chimamanda ngozi adichie femminismo
[BBC]

Parlando di femminismo non è raro incontrare il nome di Chimamanda Ngozi Adichie, forse la più nota scrittrice nigeriana.

I pericoli di una storia unica è il titolo di un discorso pronunciato da quest’ultima nel 2009.

Nel suo discorso, ormai più che famoso, la scrittrice parla del ruolo della letteratura e del potere nella costruzione di una “storia unica” che definisca un popolo o un individuo. Parla del pericolo che una potente “storia singola” possa trasformarsi nell’unica realtà che siamo in grado di percepire, spogliandoci della possibilità di cogliere le storie molteplici che compongono ognuno di noi.

Nel 2012 Chimamanda Ngozi Adichie ha pronunciato un secondo discorso che è diventato famoso ed è stato pubblicato in un libro nel 2014, Tutti dovremmo essere femministi. La scrittrice parla di femminismo e di genere, raccontando la sua storia, quella di una “femminista africana felice”.

Questa definizione, con la quale Chimamanda scherzosamente si autodefinisce, è una risposta alle definizioni che altri hanno cercato di imporle, secondo le quali non si può essere femministe e africane, non si può essere femministe se non si è infelici e non si odiano gli uomini.

Allora chi è Chimamanda Ngozi Adichie?

È semplicemente una donna, è africana, è femminista e adora il lucidalabbra rosa. Con le sue parole e le sue storie sfida la “storia unica” di cosa una donna o una femminista dovrebbe essere. La stessa cosa la fanno milioni di altre donne che con la loro voce e le loro azioni mettono in discussione la narrativa unica di femminismo e alterità.

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Nadia Murad [Europa Press]
Donne come la recentemente premio Nobel Nadia Murad che dall’Iraq ci parla delle torture dello Stato Islamico. Nadia è stata oggetto di abusi, ma non è una vittima. Non ha bisogno di essere salvata, ma con la sua voce può aiutare tante altre donne a salvarsi da sole.

Donne come il nuovo simbolo della lotta del popolo palestinese, Ahed Tamimi, che ha risvegliato l’interesse per una storia a lungo dimenticata. Non solo quella del suo popolo nella lotta contro lo Stato di Israele, ma quella delle tante donne palestinesi che sono parte attiva di questa lotta.

Essere femminista e non bianca significa declinare l’esperienza di donna e di lotta in uno spazio diverso, quello dell’intersezione tra genere, classe, etnicità e religione. In quanto femministe ed europee, bianche e borghesi, dobbiamo sforzarci per dare spazio a questa parte del movimento.

Il femminismo nell’era del #MeToo

Oggi si parla di femminismo molto più di ieri. Senza dubbio il caso Weinstein e l’esperienza del #MeToo sono stati un impulso potente. Tuttavia, l’esperienza della violenza sessuale e di genere delle attrici di Hollywood è solo uno degli aspetti che compongono il femminismo moderno.

Quest’ultimo, e il dibattito che ha generato, non può e non deve appiattirsi a una discussione che prenda in considerazione soltanto la violenza materiale, i casi di abuso e stupro che colpiscono le donne di tutto il mondo, le conseguenti cause giudiziarie e i casi come quello più recente di un Cristiano Ronaldo.

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Ahed Tamimi [Clarin]
Bisogna riconoscere nel femminismo un movimento di lotta che va al di là delle riforme legali momentanee, un movimento che è rinato da quattro anni a questa parte grazie all’azione sociale e politica di donne come il collettivo argentino Ni Una Menos.

Le proteste e manifestazioni portate avanti da quest’ultimo sono state pioniere di un movimento che è diventato globale e che ha permesso, tra le altre cose, la costruzione di una piattaforma nazionale in Italia: la piattaforma Non Una di Meno, che lotta per sovvertire il sistema nel quale la violenza sessuale diventa possibile.

La pubblicazione di un piano nazionale e le tante conferenze e tavoli nazionali, che tramite la piattaforma hanno portato all’incontro di donne provenienti da associazioni ed esperienze molto diverse, hanno portato ad una rinascita politica del femminismo.

È questo il femminismo di cui abbiamo bisogno, un femminismo politico e rivoluzionario. Abbiamo bisogno di azione e di un cambiamento reale che prenda in considerazione aspetti diversi quali il neocolonialismo economico e politico, il cambiamento climatico e la sfida per l’integrazione dei nuovi soggetti migranti.

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Il movimento di Ni Una Menos [t13.cl]
Non solo, dunque, abbiamo bisogno di un femminismo che sia molteplice e inclusivo per tutte le realtà che lo costituiscono (a differenza di quello che predicano le TERF, o femministe radicali trans-esclusive). Il nuovo movimento femminista deve essere inclusivo anche all’esterno, verso tutte quelle pratiche e realtà aliene alla tradizione europea, avendo come obiettivo l’empowerment reale di tutte le donne.

Dalla “Carta di Principi Femministi delle Femministe Africane” del 2006:

«Come Femministe Africane, facciamo parte di un movimento femminista globale contro l’oppressione patriarcale in tutte le sue manifestazioni. […] Reclamiamo e affermiamo la lunga e ricca tradizione di resistenza delle donne africane al patriarcato in Africa. D’ora in avanti rivendichiamo il diritto a teorizzare per noi stesse, scrivere per noi stesse e parlare per noi stesse in quanto Femministe Africane».

In quest’ottica è un piacere leggere la notizia che il nuovo esecutivo etiope è composto per la metà da donne, e che queste ultime ricoprono ruoli quali Ministro della Difesa, del Commercio e della Pace.

In questo modo allora forse è possibile sottrarsi ai pericoli di una “storia unica“.

Claudia Tatangelo

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Nata e cresciuta nel cuore del Mediterraneo, studia arabo e lingue africane presso l'Università degli studi di Napoli "L'Orientale". Viaggiatrice e lettrice incallita, si improvvisa insegnante di inglese volontaria e dog-sitter nel tempo libero. Transfemminista. Dubito ergo sum.

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