Mucche in un allevamento intensivo dietro una recinzione metallica durante l'alimentazione
Mucche in un allevamento intensivo dietro una recinzione metallica durante l'alimentazione (fonte: pexels.com)

A Milano le concentrazioni di ammoniaca sono tre-quattro volte superiori a quelle di metropoli come Londra o Barcellona, secondo il rapporto Padania avvelenata di Greenpeace Italia, diffuso a maggio 2026. È un inquinamento invisibile e silenzioso, che dalle stalle arriva dritto fino in città e, soprattutto, nei nostri polmoni.

Un’aria che nasce anche dalle stalle degli allevamenti intensivi

L’ammoniaca è prodotta soprattutto dalle deiezioni animali e dall’uso di fertilizzanti azotati, ed è la seconda causa di formazione di polveri sottili PM2,5 in Italia. In un’analisi condotta con ISPRA sui dati del 2018, Greenpeace ha calcolato che il riscaldamento residenziale e commerciale pesava per il 36,9% del PM2,5 nazionale e gli allevamenti per il 16,6%. In Lombardia, secondo lo stesso lavoro, gli allevamenti sono responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca.

Le associazioni ambientaliste che sostengono la proposta di legge Oltre gli allevamenti intensivi scrivono, citando dati ISPRA, che gli allevamenti intensivi causano circa il 75% di tutte le emissioni di ammoniaca in Italia. Le stesse fonti ricordano che il PM2,5 provoca ogni anno circa 50.000 morti premature nel nostro Paese. Attenzione a leggere bene questo numero: riguarda le polveri sottili nel loro insieme, non soltanto la quota che viene dalle stalle.

La Pianura Padana, laboratorio degli allevamenti intensivi

Nel rapporto del 2026, gli allevamenti intensivi della Pianura Padana emettono in un anno 162,7 migliaia di tonnellate di ammoniaca e 12.725 migliaia di tonnellate di gas serra. La sola provincia di Brescia pesa per il 14,9% dell’ammoniaca e per il 15,3% dei gas serra zootecnici dell’intera area. Chi vive lì respira un’aria che dipende anche dalla geografia (la pianura è chiusa da Alpi e Appennini), ma la geografia non spiega la densità di animali concentrati in poche province.

Soldi pubblici, profitti privati

Il capitolo meno discusso è quello dei fondi. Un’inchiesta di Greenpeace del 2018, condotta con giornalisti investigativi di vari Paesi, ha rilevato che in Italia i sussidi della PAC sono andati a circa il 67% delle 739 società incluse nel registro europeo delle emissioni inquinanti. Un altro rapporto della stessa organizzazione stima che tra i 28 e i 32 miliardi di euro l’anno di pagamenti diretti europei vadano al settore dell’allevamento, circa il 18-20% del bilancio dell’Unione, e che il 70% della superficie agricola europea sia destinato a produrre mangime e foraggio. Sono stime di parte, vecchie di qualche anno, ma indicano una direzione.

In Lombardia, un’altra indagine ha messo in fila i numeri sul territorio: quasi la metà dei fondi europei per la zootecnia, 120 milioni di euro, andava ad allevamenti in comuni con carichi di azoto oltre i limiti di legge, mentre secondo la Regione 168 comuni, uno su dieci, erano a rischio ambientale per l’eccesso di azoto.

La concentrazione è il filo conduttore. Tra il 2005 e il 2013, ricorda un altro rapporto di Greenpeace, il numero di allevamenti è diminuito di 2,9 milioni, quasi un terzo, a scapito solo delle aziende più piccole. In altre parole: il sistema premia chi è già grande e fa sparire chi lo è meno.

La partita europea

A marzo 2024 il Parlamento europeo ha approvato la revisione della direttiva sulle emissioni industriali: gli allevamenti intensivi di polli e maiali sono stati equiparati agli impianti industriali per metano e ammoniaca, mentre i bovini sono rimasti fuori, con la Commissione impegnata a rivederli entro il 31 dicembre 2026. Coldiretti ha reagito parlando di un’occasione persa e di «estremismo green» che rischierebbe di far chiudere migliaia di allevamenti.

Cosa risponde il settore

Le organizzazioni di categoria sostengono che le stalle non sono fabbriche e che gli allevamenti italiani pesano per circa il 5% delle emissioni totali, dopo un calo del 10% in dieci anni. Coldiretti segnala anche i costi delle nuove misure di abbattimento delle emissioni e l’efficacia dubbia di alcune, come la copertura delle concimaie. Sono obiezioni da prendere sul serio, soprattutto per le aziende piccole che non hanno margini per investire. Ma una difesa del settore che mette sullo stesso piano chi gestisce centinaia di capi in capannoni e chi alleva con metodi estensivi finisce per proteggere i più forti.

Una via d’uscita: la proposta Oltre gli allevamenti intensivi

Greenpeace Italia, ISDE Medici per l’Ambiente, Lipu e Terra! hanno presentato una proposta di legge per cambiare il sistema degli allevamenti intensivi. Le associazioni chiedono una moratoria sull’apertura di nuovi allevamenti intensivi e sull’aumento del numero di animali in quelli già esistenti, in particolare nelle aree più inquinate come molte zone della Pianura Padana, e una progressiva riduzione del numero di animali allevati. Greenpeace chiede inoltre di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e di sostenere le aziende agricole che producono con metodi ecologici.

Una questione di classe, di clima e di specie

Letta con occhi ecosocialisti, la vicenda ha un denominatore comune: i profitti sono privati, mentre aria avvelenata, falde contaminate e clima instabile sono costi che ricadono sulla collettività, e in particolare su chi non può permettersi di andarsene. Letta con occhi antispecisti, c’è un’altra voce che nessuno ascolta: quella degli animali, ridotti a unità di produzione in un sistema che, come racconta il nostro approfondimento sull’antispecismo, nega loro ogni soggettività. Lo stesso schema di sfruttamento e di scarico dei costi lo abbiamo documentato anche nella filiera delle pelli.

La domanda, a questo punto, non è se possiamo permetterci di cambiare. È chi continuerà a pagare finché non lo facciamo.

Redazione

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