Isolamento dei corpi e quarantena delle anime
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Mi risulta francamente difficile aggiungere a quanto è già stato detto, scritto, fatto. Ai tempi del coronavirus non si parla che dei tempi del coronavirus, e anche chi vorrebbe districarsi dai rovi del pensiero pregresso, divincolarsi dal giogo dell’opinione imposta, non può far altro che allinearsi al Primo Comandamento della pandemia: non avrai altro tema all’infuori di me. Non resta dunque che ragionare, bilanciare l’anelito di evasione intellettuale dall’isolamento con la forzatura fisica e morale della quarantena, appropriarsi degli spazi di riflessione lasciati liberi dalla psicosi. La virtù sta nel mezzo, insegnano i filosofi di ogni tempo; ma che si cela nel mezzo della virtù?

Tanto è stato fatto, scritto, detto. Forse anche troppo. L’emergenza ci coglie impreparati a una sfida inedita e fatidica, qualcosa di cui si racconterà ai posteri tramandando orribili periodi di reclusione e solitudine, gli atti di umano eroismo di medici e infermieri, le vite perse nella grigia e asettica distanza dai propri cari, le contraddizioni di una politica sempre reattiva nel salvare banche e istituzioni finanziarie, ma non altrettanto nel tutelare esseri umani ed ecosistemi. Per chi sperimenta oggi sulla propria pelle una situazione di isolamento non è semplice dare forma e nitidezza ai contorni sfumati di questi giorni; raccontarlo, poi, è ancora più arduo. Una parte di mondo rallenta e si ferma del tutto, in una quarantena di necessità e buonsenso, un’altra parte turbina nel tentativo incessante di far fronte al dramma, di rendere miracoli il pane quotidiano di ristrettezze e sacrifici. Conteremo ancora i morti e lo faremo a lungo, questo è certo. Meno certo è cosa ne sarà dei vivi.

Come in ogni circostanza eccezionale – dove per eccezione si intende la regola, ça va sans dire – l’umanità non ha mancato di offrire il meglio e il peggio di sé. Nella prima categoria faccio rientrare senza dubbio lo straordinario impegno del personale sanitario, l’abnegazione di quanti affrontano la trincea dell’emergenza con i rischi e gli sforzi della circostanza; e poi il senso di responsabilità di chi non ha atteso un decreto ministeriale per abbassar serranda e sospendere l’attività, le dimostrazioni di solidarietà fra cittadini di quartiere che diventano cittadini del mondo, e ricevono sostegno e vicinanza persino da chi in isolamento ci è stato messo da guerra e catastrofi climatiche. Ci metto addirittura la generosità posticcia di VIP e star dello spettacolo, politici, enti e istituzioni che hanno contribuito attraverso donazioni all’acquisto di apparecchiature mediche. Avrei apprezzato di più se la gran parte di loro avesse pagato ogni centesimo di tasse, ma in tempi di necessità non è concesso il lusso di guardare in faccia. Mascherina e un metro di distanza, per favore.

Nella seconda categoria metto invece le solite manfrine di complottisti e detentori di verità occulte che ci benedicono con le loro profezie; metto le discriminazioni e le fake news distillate con atroce crudeltà, lo sciacallaggio mediatico, le catene di Sant’Antonio su Whatsapp (tutte provenienti da fonti sicurissime e attendibilissime) e la vergognosa, scellerata, ignobile irresponsabilità di quanti, credendosi al di sopra di ogni terreno dovere e legge divina, continuano a ignorare le disposizioni e ad andarsene a zonzo come se nulla fosse, mettendo a repentaglio l’altrui incolumità. Sono 27.500 le persone denunciate finora, apprendo da Repubblica. Molte di loro, avendo violato la quarantena, rischiano il carcere per concorso colposo in epidemia.

Il che mi porta a riflettere con preoccupazione su carceri sature ed esasperate, come dimostrato dalle recenti rivolte represse nel sangue. Gestire l’emergenza nell’emergenza non sarà semplice né scontato, se ad aggravare le strutture ci si metteranno anche gli imbecilli di cui sopra. Le condizioni detentive sono già prossime, e spesso ben oltre, ogni ragionevole rispetto dei diritti umani. Costringere all’isolamento ulteriore chi lo sperimenta già nel quotidiano è un controsenso privo di pietà; figuriamoci se dovessero diffondersi casi di quarantena e restrizioni da red zone. Il picco della pandemia potrebbe quindi coincidere non soltanto con il crollo del settore ospedaliero, ma anche con quello delle carceri e non è auspicabile che accada, non lo è affatto. Urge ripensare, riconsiderare. L’eccezionalità della situazione lo richiede e lo consente, a patto che ci sia la sensibilità politica per comprenderlo, qualcosa di meglio dell’istruire gli agenti a lavarsi le mani dopo aver manganellato.

Isolamento dei corpi, dunque, di quelli che patiscono il contagio e inspirano il fuoco dell’inferno, di quelli costretti a una frenesia lavorativa e dei tanti nella solitudine forzosa di una stanza o di una cella. In quarantena, però, sarebbe meglio ci finissero le anime di chi ha creduto che questa bella favola del progresso illimitato e della crescita perpetua sarebbe durata in eterno. Ci vanno invece quelle dei senzatetto, multati per la colpa imperdonabile di essere stati emarginati, esclusi dall’eredità terrena; quelle dei precari senza più lavoro, di chi non ha accesso agli strumenti tecnologici per garantirsi un’istruzione, di chi trema al pensiero dei propri cari fragili o malati, di chi attende impaziente l’alba dopo questa cecità saramaghiana. Oggi ci riscopriamo deboli, seppur caparbi. Non so domani come sarà il risveglio, ma lo immagino confuso, frastornato, come dopo una lunghissima incoscienza. E quando avremo ricordato chi siamo e dove ci troviamo faremo meglio a ricordare anche come siamo arrivati qui.

Emanuele Tanzilli

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