baby gang, camorra

Per la camorra l’anno 2017 è stato sicuramente un anno di cambiamenti strutturali con l’affermazione di un processo sociale interno del tutto nuovo. Le baby gang sono i protagonisti del vecchio anno.

Non i soliti spari o le fatidiche “stese” – che pur ci sono – di cui sentiamo parlare fin troppo spesso: il 2017 è stato un anno sì di cambiamenti, ma anche di reclutamento, affermazione sociale e territoriale.  La camorra 2.0 che si affaccia nel crimine cittadino di una metropoli come Napoli è del tutto nuova. Sono giovanissimi reclutati, altre volte autonomamente decisi a far parte di questa grande “famiglia” internazionale, la cui diversità si esprime in terminologie ma non di certo nel configurazionismo. La camorra di oggi non cambia solo linguaggio ma, a causa di una destabilizzazione interna dovuta a divergenze tra gli affiliati o all’impossibilità di garantire un mensile ai membri del clan, ha nuove necessità, soprattutto in termini di organico strutturale: i nuovi protagonisti e attori della cronaca criminale cittadina, oltre ad essere giovani, non hanno nemmeno più l’esigenza di mantenere la vecchia struttura sociale interna o il controllo territoriale, ad oggi, l’obiettivo, risponde ad un unico imperativo categorico che è la violenza.

Gli ultimi fatti di cronaca risalgono a lunedì 18 dicembre in Via Foria, la vicenda vede protagonisti quattro giovanissimi che sferrarono un attacco ai danni di un solo ragazzo: Arturo. Rifiutatosi di seguirli, il giovane venne accoltellato con estrema violenza, i colpi furono 20 e vennero inferti in più parti del corpo, anche alla gola, con un unico probabile scopo: uccidere. Tale avvenimento destò preoccupazione tra le stesse figure istituzionali locali, le quali fecero subito visita in ospedale al giovane Arturo. Ciò che preoccupa è in particolar modo la giovane età dei seviziatori, difficile definirli criminali perché difficile risulta pensare che a questa età si possa essere capaci di così tanta ferocia.

Lo stesso Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, fece visita ad Arturo, dichiarando subito dopo: «Un fatto molto grave. Bisogna mobilitare tutte le coscienze di Napoli, città che si sta riscattando nel mondo attraverso la cultura. Ma le stese, le baby gang e le azioni criminali sono una facciata che non ci piace per nulla. Non vanno sottovalutate e vanno affrontate bene da tutti, nessuno escluso. Tutta la città si stringe attorno alle vittime innocenti di una barbarie inaccettabile! Questi ragazzi, giovanissimi e quindi non imputabili, si stanno rovinando la vita perché compiendo queste azioni si consegnano a un destino assolutamente tragico». Ultime e non meno efficaci sono le dichiarazioni del colonnello Del Monaco, ospite al Tg3Campania delle ore 14 del giorno 3 gennaio. Secondo Del Monaco ai giovani bisogna mostrare dei modelli da emulare, non basta né la prevenzione né l’oppressione: il fenomeno delle baby gang è sociale, e come tale dev’essere considerato ed affrontato, con delle reali alternative, col rafforzamento della famiglia e la presenza della stessa e della scuola nella vita dei giovani.

Le gang e le corrispettive baby gang di oggi sono ancora più pericolose, non hanno leggi morali interne, rispondono ai soli impulsi di protagonismo e a suon di proiettili cambiano i confini dei nuovi clan e terrorizzano l’intero territorio napoletano: dalla Napoli del centro storico a quella più periferica che non interessa solo Scampia, andando ad abbracciare tutte le municipalità. La stessa Dia in merito dichiarò: «Si conferma l’abbassamento dell’età degli affiliati e dei capi, con la trasformazione dei clan in gang, più pericolose per la sicurezza pubblica rispetto a quanto accadeva in passato, quando ogni gruppo era in grado di mantenere l’ordine sul proprio territorio, frenando ogni iniziativa estemporanea da parte di altri sodalizi». C’è da chiedersi se queste gang semi improvvisate possano o meno rappresentare un problema per la tradizionale famiglia camorristica e bisogna fare «attenzione a non sottovalutare la camorra riducendola nelle narrazioni alla stregua di un fenomeno di giovani gang metropolitane» dichiarò il procuratore capo, Gianni Melillo. Trovano invece rafforzamento i riti, un linguaggio della camorra che in alcuni casi diventa simbolico e di associazione. Barbe lunghe folte e particolari tatuaggi, tutti simboli per comunicare e riconoscersi tra loro proprio come quelli degli affliati al clan Genidoni.

Un fenomeno come la camorra non andrebbe mai ridotto ad un’unica dimensione, questo perché la stessa si alimenta dei “deboli”, di coloro che sono esclusi dal tessuto sociale e da una dimensione meramente storica: i fatti di Castel Volturno ne sono un esempio con precisi fatti sociali come prostituzione, spaccio, furti, omicidi, contraffazione e tanto altro; tutto a danno della cittadinanza locale e della bassa manovalanza svolta dagli immigrati residenti. Castel Volturno ci insegna che la camorra è politica, ma la politica non è sempre camorra anche se la realtà territoriale non le rende giustizia. Numerose le promesse di uno Stato assente e silenzioso, quasi complice, che abbandona il proprio processo vitale rispetto alla stessa struttura sociale. Che sia questo 2018 forse l’anno della conversione delle promesse speculative in fatti sociali con ricaduta territoriale?

Bruna Di Dio

 

 

 

 

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