Fra un secolo l'umanità potrebbe essere estinta
Fonte: truthout.org

Ogni volta che si immagina il futuro si tende a disegnare uno scenario idilliaco, in cui il progresso ha debellato malattia e povertà, spazzato via guerre e inquinamento, condotto l’umanità sul sentiero della pace, dell’abbondanza e della prosperità. Ma una visione più realistica, e molto meno idealizzata, del nostro attuale futuro ci descrive tutt’altro: città fantasma sepolte da macerie, letti di fiumi prosciugati, ondate di calore letali, oceani putridi e stagnanti, foreste inaridite, incendi, carestie. E, forse, la definitiva scomparsa dell’umanità.

Non si tratta di catastrofismo, ma di previsioni che potrebbero rivelarsi addirittura ottimistiche, se non verranno poste in essere radicali misure di contrasto alle emissioni di CO2. I correttivi necessari sono drastici e immediati. Non è un mistero, infatti, che dalla firma dell’Accordo di Parigi nel dicembre 2015 nulla di concreto sia stato realizzato, e il sentiero su cui l’umanità si trova, lungi dal contenere l’aumento delle temperature medie globali al di sotto dei 2°C, conduce verso un pianeta che entro la fine del secolo sarà più caldo di ben 4°C. Nella migliore delle ipotesi.

Le previsioni non tengono infatti conto del meccanismo di carbon feedback innescato dal rialzo delle temperature. Una sorta di circolo vizioso alimentato dallo scioglimento del permafrost artico e dalla progressiva scomparsa dei polmoni verdi, che comporta il rilascio nell’atmosfera di ulteriori quantità di CO2 e inibisce la capacità di stoccaggio del pianeta. Insomma, le cose potrebbero sfuggire al nostro controllo ben prima di quanto ci aspettiamo: già nel 2050, secondo il paper diffuso lo scorso maggio dal National Centre for Climate Restoration australiano, a un aumento medio delle temperature di 2,4°C andrebbe a sommarsi un ulteriore incremento di 0,6°C provocato dal carbon feedback, per un riscaldamento complessivo di 3°C. Un disastro.

Lo scenario che gli autori David Spratt e Ian Dunlop prefigurano non è per nulla rassicurante. Il fallimento annunciato dell’Accordo di Parigi e il surriscaldamento globale incontrollato, di questo passo, finiranno per provocare il collasso della maggior parte degli ecosistemi naturali. Un punto di non ritorno per l’umanità, sentenziato dalla scomparsa della foresta amazzonica, dalla morte della barriera corallina e dallo scioglimento dei ghiacci himalayani. A quel punto, un terzo della superficie terrestre diventerà arida e inabitabile, e miliardi di persone saranno spinte alla migrazione dalla scarsità di raccolto e di risorse idriche.

La mappa fornita dal Guardian è fosca, ma ben chiara: entro fine secolo un’ampia fascia equatoriale sarà sottoposta a stress termici intollerabili per ospitare l’esistenza, mentre ai tropici il deserto sahariano avanzerà fino a inglobare l’Europa mediterranea, Italia compresa. Gran parte dei fiumi asiatici verrà prosciugata, privando l’area più popolosa del mondo di un fondamentale mezzo di sostentamento, e l’acidificazione degli oceani porterà allo sviluppo massiccio di alghe che soffocheranno coralli, plancton e molluschi, minando la catena alimentare alla base. Le uniche aree ancora accessibili rimarranno Patagonia e Nuova Zelanda al sud, Canada, Groenlandia, Siberia e Scandinavia al nord, e sarà qui che si concentrerà la civiltà del futuro, qualora ve ne dovesse rimanere traccia.

Umanità nel 2100
Fonte: theguardian.com

Gli scienziati sembrano non avere dubbi: in un simile contesto, la Terra sarebbe in grado di ospitare al massimo un miliardo di persone, probabilmente di meno. Il primo ad approssimare tale stima fu James Lovelock, fra le più eminenti figure al mondo nel campo scientifico, autore della “teoria di Gaia” e dello studio che permise di scoprire il ruolo dei clorofluorocarburi (CFC) nella formazione del buco nell’ozono, già nel lontano 2006. Le ipotesi di Lovelock vennero riprese e rafforzate tre anni dopo, alla Conferenza di Copenaghen del 2009, da Hans Joachim Schellnhuber, allora direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research tedesco: «In una visione cinica è un trionfo per la scienza, perché abbiamo almeno stabilito una cosa, e cioè la capacità di contenimento del pianeta con un aumento di 4°C, ovvero al di sotto di un miliardo di persone». All’epoca quelle dichiarazioni fecero un tremendo scalpore, ma sembra che l’istituto sia rimasto della stessa idea, se è vero che dieci anni dopo il nuovo direttore, Johan Rockström, ha confermato e ribadito quelle cifre. Eppure le previsioni a lungo termine indicano che la popolazione mondiale potrebbe crescere fino a superare gli undici miliardi di individui nel 2100, ed è da questa enorme discrepanza che sorgono le preoccupazioni più cupe.

La mancanza di risorse alimentari, unita alle condizioni climatiche via via più insostenibili, forzerà migrazioni di massa ben più ampie di quelle che stiamo sperimentando adesso, provocando l’intensificarsi di fenomeni di xenofobia, razzismo ed estremismo violento. Il rischio che la pressione demografica, in combinato con i flussi migratori, degeneri in una tensione eccessiva al punto da causare lo scoppio di conflitti armati esiste, è reale e va tenuto in considerazione come scenario plausibile per l’intera umanità. Basti pensare che nel solo sud-est asiatico vivono oltre due miliardi di persone: se le politiche di accoglienza vengono messe in crisi dall’arrivo di una sola nave con a bordo un centinaio di migranti, cosa accadrebbe con lo spostamento di una popolazione pari a quella dell’intera Cina?

È evidente che il dramma avrebbe ricadute prettamente sociali e di classe. I più benestanti potrebbero infatti pagare per assicurarsi un rifugio sicuro, cibo a sufficienza e locali climatizzati, mentre una smisurata pletora umana si ritroverebbe a lottare per la sopravvivenza in condizioni mai sperimentate nella storia. Avrebbe origine quello che il rapporto ONU dello scorso giugno, a firma di Philip Alston, definisce apartheid climatico, in cui a essere messi in discussione sarebbero non solo la sopravvivenza dell’umanità, ma anche i concetti di democrazia e rispetto delle leggi come li abbiamo conosciuti finora.

Il pianeta del 2100 dovrà quindi essere radicalmente diverso, se l’umanità vorrà scampare alla sesta estinzione di massa. Dovrà trattarsi di un mondo in prevalenza vegetariano, che abbandona il consumo di carne in favore di nutrienti a più alta resa come alghe e manioca; che ricorre a tecniche sofisticate di produzione del cibo come l’agricoltura idroponica e aeroponica in serra, garantendo l’ottimizzazione degli spazi disponibili e lo sfruttamento massimale della luce solare; che riconsidera le proprie fonti di approvvigionamento energetico (eolico offshore e fotovoltaico nei deserti) e fa leva su conoscenze e innovazioni tecnologiche di cui ancora non disponiamo. Soprattutto è un mondo che sarà esposto a conflitti anche sanguinosi, che potrebbero mettere a repentaglio la sorte stessa dell’umanità, se non sarà in grado di rivalutare i concetti di giustizia sociale ed equa distribuzione della ricchezza.

Ma l’apocalisse non è inevitabile. Le soluzioni esistono, e sono già tutte alla nostra portata. L’ultimo rapporto diffuso dall’IPCC fornisce al riguardo un quadro ben preciso, e la completa transizione verso le energie rinnovabili ne è il primo, cruciale elemento. Allo stesso modo la salvaguardia di oceani, foreste e degli altri “santuari” terrestri minacciati dalle scriteriate politiche di negazionisti come Trump e Bolsonaro è imprescindibile per preservare l’equilibrio di biodiversità ed ecosistemi. Ma più di ogni altra cosa è la cooperazione internazionale ad essere fondamentale per innestare il sentiero virtuoso che conduce all’emancipazione dalla CO2; poiché è inutile fare proclami, inneggiare a Greta Thunberg, siglare accordi che restano lettera morta senza la precisa volontà politica di coordinare e attuare la più grande rivoluzione di cui l’umanità ha bisogno: quella del buonsenso.

Emanuele Tanzilli

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