Esame Liceo matematico
fonte immagine: Foto di 三江 韦 da Pixabay

Due riforme, un obiettivo comune dichiarato: meno ansia da prestazione, più spazio ai talenti di ciascuno. 
Perché c’è una parola che da sempre, nelle case italiane, fa scattare un misto di nostalgia e leggera ansia: Maturità. Quell’esame che per generazioni ha rappresentato il vero “rito di passaggio” verso l’età adulta sta cambiando profondamente pelle, insieme al modo in cui gli studenti entrano in classe ogni mattina. Le novità che in questi mesi ridefiniscono l’esame di Stato, affiancate dal debutto sperimentale del Liceo Matematico, non sono semplici riforme burocratiche fatte di freddi decreti e commi. Raccontano, al contrario, il tentativo concreto di costruire una scuola finalmente più vicina alla realtà dei ragazzi, meno focalizzata sulla pura performance e decisamente più attenta a valorizzare i talenti e le inclinazioni di ciascuno.

Un secolo di esami: la lunga marcia verso una valutazione “umana”

Se oggi l’esame di Stato sembra avviarsi verso una dimensione più sostenibile e focalizzata sullo studente, è perché si lascia alle spalle un secolo di radicali rivoluzioni strutturali che hanno rispecchiato le alterne vicende storiche del nostro Paese. Tutto ha inizio nel 1923 con la Riforma Gentile, un modello nato sotto il segno del rigore assoluto e della selezione della futura classe dirigente fascista. In quell’epoca, l’esame era un vero e proprio incubo: tutte le materie del percorso scolastico venivano portate al colloquio orale, le prove scritte erano lunghissime e le commissioni erano composte interamente da docenti esterni, determinando percentuali di bocciatura spaventose. Questo paradigma punitivo ha retto fino al 1969, quando la Legge Sullo ha introdotto la celebre formula dei due scritti e delle sole due materie all’orale (una scelta dal candidato e una dalla commissione). Nata come una sperimentazione provvisoria sull’onda del fermento sociale del Sessantotto, questa struttura si rivelò così equilibrata e accessibile da rimanere in vigore per quasi trent’anni, traghettando intere generazioni verso il diploma.

La vera modernizzazione dell’esame si compie però nel 1997 con l’era Berlinguer, che introduce la valutazione in centesimi, la temuta terza prova scritta multidisciplinare (il cosiddetto “quizzone”) e, soprattutto, l’istituto del credito scolastico, nato per dare un peso reale al percorso formativo del triennio e non solo alla performance di pochi giorni. Negli anni successivi, tra le riforme firmate da Letizia Moratti e Mariastella Gelmini, la scuola ha vissuto una stagione di continui assestamenti, oscillando tra commissioni totalmente interne, esterne o miste.
Questa instabilità ha trovato il suo culmine negli anni della pandemia: sotto la gestione di Lucia Azzolina prima, e di Patrizio Bianchi poi, l’esame è stato completamente stravolto per rispondere all’emergenza sanitaria, riducendosi a un unico maxi-orale con commissione interna e l’eliminazione temporanea delle prove scritte. Una fase straordinaria che ha aperto la strada a una riflessione profonda sulle competenze trasversali e sul benessere psicologico degli studenti. Con il ritorno alla normalità e l’insediamento di Giuseppe Valditara, il Ministero ha cercato di ridefinire l’equilibrio tra serietà e gestione dell’ansia, arrivando persino a ripristinare ufficialmente lo storico nome di “Esame di Maturità” e a ripensare l’impianto del colloquio. Oggi, la notte prima degli esami si passa ancora inevitabilmente a ripassare sui libri, ma la struttura del colloquio promette di essere decisamente più gestibile grazie al Decreto Legge 127/2025. Questa riforma dice finalmente addio ai vecchi colloqui “fiume” in cui si poteva essere interrogati su qualsiasi dettaglio del programma, concentrando l’orale su sole quattro materie specifiche definite annualmente dal Ministero per ciascun indirizzo di studi.

Questa nuova architettura dell’esame di Stato porta con sé benefici evidenti che vanno ben oltre la semplice riduzione del carico di studio. Concentrarsi su un percorso mirato permette ai ragazzi di sviluppare collegamenti interdisciplinari reali e di approfondire i concetti con serenità, allontanando l’ansia da prestazione tipica delle nozioni mandate a memoria all’ultimo minuto. Inoltre, il colloquio smette di essere un mero strumento di verifica del “sapere” per diventare uno spazio in cui lo studente può raccontare “chi è” e cosa vuole fare in futuro: in questo contesto, il Curriculum dello Studente e le esperienze maturate nei percorsi di PCTO (l’ex alternanza scuola-lavoro) assumono un ruolo centrale, trasformando l’esame in un vero e proprio trampolino di lancio verso l’università o il mondo del lavoro. Il tutto avviene davanti a una commissione più snella e vicina alle esigenze del candidato, ridotta a cinque membri complessivi (un presidente esterno, due commissari interni e due esterni), senza che questo intacchi il valore legale del titolo, che rimane rigoroso e identico per tutti i diplomati d’Italia.

La scommessa del Liceo Matematico: se la scienza diventa un gioco di squadra

In parallelo alla riforma della Maturità, la scuola italiana sta provando a scardinare un altro grande tabù generazionale: quello della matematica vissuta come una materia fredda, astratta e punitiva. La sperimentazione del Liceo Matematico, istituita per la durata di cinque anni con il Decreto Ministeriale 104 del 10 giugno 2026, coinvolge circa cento scuole pilota tra licei classici, scientifici e delle scienze applicate. Aggiungendo un piccolo pacchetto di ore settimanali (due nel biennio e una nel triennio), questo indirizzo non si propone di aumentare il carico di compiti o la complessità dei calcoli, ma di rivoluzionare completamente la didattica attraverso attività di laboratorio. Nelle aule del Liceo Matematico si dice addio alla tradizionale lezione frontale in cui la classe copia passivamente le formule scritte dal docente sulla lavagna, per dare spazio alla co-progettazione e al lavoro di squadra.

In questo nuovo scenario didattico, gli studenti affrontano la risoluzione di problemi reali lavorando in gruppo, replicando esattamente le dinamiche di cooperazione che caratterizzano i laboratori di ricerca scientifica o i team di sviluppo software. La matematica viene finalmente mostrata per quello che è: un linguaggio universale che si nasconde dietro la struttura di una sinfonia musicale, la simmetria di un’opera d’arte, la logica dei social network o gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. Grazie a una collaborazione diretta con i dipartimenti universitari, i ragazzi hanno l’opportunità di confrontarsi con la ricerca d’avanguardia fin da giovanissimi, comprendendo il valore pratico di ciò che studiano.

Mettere ordine nell’esame di Stato e trasformare le materie scientifiche in discipline vive e laboratoriali sono, in fondo, due facce della stessa medaglia: l’obiettivo non è cercare scorciatoie o facilitazioni, ma restituire alla scuola il suo senso più profondo. Tuttavia, per quanto significativi, questi interventi rischiano di rimanere risposte isolate se confinati solo all’ultimo miglio del percorso di studi superiore. La vera sfida del futuro è molto più ampia e sistemica: l’intero percorso educativo italiano, a partire dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di primo e secondo grado, deve imboccare una strada completamente nuova e farsi promotore di una riforma globale. È proprio nei primissimi anni di crescita e di scuola primaria che vanno coltivati l’approccio laboratoriale, l’inclusione e il pensiero critico, evitando che il nozionismo e la valutazione punitiva spengano la curiosità prima ancora di arrivare alle superiori. È solo ridisegnando l’intero ciclo scolastico in modo organico, modificando forse totalmente l’impianto, che la scuola potrà trasformarsi, a ogni livello, in una vera palestra di vita dove grazie alle conoscenze apprese si impara a ragionare, a collaborare, a sbagliare senza timore e, finalmente, a comprendere la complessità del mondo che ci circonda.
Ed è proprio su questo terreno che si innesta un dibattito sempre più ampio e acceso, che tocca il cuore pulsante della didattica quotidiana: il senso della valutazione e il ruolo dei voti. Negli ultimi anni, psicologi, pedagogisti, docenti e gli stessi studenti hanno iniziato a interrogarsi con forza sul peso che i numeri hanno sulla crescita emotiva e intellettuale dei ragazzi. Da un lato, c’è chi difende il voto numerico come uno strumento di chiarezza, di responsabilizzazione e di preparazione alle inevitabili selezioni della vita adulta. Dall’altro, si fa sempre più strada la richiesta di una valutazione puramente formativa, capace di descrivere il percorso e i progressi del singolo senza imbrigliarlo in una cifra che troppo spesso viene percepita come un giudizio di valore sulla persona stessa, alimentando quell’ansia da prestazione che le nuove riforme dichiarano di voler combattere. Questo confronto non è una semplice questione di numeri sulla pagella, ma una riflessione profonda su quale idea di società vogliamo promuovere attraverso la scuola. Se l’obiettivo finale è davvero quello di valorizzare i talenti e rispettare i tempi di ciascuno, allora anche il modo in cui misuriamo il successo scolastico dovrà necessariamente trovare una sintesi nuova.
Questa transizione, tuttavia, non si gioca solo sui regolamenti, ma sulle persone. Non si può cambiare il modo di valutare gli studenti senza riabilitare, prima di tutto, il valore sociale e la dignità professionale di chi insegna, liberando i docenti dalla morsa della burocrazia per restituire loro il ruolo di guide autorevoli.

La sfida è complessa, ma la direzione sembra ormai tracciata: passare da una scuola del controllo e della performance a una scuola dell’apprendimento e della fiducia. Solo così l’errore smetterà di essere una colpa da punire con un segno rosso, e la scuola tornerà a essere ciò che è sempre dovuta essere: non un esame continuo da superare, ma il luogo in cui si impara a cadere per poi guardare al futuro con coraggio e coscienza.

Elisabetta Vinci

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