
L’Italia non ha mai fatto pace con il suo passato colonialista. Anzi, nel corso degli anni non ha fatto altro che nascondere un secolo di violenze, sfruttamento e repressione dietro al mito degli “italiani brava gente”, che ancora oggi ostacola qualsiasi dibattito sul razzismo e sulle ripercussioni che il colonialismo ha avuto e continua ad avere.
Voler parlare apertamente di tematiche come il colonialismo e il razzismo in Italia vuol dire scontrarsi con un muro, eretto dall’immaginario che ha dipinto il colonialismo italiano come “diverso” da quello degli altri stati europei (più benevolo e meno cruento, sebbene le fonti dimostrino il contrario), e con una resistenza a fare i conti con le conseguenze che la repressione italiana in Africa ha avuto nella costruzione dell’identità nazionale e nella contrapposizione “Noi” e “Loro”.
La favola del colonialismo dal volto umano
Giornalisti e storici hanno contribuito a raccontare l’Italia come un’eccezione rispetto al resto dell’Occidente: non è mai stata una potenza coloniale come Portogallo, Spagna, Regno Unito e Francia. Non ha una storia di schiavitù alle spalle paragonabile alla tratta che ha interessato le Americhe e principalmente gli Stati Uniti, i Caraibi e il Brasile, né deve affrontare tematiche come il “dilemma americano”, che ancora oggi indaga la contraddizione tra gli ideali democratici di cui gli Stati Uniti si sono sempre fatti baluardo e le discriminazioni sistematiche nei confronti delle minoranze, di cui schiavismo e segregazione razziale hanno gettato i semi.
L’idea che l’Italia non abbia nulla a che vedere con tutto ciò è sicuramente rassicurante e solleva il Paese dal doversi porre domande scomode sul proprio passato e sulle proprie responsabilità. Ma la verità è diversa: l’Italia ha conquistato e governato territori africani, ha commesso crimini contro l’umanità e ha partecipato pienamente alla costruzione del discorso colonialista, fondato sulla costruzione di categorie gerarchiche.
Era il 1869 quando l’espansione coloniale dell’Italia ha avuto inizio con l’acquisto della baia di Assab, sul Mar Rosso, nell’attuale Eritrea. L’Italia, arrivata in ritardo nella “corsa all’Africa”, voleva dimostrarsi all’altezza delle potenze europee. L’area passò sotto il controllo italiano nel 1882 e, otto anni più tardi, nacque la prima colonia italiana. Fin dal principio, il progetto colonialista italiano è andato di pari passo con il tentativo di creare un’immagine distinta dalle altre nazioni. Con la conquista dell’Eritrea, infatti, iniziò a diffondersi l’espressione “bono italiano” (italiano buono): un’immagine dell’italiano come colonizzatore più tollerante e benevolo rispetto agli altri europei.
La propaganda coloniale, fin da prima dell’avvento del fascismo, si basava sulla rappresentazione degli italiani come lavoratori e costruttori, impegnati a modernizzare territori considerati arretrati con la realizzazione di strade, ferrovie, ospedali e altre opere pubbliche. La costruzione di queste infrastrutture veniva presentata come una prova dell’azione civilizzatrice italiana.
Tuttavia, bisogna domandarsi a chi fossero principalmente destinate queste infrastrutture e quali fossero le loro effettive finalità: la loro realizzazione rispondeva soprattutto alle esigenze amministrative, economiche e militari del progetto coloniale, più che ad un’azione volta al benessere delle popolazioni africane. L’interesse dei colonizzatori, infatti, era agevolare lo sfruttamento delle risorse, favorire l’apertura di nuovi mercati e consolidare ed espandere la presenza italiana in Africa, collegando tra loro aree strategiche.
Anche l’istruzione rientrava in questo progetto: nelle scuole coloniali l’insegnamento dell’italiano non aveva semplicemente una funzione educativa, ma contribuiva alla diffusione della lingua e della cultura italiana nell’ottica di trasmetterne la superiorità. Inoltre, il sistema coloniale era caratterizzato da una gerarchia tra coloni italiani e “sudditi”, che si rifletteva anche nell’accesso differenziato alle strutture e ai servizi. La costruzione di infrastrutture moderne, dunque, non va letta come una testimonianza della benevolenza dei colonizzatori: queste opere facevano parte di un più ampio sistema politico, economico e sociale basato sulla dominazione.
L’Italia nel club delle grandi potenze “bianche”
Per l’Italia, il colonialismo ha avuto un ruolo centrale nella costruzione dell’identità nazionale. Dopo l’unificazione, infatti, il Paese era una nazione giovane, intenta ad affermarsi nel panorama internazionale ed inserirsi a pieno titolo tra le grandi potenze coloniali europee, assicurandosi così di rientrare nella categoria privilegiata della “bianchezza”, intesa non soltanto in termini di colore della pelle, ma anche di status sociale e politico: un aspetto significativo, considerando le discriminazioni e gli stereotipi cui erano stati sottoposti gli stessi italiani nei paesi di emigrazione all’epoca.
Dopo la conquista dell’Eritrea, l’Italia cercò di espandere ulteriormente il proprio dominio verso l’interno, puntando all’Etiopia. Il tentativo di conquista portò alla guerra del 1895-1896 e si concluse con la disastrosa sconfitta italiana nella battaglia di Adua. Il Paese, tuttavia, non si arrese e consolidò la propria presenza nel continente africano con l’occupazione della Somalia tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 dell’800. Nel 1911 fu poi la volta della Libia, per il cui dominio l’Italia entrò in guerra contro l’Impero Ottomano. Il progetto colonialista italiano raggiunse l’apice durante gli anni del fascismo, quando l’esercito italiano riuscì nell’intento di conquistare l’Etiopia, tra il 1935 e il 1936: un traguardo raggiunto grazie a spregiudicatezza e brutalità militare, nonché segnato dalla proclamazione dell’Impero e l’inasprimento delle politiche coloniali e razziali.
Il salto di qualità del colonialismo fascista
Con il passare dei decenni, la rappresentazione del “bono italiano” fu sempre più affiancata da forme sistematiche di repressione. Bisogna precisare che la violenza non ebbe inizio con l’avvento del fascismo: era già presente in precedenza. Durante il periodo fascista, però, raggiunse livelli più elevati. Un esempio plastico di tutto ciò è il caso dalla Libia, dove la repressione della resistenza locale fu caratterizzata da deportazioni di massa, esecuzioni, torture e imprigionamenti in campi di concentramento. Oppure ancora dalla conquista dell’Etiopia, segnata dall’uso di gas chimici da parte degli italiani. In seguito alla conquista del 1937, il fallito attentato contro il governatore Rodolfo Graziani scatenò la risposta delle forze italiane, che diedero inizio ad una rappresaglia ad Addis Abeba con uccisioni, saccheggi e incendi. Una tragedia rimasta impressa nella memoria etiope, che viene ricordata come Yekatit 12.
Oltre alla violenza militare, il colonialismo fascista fu caratterizzato dalla radicalizzazione delle leggi razziali. Nei territori coloniali vennero introdotte forme di segregazione che separavano i colonizzatori dalle popolazioni colonizzate anche nella vita quotidiana comprendendo bar, ristoranti, alberghi, cinema e altri spazi pubblici. Una separazione dovuta dalla necessità di preservare il cosiddetto “prestigio della razza”.
Inoltre, il regime fascista vietò le relazioni e i matrimoni misti, ponendo fine al madamato, una forma di sfruttamento sessuale tra uomini italiani e donne africane. La legislazione intervenne anche sullo status dei figli nati da queste relazioni, negandone l’accesso alla cittadinanza italiana nella cornice di una distinzione giuridica fondata sulla “razza”. Con l’avvento del fascismo, infatti, aumentò la preoccupazione di una progressiva “contaminazione razziale”
La propaganda fascista si è servita di diversi mezzi di comunicazione per i propri obiettivi, tra cui le cartoline coloniali. Oggi quelle cartoline possono essere considerate una fonte preziosa per comprendere l’immaginario razzista dell’epoca. Nelle prime rappresentazioni dell’espansione coloniale, l’Africa veniva raffigurata come una terra “esotica” e “disponibile” alla conquista, in cui erano presenti donne rappresentate con una forte componente sessualizzante.
Con il consolidamento dell’Impero fascista, si è fatto largo un immaginario più gerarchico che vedeva da una parte gli italiani, raffigurati come moderni, forti e civilizzatori; dall’altra gli africani, primitivi, arretrati e inferiori. Il soldato italiano veniva celebrato come simbolo della virilità e della forza della “razza” dominante, collocato in una posizione di superiorità rispetto alle popolazioni sottoposte al dominio coloniale. La deformazione dei tratti fisici nelle raffigurazioni caricaturali e la rappresentazione degli africani come figure animalesche o infantili ne favorivano la disumanizzazione. In questo modo la loro dominazione e il loro sfruttamento potevano essere visti come più facilmente accettabili.
Il falso mito del “bono italiano”
Voler continuare a considerare il colonialismo italiano come un’esperienza diversa e più benevola rispetto agli altri paesi occidentali vuol dire rischiare di eliminare una parte importante della storia del Paese, tentando di sottrarre alla memoria collettiva le responsabilità del passato. Il colonialismo italiano è stato caratterizzato da violenze, sfruttamento e repressione delle popolazioni africane, in un sistema fondato sulla disuguaglianza e sfociato nella produzione di leggi razziali. La costruzione dell’Altro come inferiore, arretrato e pericoloso è stato uno degli strumenti che ha permesso al sistema coloniale di trovare legittimazione. Gli stereotipi e i pregiudizi elaborati durante il colonialismo, però, non sono scomparsi semplicemente con la fine dell’Impero fascista.
Queste rappresentazioni non smettono di influenzare l’immaginario collettivo, sebbene si siano fatte più sottili nel corso del tempo. Il meccanismo, tuttavia, non cambia: costruire un “Noi” contrapposto a un “Loro”, al quale vengono attribuiti sentimenti negativi di paura e astio, così da poterlo trasformare in un capro espiatorio, soprattutto in momenti di crisi nei quali le complessità sociali vengono ridotte alla ricerca di un responsabile che possa essere facilmente identificabile, contro il quale poter puntare il dito.
Cindy Delfini















































