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Ci sono innumerevoli modi di portare avanti una lotta: nelle piazze, nelle aule delle scuole, nella propria casa. Un altro modo è decidere di candidare un personaggio significativo per il Premio Nobel per la Pace, che è quello che una rete di organizzazioni della società civile, organizzazioni non governative e Comuni ha deciso di fare con Riace.

Proprio oggi, 20 dicembre, c’è stata l’iniziativa di lancio della campagna “Riace Premio Nobel per la Pace” al teatro Palladium, nel quartiere Garbatella di Roma, organizzata dalla Rete di Comuni Solidali, dal Municipio VIII della Capitale e da Left, con la presenza di Mimmo Lucano. Alcuni hanno parlato di “riscatto” del modello Riace mentre gli organizzatori ci tengono a specificare che è “un atto di impegno civile e un orizzonte di convivenza per la stessa Europa“.

Perché “Riace Premio Nobel per la Pace” ha senso

Lo stesso Mimmo Lucano ha espresso questo desiderio: “Sogno di tornare sindaco di Riace e che il mio paese possa vincere il Premio Nobel per la Pace“. Ma siamo sicuri che le due frasi vadano di pari passo? E che un’eventuale vittoria del premio da parte di Riace cambierebbe lo stato attuale delle cose?

Da una parte c’è un elemento importante in questa campagna e cioè il mantenere i riflettori accesi sulla questione Riace. Non smettere di parlarne, diffonderla, lottare appunto. In questo, l’iniziativa segna il punto di partenza di un nuovo percorso che vuole continuare a difendere questo modello e questi valori. Se dalle piazze si passa ai luoghi chiusi non cambia: l’importante è che se ne parli.

La candidatura, poi, è anche un altro modo di mostrare solidarietà a Mimmo Lucano: Mimmo Rizzuti di Re.Co.Sol., Luca Pietromarchi, rettore dell’università Roma Tre, Padre Zanotelli, Luca Zingaretti, la vicepresidente del Parlamento greco, il presidente dell’Associazione Congo per la pace e tanti solidali hanno partecipato all’iniziativa, quasi come a dire, o meglio urlare, “Non mollare”.

Candidare Riace a Premio Nobel per la Pace, infine, significa anche aprirsi al mondo, parlarne a livello europeo e mondiale, far risuonare la voce di un’esperienza – come quella di Riace – che ha messo al primo posto l’humanitas, e cioè la necessità di guardare l’altro come un essere umano prima ancora che come un migrante o un cittadino. Forse sta qui, in questa portata internazionale, una speranza nascosta di smuovere qualcosa.

Ma il Nobel per la Pace non salverà comunque Riace

Speranze mal riposte, probabilmente. Il Premio Nobel per la Pace, da quando è stato istituito e donato per la prima volta nel 1901, ha suscitato molte perplessità e contraddizioni.

Prima di tutto, sono tantissimi i personaggi a dir poco ‘distanti’ dall’idea di pace che sono stati candidati. Basti pensare che un gruppo di diciotto deputati repubblicani è riuscito a farlo con il presidente USA Donald Trump. Pensare che accanto a Riace (se dovesse passare) potrebbe esserci il nome di Donald Trump fa storcere un po’ il naso e dubitare della reale utilità di questo premio.

Senza poi andare a vedere chi, in passato, ha vinto questo premio ma della pace non aveva nulla: Yitzhak Rabin, primo ministro di Israele dal 1974 al 1977 e Capo di Stato Maggiore durante la Guerra dei sei giorni, insignito nel ’94 del premio per gli accordi di Oslo; Barack Obama, lo vince nel 2009, ma già negli anni precedenti aveva aumentato il numero di forze militari in Afghanistan e negli anni successivi farà di peggio con la guerra in Libia e quella in Siria; per non parlare del premio dato all’Unione Europea nel 2012, proprio nello stesso anno in cui stritolava la Grecia di Tsipras. In questo senso, il Premio Nobel per la Pace non ha più neanche un valore reale, visto il calibro dei personaggi a cui è stato dato.

Ma è anche vero che ci sono nomi meno equivoci e poi volti che proprio ci piacciono, come gli ultimi vincitori Denis Mukwege e Nadia Murad. Riace potrebbe stare accanto a loro.

E quindi? Il problema, qui, sta nel fatto che l’assegnazione del premio non ha risolto magicamente le lotte che si stavano portando avanti. Per esempio, dare il Premio Nobel per la Pace a Nadia Murad nel 2018 non ha impedito che i curdi continuassero ad essere massacrati in Medio Oriente negli ultimi mesi (e continueranno ad esserlo ora che gli USA hanno annunciato il ritiro delle proprie truppe dalla Siria del Nord) così come l’assegnazione all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons non ha portato ad una riduzione degli armamenti nucleari.

Allo stesso modo, candidare Riace a Premio Nobel per la Pace non servirà a salvarlo. Paradossalmente, Mimmo Lucano potrebbe trovarsi, fra meno di un anno, a ritirare il prestigioso premio in Norvegia e a non poter, ancora, tornare a Riace.

Elisabetta Elia

1 commento

  1. Che il Premio Nobel abbia solo un valore simbolico non è vero, visto che il vincitore incassa anche un assegno di circa 900.000 dollari, oltre una medaglia d’oro (che può essere messa all’asta. Uno dei vincitori l’ha fatto, incassando oltre 4 milioni di dollari). Denaro che può essere impiegato per continuare, senza dipendere dallo Stato, quella magnifica esperienza che è stata Riace.

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