilità personale: una sorta di “Grande Fratello“ della genitorialità, controllante, giudicante, potente e irresponsabile.

A tutto questo, si aggiunga, che l’art 24 del DDL, proponendo una “clausola d’invarianza finanziaria“ e dunque non prevedendo maggiori oneri a carico dello Stato, impone ai cittadini (che sia ben chiaro dovrebbero far questo sia per la separazione che per il divorzio – anche se a distanza di sei mesi –, sia in forma consensuale che giudiziaria) di pagare il balzello della mediazione e del coordinamento genitoriale senza poter accedere, per essi, pur avendone diritto, al patrocinio a spese dello Stato.»

L’articolo 11 del DDL Pillon prevede il diritto del figlio di trascorrere con i genitori tempi paritetici o equipollenti in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti. Sono parecchi gli esperti in psicologia minorile che hanno mosso critiche decise a riguardo. Secondo voi in che modo la bigenitorialità perfetta creerebbe scompensi emotivi nel minore?

«Un’ulteriore dimostrazione di come il DDL sia fuori della realtà. Una bigenitorialità perfetta non esiste nemmeno nelle famiglie non separate. Le statistiche ci mostrano (e basta vedere il numero di congedi parentali chiesti dai padri) come, nella quotidianità, le madri restino le principali datrici di cura dei propri figli, continuino ad occuparsi del loro accudimento primario, delle loro necessità, dei loro percorsi scolastici, degli sport e delle attività pomeridiane. I padri sono più attestati, da sempre, sugli aspetti lavorativi ed economici. Questo non rende i papà dei cattivi genitori, è solo una questione di organizzazione stratificata nei secoli!

Questi figli divisi a metà, come mele in un piatto, sono quanto di peggio si possa prospettare per il futuro dei nostri bambini: divisi a metà nei tempi, negli affetti, nelle prospettive economiche, a dispetto di lontananze, carichi di lavoro extrafamiliare, esigenze di quotidiana esistenza. Queste norme non giovano a nessuno, alle madri, ma nemmeno ai padri e tanto meno ai figli.

Il DDL si pone certamente in contrasto con il principio del “Superiore interesse del minore” a cui la giurisprudenza riconosce rilevanza costituzionale e che deve necessariamente orientare il legislatore. L’interesse del minore non può però essere standardizzato e deve essere perseguito caso per caso, avendo riguardo alla peculiarità di ogni singola situazione. È proprio questo interesse che il DDL sacrifica, facendolo soggiacere ai diritti e ai desideri degli adulti, su un piano d’inaccettabile parità, ponendosi in contrasto anche con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: i bambini diventano oggetti e non soggetti di diritto contrariamente a quanto dispone la citata Convenzione, che, invece, li riconosce come titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici, che devono essere promossi e tutelati da parte di tutti»

Dal punto di vista del genitore, invece?

«Anche il ruolo del genitore è trasformato in una mansione meccanica e prevedibile di cui i figli sono oggetto con l’imposizione, non solo alle coppie genitoriali ma anche ai giudici, di valutare prioritariamente la possibilità di individuare un calendario secondo il quale i figli trascorrano “tempi paritetici o equipollenti” con un nuovo limite imposto: “non meno di 12 giorni al mese compresi i pernottamenti”

In questa stessa direzione il DDL snatura il concetto di casa coniugale come nido e habitat domestico facendo sì che i bambini abbiano due case e un doppio domicilio, senza riconoscere alcun luogo come stabile e proprio; e di come la stessa norma riduca a pochissime ipotesi i casi di affido monogenitoriale (che, di fatto, scompare definitivamente) obbligando il giudice a porre “in essere ogni misura idonea e opportuna per il recupero della capacità genitoriale dei genitori del minore” senza tener conto, ad esempio, degli effetti della violenza assistita, che a dispetto di quanto finora affermato da tutti gli/le esperti/e in materia e non solo da D.i.Re e dalle sue avvocate, o da altre associazioni o movimenti femministi, rappresenta una delle più devastanti esperienze sfavorevoli infantili, capace di incidere profondamente nel vissuto dei bambini sia nel presente che nella loro futura vita di adulti.

Tutto l’impianto del DDL impedisce l’emersione della violenza assistita legando le mani ai giudici durante gli ascolti (il Giudice non può fare domande che facciano riferimento alla violenza perché sarebbe ovviamente portatrice di conflitto di lealtà con il maltrattante) e imbavagliando, di fatto, il minore che, qualora manifesti disagio o paura verso il maltrattante, potrebbe addirittura essere allontanato da casa e collocato in istituto. Per questi aspetti il DDL contrasta con l’art. 26 della Convenzione Istanbul in tema di protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza.»

Uno dei punti che ha fatto maggiormente discutere è l’abolizione dell’assegno di mantenimento per il figlio. Quello per il coniuge invece rimane e nel caso la madre fosse priva di reddito tutte le spese per il mantenimento del figlio sarebbero a carico del padre. Trovate che tale misura possa rappresentare un disincentivo per le donne in condizioni economiche precarie e vittime di violenza domestica a chiedere la separazione? A parer vostro in che modo il DDL Pillon lede i loro diritti?

«Il DDL ignora del tutto la realtà economica delle famiglie, penalizza gravemente, oltre che il minore, il genitore economicamente più debole, avvantaggiando, ingiustificatamente, quello dei due che abbia maggiori disponibilità economiche. Ingenera il concreto e serio rischio di aumentare in maniera esponenziale il conflitto e il contenzioso. Venendo meno l’assegno di mantenimento il genitore che si farà carico in via prevalente dei figli sarà costretto a sostenere, anticipandole, la totalità delle spese, ordinarie e straordinarie e a dover reclamare la quota di spettanza dell’altro genitore, in assenza di una predeterminazione giudiziale del suo ammontare. Non meno complicata, anzi di difficile esito, sarà poi l’escussione in sede esecutiva. A ciò si aggiunga che nessuna norma del DDL prevede che in caso di un genitore privo di reddito sia l’altro a mantenere il figlio per l’intero.

Il DDL Pillon lede i diritti di tutti/e e mi riferisco ai diritti civili di tutti/e. In particolare lede le donne e ancor di più lede le donne che nel loro percorso di vita fanno la drammatica esperienza della violenza. Nessuno si è posto il problema di come questa norma incida sulle case rifugio e sul loro essere luoghi di protezione per le donne e i loro figli e figlie nei confronti di mariti, compagni e padri violenti. Si pensi, ancora, all’art 17 del DDL che, modificando l’art 342 bis c.c. in tema di ordini di protezione, prevede che i provvedimenti – relativi all’ordine di protezione – possano essere applicati anche quando, “pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori, il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo a uno di essi”. Ci sarebbe da chiedersi: ma il senatore Pillon ha esperienza di figli adolescenti?

È chiaro da tutto quanto detto che questo DDL non solo non riconosce la violenza, ma ne impedisce l’emersione con strategie specifiche: ricattati donne e minori nel caso in cui esplicitino qualsiasi riferimento ad essa con la minaccia più terrificante di perdere il figlio (per le donne), perdere la madre (per i bambini). Lo spettro (e il falso mito) delle denunce strumentali viene di fatto reso norma dimenticando che le donne che denunciano sono meno del 20% e che la commissione femminicidio ha lanciato l’allarme per l’aumento delle archiviazioni dovute all’inadeguatezza del sistema giustizia a riconoscere la violenza, accogliere e supportare la vittima, tanto che lo stesso CSM è intervenuto nello scorso maggio con delle linee guida per indicare buone prassi per la gestione dei casi di violenza di genere.»

L’elenco di tutte le città italiane dove il 10 novembre è stata organizzata una mobilitazione per chiedere il ritiro del DDL Pillon è disponibile qui, mentre si può continuare a chiedere il ritiro del DDL firmando la petizione lanciata su Change.org da D.i.Re.

Vincenzo Nicoletti

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Classe 1994. Nato a Vallo della Lucania (SA) e residente a Brescia (BS). Amante della natura e dei viaggi e assiduo divoratore di libri e dischi ha sviluppato una forte curiosità per il mondo che lo circonda nelle sue molteplici sfaccettature. Autore della breve raccolta di poesie “Frammenti di natura”. Collabora con Libero Pensiero News a partire da febbraio 2015.

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