Il 17 e il 18 febbraio il Nest Napoli est Teatro ha messo in scena “TVATT”, uno spettacolo di Lugi Morra liberamente ispirato “East” e “West” di Steven Berkoff, modificato per rendersi espressione dell’immaginario del territorio napoletano. Si tratta di un Prodotto da Etérnit in collaborazione con Teatraltro, nato nel 2014 con un primo studio presentato al festival Lunarte di Carinola.

TVATT è l’acronimo di Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali, ed è proprio di violenza che il regista Morra vuole parlarci, in tutta la sua infondatezza e brutalità.

TVATT è anche il modo in cui in Campania si suole dire “ti picchio”, un termine che fa quindi parte della nostra quotidianità, pronunciato fin troppo spesso per gioco, ma che ha avuto anche fin troppi riscontri negativi.

Lo spettacolo è diviso in fasi e sin dall’inizio abbatte la quarta parete e assume la forma metateatrale.
Su palco Luigi Morra, Pasquale Passaretti e Eduardo Ricciardelli si mostrano scostanti e aggressivi, parlano agli spettatori con aria di superiorità. Due persone del pubblico sono invitate a salire e a riprodurre ciò che gli viene chiesto: simulare una rissa.
A guidarli ad ogni mossa è Luigi Morra, ma il gioco teatrale mette in luce il suo insegnamento: agli occhi del pubblico arrivano immagini di persone a buon ragione impacciate, il loro dar pugni all’aria e mostrare violenza senza alcuna ragione fa ridere e li mette in apparente imbarazzo. L’arte del picchiarsi, tra la necessità di farlo e quello di saperlo fare viene catapultata nella dimensione teatrale, sviscerata da qualsiasi legame con l’esterno e resa sterile e ridicola.
La violenza non sempre ha una motivazione, quasi mai ha ragione di esistere, ma mai fa così ridere.

In linea con questo gioco, Pasquale Passaretti ci racconta storie senza una morale, storie a cui manca un finale perché il nocciolo della questione non è tanto cosa succede poi, ma come reagiscono le persone a determinati impulsi.
Naso rotto” è un suo ricordo, un evento di una serata trascorsa tra bar e discoteche, terminata con la classica rissa generata da spintoni e dalla convinzione di essere superiore al proprio rivale, solo per orgoglio.
«Mi hanno urtato proprio come ne avevo bisogno, spalla spalla. Loro non sono nessuno.»

“Il cane e il bambolotto” tratta invece di una violenza brutale e gratuita: un’anziana uccide uno ad uno tutti i cuccioli appena nati dalla sua cagnolina.  Ancora una volta non viene spiegato il perché, ciò che deve risaltare è solo l’atto disumano, slegato da ogni tipo di evento passato o futuro.

L’ultimo racconto è il più breve. Suona il citofono, il protagonista scende. «Sei uomo o no?» gli viene urlato e rinfacciato, domanda che ricorda “Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti” del cantautore Caparezza, che elenca tutto ciò che secondo l’idea comune dovrebbe  effettivamente fare un uomo per marcare la propria virilità e non essere svilito dalla società. Ma «non ascoltare questi maldicenti, non si avanti con la forza, ma con la forza degli argomenti» canta nel ritornello.

Dal pubblico si alzano dei ragazzi (comparse dello spettacolo). Ognuno ha la sua storia da raccontare, ognuno è stato almeno una volta nella vita protagonista di un atto di violenza. Alcuni raccontano tali episodi ridendo, perché l’amico o lo zio o il conoscente ha attaccato briga con un tipo qualsiasi durante una festa paesana, o una serata in discoteca, o nel cortile della scuola. Ridono in modo superficiale creando un buon contrasto con i giochi teatrali precedentemente presentati. Prestano tutti attenzione ad una loro compagna che ha invece conosciuto il lato più oscuro della violenza: quella domestica, quella che ti distrugge dentro giorno dopo giorno e che ti fa perdere completamente la fiducia nei confronti del mondo.

L’utilizzo del dialetto calcato farcisce TVATT di espressioni rituali, il che rende il tutto più familiare e a tratti comico e grottesco. Morra ha utilizzato quindi qualsiasi tipo di espediente per raccontare gli impulsi della violenza primordiale, legati a principi difficili da capire ma che sembrano esser ben radicati nella mentalità dell’uomo.

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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