Salvezza Mencarelli in https://www.francescorappoccio.it/tutto-chiede-salvezza/
Salvezza Mencarelli in https://www.francescorappoccio.it/tutto-chiede-salvezza/

«Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama Salvezza».
Daniele Mencarelli, vincitore del premio Strega Giovani del 2021, partendo da un episodio autobiografico ha scosso gli animi proponendo un complesso affresco di un’umanità disgraziata.
Siamo nel giugno del ’94, l’estate dei mondiali, è un martedì e Daniele viene svegliato dalle urla, dal pizzichìo dell’odore di bruciato sempre più forte, il calore che diventa fuoco, che arde. Apre gli occhi e si ricorda di non essere nella sua stanza.
La sera prima aveva avuto l’ennesimo attacco di rabbia e i genitori, spaventati, hanno deciso di sottoporlo a un T.S.O., il trattamento sanitario obbligatorio. Daniele ha solo vent’anni ma si sente senza pelle, come se tutta la sofferenza del mondo possa penetrargli fin dentro alle ossa: ci sono dei momenti in cui non riesce a far fronte a questa sua ipersensibilità, in cui inesorabilmente esplode e riversa fuori tutto quel dolore che accumula giorno dopo giorno.
Apre quindi gli occhi, Daniele, e si ritrova tra personaggi folli che imparerà a conoscere e ad apprezzare solo con la convivenza. Madonnina con gli occhi persi nel vuoto, Giorgio che si porta dietro la foto in bianco e nero della madre, Gianluca e il suo estro, Mario che si incanta spiando il suo uccellino, il giovane Alessandro che è costretto a uno stato vegetativo.

«Forse, questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato di incontrare

Le vite che Daniele Mencarelli incrocia sono divorate a morsi, schiacciate da una malattia che si confonde con il loro stesso essere e da cui sembra quindi quasi impossibile guarire.
Ma nel mondo tutto chiede salvezza e l’autore racconta la storia di ognuno di noi, riportando a galla le difficoltà che insorgono quando cerchiamo di incastrare il nostro essere alle frenetiche routine in cui siamo invischiati. Gli uomini che sono costretti in quelle camere di ospedale non sono per nulla diversi da tutti gli altri, hanno solo avuto la sfortuna di poter sentire il mondo più intensamente, con tutti i nervi scoperti.

Mencarelli utilizza il mezzo linguistico per costruire un’atmosfera quanto più realistica possibile. L’alternanza continua tra l’italiano regionale e il romanaccio immerge il lettore nelle stanze afose e maleodoranti, dall’amaro sapore di medicinali e di cibo stantìo e dalla puzza di urina e di sudore sulle ossa consumate e sulle barbe appuntite.
L’autore nasce come poeta e questo è ravvisabile in molti passi della sua prosa, stilisticamente pregni di retorica. Mencarelli stesso racconta che nel suo modo di approcciare la scrittura c’è sempre l’idea di una scena dove a un personaggio accade qualcosa che gli detta una riflessione, un cambiamento: in questo modo cerca di investigare il rapporto tra uomo e realtà. Per quanto riguarda invece l’oggetto del romanzo, quello è arrivato naturalmente: «una notte correvo dietro al sonno e ripensavo alle figure di quegli anni per me molto travagliati, alla loro importanza, ne sentivo l’assenza, e la mia irriconoscenza. Erano stati fondamentali per me, e avevo smesso di onorarli».
Questa constatazione è diventata un’indagine artistica: tutte le poesie che Mencarelli aveva composto in quegli anni descrivevano la grandezza e la densità di quegli episodi, ma mancava il racconto di quanto la loro grandezza fosse stata indispensabile alla sua sopravvivenza.
Da qui la Salvezza, il topos che muove la sua ispirazione, la chiave di volta per afferrare la vita e assaporarla. E la salvezza di cui parla Mencarelli è sia orizzontale che verticale: la fine del male fatto dagli uomini ai danni di altri uomini e contemporaneamente una più grande, che possa esistere una salvezza oltre questo mondo, una speranza di Dio.

Quello della cura è invece il tema che fa da struttura al romanzo: cosa significa avere cura e lasciarsi curare? E soprattutto, come bisogna curare?
«[..] Perché i malati, i malati vanno curati, ma le parole, il dialogo, è merce riservata ai sani»
E chi sarebbero questi sani, chi i malati? Dove si pone la linea di demarcazione e chi si arroga il diritto di fissarla? La medicina nei T.S.O. degli anni ‘90 si abbrutisce, svuota l’uomo sino a farlo diventare un ingranaggio di carne e si sente padrona di tutte le risposte esatte. L’umanità è fatta invece di illogicità e ha come unica certezza l’imprevedibilità. Daniele ne avverte il calore solo quando è tra i pazienti. Dall’altro lato della barricata ci sono gli infermieri stanchi e sommersi dal lavoro, c’è lo psichiatra che si addormenta durante le sedute e il medico che non ricorda mai il suo nome e che non si rende conto di quando mente spudoratamente, nascondendo i suoi sintomi.
«Possibile che nessuno s’accorge che semo come ‘na piuma? A che cazzo serve tutto?» il romanzo più volte inciampa in dialoghi sospesi che rincorrono a fatica l’idea iniziale di salvezza, che vorrebbero concentrarsi sul senso della vita, delle nostre azioni, delle nostre fatiche e di quella che sarà l’inesorabile fine di ogni cosa. Come si sopravvive all’elaborazione di questo macigno? Daniele non lo sa e non solo nessuno sembra sapergli rispondergli, ma sembrerebbe che nessuno si lasci trascinare da quei pensieri che nella sua mente evolvono in ossessioni e paranoie.
Forse proprio questo significa essere normali ed è questo l’equilibrio di cui gli altri si fanno tanto vanto. Mencarelli scrive il suo finale, che non è altro che l’inizio di una vita più consapevole, ricalcando la morale che ci ha già lasciato Girls interrupted il film del 1999 diretto da James Mangold, adattamento del diario della scrittrice Susanna Kaysen.
«Dichiarata sana e rispedita nel mondo. Diagnosi finale: borderline recuperata. Che cosa voglia dire ancora non l’ho capito. Sono mai stata matta? Forse sì. La follia non è essere a pezzi o custodire un oscuro segreto. La follia siete voi o io, amplificati: se avete mai detto una bugia e vi è piaciuto, se avete mai desiderato di poter restare bambini in eterno..».

Alessia Sicuro

Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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