194 ivg donne autodeterminazione

Giovedì 4 ottobre in terra scaligera si è consumato l’ennesimo episodio minante la libertà alla salute e all’autodeterminazione delle donne rispetto all’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG), tutelata dalla legge 194. Il consiglio comunale di Verona ha accolto una mozione della Lega (con 21 consiglieri a favore, tra cui la capogruppo del PD) tramite cui saranno finanziate associazioni cattoliche che portano avanti iniziative contro le interruzioni volontarie di gravidanza.

Nello specifico la mozione 434 impegna il sindaco e la giunta a inserire nell’assestamento di bilancio un lauto finanziamento ad associazioni e progetti pro-vita, insignendo ufficialmente Verona a città-baluardo “a favore della vita”.

All’interno del testo della mozione viene inoltre riportato un capitolo (12.6 Politiche di sostegno alle famiglia dalle Linee programmatiche 2017-2022) che ribadisce l’attuazione di politiche a tutela della vita attraverso la promozione di iniziative a sostegno della maternità, garantendo la tutela dei “bambini” e inserendo tra gli obbiettivi dell’amministrazione il “sostegno alla natalità”.

Nella seduta di giovedì non è stata invece discussa la mozione 441, richiedente che i feti delle donne che ricorrono all’IVG vengano sepolti anche senza la loro autorizzazione.

Non serve sottolineare come entrambe le mozioni proposte dal consigliere leghista Zelger rappresentino l’ennesima violazione del diritto di scelta delle donne, oltre che una mancanza di rispetto del loro libero arbitrio nel disporre come meglio credono del proprio corpo. Non si tratta certo di un innocente errore semantico il riferimento ai “bambini da tutelare“, laddove si carica moralmente dello statuto di “persona” il feto o l’embrione, creando una tacita associazione tra l’IVG e l’infanticidio. Lo stesso ragionamento può essere applicato all’identificazione donna-madre e natalità-benessere-nazione.

Il diritto delle donne all’autodeterminazione

Ecco come l’assetto puramente patriarcale della nostra politica, a quarant’anni dalla conquista di un diritto fondamentale per tutte le donne, sembra voler rimettere in discussione la possibilità delle donne di accedere al diritto alla salute e all’autodeterminazione.

È possibile notare come l’ordine discorsivo del potere operi attraverso dicotomie escludenti cariche di tendenze pericolosamente essenzializzanti: assumendo infatti come pro-vita le discutibili azioni di associazioni cattoliche ultra-conservatoristiche, i consiglieri comunali non fanno altro che deviare il discorso sull’aborto verso una discorso oppositivo illogico che vedrebbe femministe e donne impegnate nella lotta a sostegno della 194 come pro-morte. Come se il diritto all’aborto potesse semplicisticamente essere ridotto ad una scelta pro-morte anziché a un diritto atto a tutelare la capacità decisionale di ogni donna sul proprio corpo.

Per non cadere all’interno di questa dialettica è importante ricordare che la legge 194 del 22 maggio 1978 (“Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”), figlia delle lotte e delle rivendicazioni di migliaia di donne, sancisce che l’aborto non è più reato.

Nessuna donna avrebbe più dovuto essere costretta a ricorrere all’aborto clandestino; nessuna donna avrebbe più dovuto correre il rischio di contrarre infezioni, setticemia, febbre a seguito dell’intervento; nessuna donna avrebbe più dovuto incorrere alla morte per emorragia causa strumentazioni inadeguate; nessuna donna avrebbe più potuto essere incarcerata per aver compiuto quello che dal Codice Rocco veniva definito “delitto contro l’integrità della stirpe“.  

Le difficoltà dell’IVG post legge 194

L’utilizzo del condizionale non è casuale dato che anche se giuridicamente la legge dovrebbe garantire libero accesso alla pratica dell’IVG, così come alla somministrazione della RU486 (pillola abortiva), di fatto la rende una pratica medica ostica all’accesso per svariate ragioni, prima fra tutte l’obiezione di coscienza.

L’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, prevista dall’art. 9 della 194, si presenta come una palese antinomia dato che esonera il personale medico-sanitario del servizio pubblico dall’esecuzione di procedure e interventi di IVG, garantiti dalla legge stessa. Il legislatore si limita a dire che è competenza delle Regioni monitorare sulla corretta proporzione tra obiettori e non-obiettori.

Purtroppo stando all’ultima Relazione del Ministero della Salute italiano firmato Lorenzin, riferito al periodo 2012-2013, la situazione è tutt’altro che proporzionata. La media nazionale di obiezione di coscienza tra ginecologi si aggira attorno al 70%, con picchi regionali al Sud che oscillano tra l’80-90%.

Ora viene spontaneo chiedersi: la legge che garantisce l’aborto legale in Italia è davvero in pericolo? Se non bastassero i dati sopra riportati per farci scaturire notevoli dubbi, quanto accaduto a Verona negli ultimi giorni dovrebbe decisamente far risuonare il campanello d’allarme.

Non solo la legge è a rischio, ma la 194 stessa contiene in sé articoli che facilitano la messa in discussione tutta ecclesio-patriarcale della capacità decisionale di ogni donna rispetto il proprio corpo. A conferma di ciò i consiglieri della giunta scaligera hanno sottolineato come la mozione approvata non andrebbe a minare la legge 194, ma al contrario si allineerebbe agli art. 4 e 5.

Secondo l’art. 4 infatti il ricorso all’IVG entro 90 giorni sarebbe possibile per le donne in pericolo di salute fisica o psichica, o che vivono in condizioni socio-economiche difficili, o per le circostanze in cui è avvenuto il concepimento. La volontà di una donna di non portare a termine una gravidanza per qualsiasi altro motivo non viene minimamente preso in considerazione. L’art. 5 si colloca sulla stessa linea di negazione della capacità decisionale delle donne, dal momento che è possibile leggervi l’obbligo delle strutture socio-sanitarie a dissuadere dall’IVG tutte coloro che non vi ricorrano per motivi di salute.

Dunque, se la legge prevede già di per sé al suo interno questi articoli, qual è il senso di aggiungere ulteriori mozioni? La risposta sorge immediata: tali mozioni non hanno altro fine che de-legittimare e ostracizzare le donne che hanno intenzione di ricorrere all’IVG. A conferma di ciò il consigliere Zegler dichiara ai microfoni della Zanzara:

«Fosse per me la legge sull’aborto, la 194, non dovrebbe esistere. Sono contrario all’aborto, del tutto in linea con la posizione del ministro Fontana. Significa uccidere un bambino nella pancia della mamma.»

Ancora più inquietante la reazione sorpresa della capogruppo del PD Carla Padovani, che alle richieste di dimissioni provenienti dal suo stesso partito risponde:

«Sull’aborto è un fatto di coscienza. Il codice etico del PD del 2008 parla all’articolo 2 di libertà di coscienza. Faccio quindi riferimento a questo. La legge 194 ha 40 anni, è nata prima del PD. Su questa legge non mi pare che ci sia una linea chiara del partito. La difesa della vita è un valore universale.»

In conclusione forse sarebbe il caso, oltre che di difendere, di ripensare la 194 e soprattutto di de-strutturare le polarità dialettiche come morale/immorale che gravitano attorno alle scienze mediche e politiche. L’apparato statale, forte della sua laicità a differenza di quello religioso, dovrebbe promuovere la libertà e non concedere indulgenza e perdono.

L’approvazione della mozione 434 in piena antitesi a questo afflato laico opera una vera e propria violenza di genere istituzionalizzata, declassando ogni donna dal ruolo di soggetto attivo delle proprie scelte. Ancora una volta solo madri. Ancora una volta non libere di potersi autodeterminare.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia presso l’Università degli studi di Padova. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.