Condizioni e pericoli per i lavoratori nel porto di napoli

Il tema bollente di questi ultimi mesi riguarda le condizioni e i pericoli che si trovano ad affrontare i lavoratori, spesso rischiando o perdendo la vita stessa. Gli ultimi avvenimenti nel porto di Livorno sono un fatto, i dati si incrementano: crescono le morti bianche, negli ultimi dieci anni le vittime sono state circa 13 mila.

lavoratori porto napoli
Morti bianche, anno 2017

Le ultime denunce pervenute in Campania, in particolare a Napoli e del suo porto, stanno per compiere un anno, precisamente il 9 agosto. Nel pieno dell’estate, ancora prima, verso la fine della primavera, alcuni lavoratori oltre a denunciare un caso di illegittimo licenziamento, portarono avanti altre istanze. Istanze in cui dichiaravano che il lavoro nel porto di Napoli non fosse svolto in piena regolarità e sicurezza, nel particolare scrissero: «tagli al personale, sommati ai ritmi pesanti in So.Te.Co. & Co.Na.Te.Co. costringono gli operai a condizioni di pericolo e sfruttamento, inducendoli a svolgere turni disumani e incaricarsi di mansioni non regolamentate sui contratti». Venne fuori da quel momento, un panorama nitido: non solo un sistema di irregolarità, ma un sistema lavorativo ordinario, in vista dell’applicazione del fatidico Job’s Act.

In merito alla sicurezza delle aree portuali abbiamo incontrato un lavoratore del porto di Napoli che lasceremo in anonimato affinché non rischi eventuali ritorsioni.

Un modo, il seguente, per delineare se qualcosa è realmente cambiato negli anni, se gli stessi lavoratori percepiscono e vivono una sicurezza personale e, in che modo leggono l’agire politico, istituzionale e la gestione imprenditoriale.

Negli ultimi 10 anni le morti bianche sono state circa 13 mila. È secondo lei un dato su cui prestare una certa attenzione come fenomeno sintomatico di un disinteresse politico?

«Certamente è un chiaro disinteresse non solo a livello politico, quanto istituzionale. Questo disinteresse è voluto: i politici sono collusi con i padroni».

Lavoratore nel porto di Napoli. Ecco, in quanto tale, lei si sente sicuro quando svolge il suo lavoro?

«No, per niente. Le dirò di più: a Napoli mancano le più elementari norme di sicurezza. Io sono stato licenziato proprio per questo problema. In un incidente che ho causato per mancata sicurezza. Mi hanno, inoltre, addebitato tutte le responsabilità accusandomi di esser stato io a violare le norme. Cosa impossibile. Violare le norme so benissimo a cosa si va incontro, significa mettere a repentaglio la mia vita è quella degli altri.  Parliamo di containers, quindi tonnellate. Per fortuna questo piccolo incidente ha causato solo un danno molto lieve. Un piccolo infortunio».

Le ultime denunce riguardo un sistema di irregolarità e di sicurezza insufficiente risalgano al 2017. Ad oggi, quali sono le condizioni del porto di Napoli e se ritiene che qualcosa sia stato fatto per garantire tale sicurezza.

«Guardi, le denunce sono state sempre fatte, sia in passato che nel presente e post-incidente. Ma sembra che qui si abbia paura di diffidare i padroni, in quanto, gli stessi minacciano continuamente licenziamenti o chiusure delle aziende. Le farò dei chiari esempi, un modo per intenderci. Su dieci macchinari non a norma ne fermano tipo uno o due, questo perché altrimenti si fermerebbe la produzione. Ma allo stesso tempo a noi, non è garantita alcuna sicurezza, no non è cambiato molto».

Ecco, adesso, per non passare come dei qualunquisti, quale sarebbe secondo lei in prospettiva il prossimo passo per garantire una sicurezza maggiore e stabile per voi lavoratori? Una sorta di prevenzione che secondo lei possa, se vogliamo, calare o addirittura annullare il tasso di mortalità sul lavoro.

«Non è un tasso che puoi eliminare, ma che puoi diminuire. In qualsiasi luogo di lavoro ormai la prassi delle ispezioni dell’ASL o dell’ispettorato di lavoro è quella, quella di cui parlavo prima riferendomi ai macchinari. Allo stesso modo avviene da noi: l’ispezione, da noi, ferma un solo carrello su dieci, quando per prassi e per sicurezza andrebbero fermati tutti e dieci. Ad oggi, possiamo dirlo, la tutela del lavoratore non esiste più».

Bruna Di Dio

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