Per il villaggio di Khan al Ahmar e per la Palestina nessun happy ending

In Cisgiordania, a nord-est di Gerusalemme, sorge, ancora per poco, il villaggio di Khan al Ahmar. Nonostante l’innocuità dell’accampamento, l’Alta Corte israeliana ha decretato lo sgombero della comunità, inclusa la demolizione della scuola costruita dalla ong italiana Vento di Terra. Cinque giorni è il countdown da cui partire, poi si potrà brindare ad uno dei tanti crimini di guerra che Israele continua a perpetrare ai danni della Palestina sotto la qualifica di Stato democratico e sotto l’egida degli USA.

Cinque giorni per radere al suolo una scuola costruita con pneumatici e trasferire venti famiglie che da più di settanta anni abitano in quella zona in una discarica: demolire settanta anni di adattamento dei beduini alle nuove condizioni globaliste, alle regole dei lottizzatori, un annientamento dei diritti umani che si vanificherà nel polverone di sabbia e terra che esce dalle ruote delle ruspe ed entra negli occhi dell’opinione pubblica.

L’unica colpa degli abitanti di Khan al Ahmar è quella di essersi ribellati alle continue modifiche alle cartine geografiche, di aver vissuto in una terra storicamente e legittimamente di loro proprietà. Il villaggio ha resistito all’espansione dispotica israeliana, perché è stato stabilito che quella zona rientra nella cosiddetta Area C sotto il controllo di Israele, mentre l’Area A è sotto il controllo palestinese e l’Area B sotto il controllo congiunto. Che poi Israele abbia una certa destrezza nel riconoscere formalmente nomenclature e qualificazioni (come “stato democratico” o “zona sotto controllo palestinese”) e confutarle con i fatti è un altro discorso.

Il villaggio di Khan al Ahmar non si arrende

Il 7 settembre, nonostante le quarantadue ordinanze di sgombero dei mesi trascorsi e la lapidaria decisione dell’Alta Corte israeliana, gli abitanti del villaggio hanno risposto con manifestazioni pacifiche nel campo beduino, in occasione delle quali sono accorsi per esprimere solidarietà altri palestinesi della Cisgiordania.

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Foto di Felix Perrella

Durante una preghiera si è verificata un’incursione degli studenti dell’organizzazione di estrema destra filo-israeliana Im Tirzu: respinti dalla popolazione locale hanno poi organizzato contro-manifestazioni in località limitrofe protetti e benedetti dalla polizia. La definitività dello sgombero del villaggio appare ormai incontrastabile.

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Foto di Felix Perrella

“Il potere logora chi non ce l’ha”, disse qualcuno, ma soprattutto nel caso in questione logora i diritti, l’eguaglianza della legge per la semplice necessità di ribadire chi comanda, per l’euforia malsana di una colonizzazione efferata. Così Israele si assicura l’egemonia governativa con la forza bruta: militarizzando aree, negando spazi vitali, radendo al suolo il villaggio endemico di Khan al Ahmar di 1500 palestinesi che abitano in baracche di lamiera, innocuo.

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Bambino del villaggio di Khan al Ahmar, immortalato da Felix Perrella

Lo stesso approccio, del resto, lo ha adottato per la questione palestinese. Lo Stato della Palestina che ormai è più distopia che utopia. Quest’estate i cecchini israeliani hanno continuato il loro addestramento non al poligono ma sul campo, uccidendo centinaia di civili palestinesi e la comunità internazionale è rimasta muta.

Né sul rafforzamento dell’alleanza israelo-statunitense con lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, né sullo sgombero del villaggio di Khan al Ahmar, la comunità europea ha proferito parola (se non le condoglianze di circostanza). Una comunità europea che si professa dispiaciuta per i crimini di guerra commessi da Israele, ma malata di amnesia cronica quando c’è in gioco il commercio di armi ed accordi commerciali.

Israele ha inoltre trovato una salda spalla occidentale su cui poter contare: Donald Trump. Del resto hanno in comune molte cose: manie di onnipotenza, principi capitalistici spietati, eliminazione delle categorie sociali più deboli, e chissà che Trump (una volta risolte le scocciature degli scandali che quotidianamente aggravano la sua posizione) possa trovare analogie anche con ministri italiani.

L’ipertrofia razzista dilaga non solo in medio oriente nei confronti dei palestinesi, ma anche in occidente. In Italia l’ondata sovranista e populista fa credere di poter risolvere problematiche socio-economiche con l’espulsione degli immigrati. Immigrati africani e rom sono il bersaglio degli ultimi “piani salva Italia” e in generale il bersaglio da secoli sono sempre loro: gli ultimi, i deboli, i poveri. Un esempio è il piano sgomberi adottato già a Roma (ma destinato ad estendersi in tutt’Italia), il quale va a colpire principalmente i senzatetto.

Sgomberi in Palestina e in Italia: cambiano gli involucri legali, ma la sostanza è la stessa

Di recente una circolare ministeriale ha disposto un piano di sgomberi chiedendo tempestività ai prefetti per sfollare le occupazioni abusive, il che sembrerebbe cosa buona e giusta se la circolare, oltre a sloggiare i senzatetto, risolvesse il problema a monte. Le famiglie italiane e/o straniere occupano a causa di disagi economici, sgombrandole da un edificio e non predisponendo rimedi d’accoglienza le si condanna o a vivere sotto i ponti o ad occupare nuovamente. Altro bersaglio del piano sono centri sociali e collettivi che comunque non sono così parassitari come chi svende beni culturali a poco prezzo.

Solo durante il governo Renzi sono stati svenduti millecinquecento immobili pubblici con valore storico-artistico, per un ricavo di 220 milioni. Lo Stato, dunque, abbonda di edifici pubblici quando si tratta di vendere, ma ne scarseggia quando deve accogliere. Sarebbe troppo oneroso ad esempio cambiare la destinazione d’uso delle caserme dismesse per garantire il diritto alla casa?

La circolare sopra citata riguarda edifici privati, non pubblici, il cui affitto spesso viene utilizzato dai Comuni per i pareggi di bilancio. Anziché ideare prima un piano d’emergenza per i senzatetto e per i meno abbienti, si procede all’inverso: prima si sgombera, poi gli sfollati si arrangiano.

La prima applicazione del piano si è avuta a Tor Cervara (Roma) dove 150 persone che abitavano in un capannone industriale, per lo più rom e africani, sono state costrette a sloggiare e poi a dormire alla stazione Termini perché il Comune di Roma non aveva soluzioni alternative. Persone che occuperanno di nuovo per necessità, come da loro stessi testimoniato.

Gli sfollati sono in maggioranza immigrati e ciò combacia con la storica linea guida di Salvini e della Lega: come si può constatare, il problema è sempre la supremazia nazionale, sia in Israele sia in Italia; è sempre un continuo vendicarsi con le categorie ai margini della società. Il nemico numero uno in Italia sono gli immigrati, il nemico numero uno in Israele i palestinesi.

Una continua paura di invasione contrastata con leggi drastiche, ma inutili a lungo termine, o continue repressioni militari, quando i primi ad invadere sono gli attuali oppressori. Se si priva un popolo della propria terra a suon di sfruttamenti, dove ci si aspetta che gli abitanti si riversino? Il motto “Aiutiamoli a casa loro!” sarebbe anche comprensibile e allettante per i nativi, ma potrebbe essere valido se almeno si lasciasse loro una casa dove andare.

Melissa Aleida

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Melissa Aleida
Attivista. Antifascista. Studentessa di giurisprudenza. Presidentessa dell'Associazione "Omnia". Credo che l'attivismo socio-politico, in specie l'interesse verso questioni collettive, sia l'unico modo per ricercare la giustizia laddove regnano soprusi, sia anche uno dei tanti modi per onorare la libertà: la lotta per ciò è continua e inarrestabile.