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«Fanno il deserto e lo chiamano pace», scriveva Tacito. Nella città più santa al mondo, dove la pace dovrebbe essere completa ed eterna, il deserto continua ad avanzare. Avanza nello spazio lasciato incolto dalla politica e preso in assedio dal conflitto, dalle recriminazioni e dalla miopia dei leader internazionali.

Dopo le dichiarazioni di Donald Trump, vivere a Gerusalemme non è mai stato così difficile. Il suo riconoscimento come capitale unica di Israele ha incendiato ulteriormente gli animi di chi, da oltre cinquant’anni, è costretto a vivere fianco a fianco nei quartieri antichi della Città Vecchia, lottando per avere legittimità e diritti tra dispute territoriali, separazioni e una sorveglianza pervasiva.

Mentre il mondo aspetta l’inaugurazione della nuova ambasciata americana, per arabi e palestinesi Gerusalemme è e resterà la capitale della Palestina, nonostante la situazione sia sempre più sbilanciata verso il governo israeliano.

Lo scorso 7 marzo, la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato una legge che permette al Ministro degli Interni di revocare lo status di residenza – con conseguente espulsione – dei palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, se colti in attività che «tradiscono la lealtà» dello Stato di Israele.

Questa decisione, coincisa con il viaggio del Primo Ministro Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti, resta particolarmente controversa. Prima di tutto perché, di fatto, estende la legislazione di Israele in un territorio che ufficialmente non appartiene ai confini dello stato. Israele, infatti, ha occupato la zona est di Gerusalemme nel 1967 senza aver mai avuto il consenso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La città quindi non è, dal punto di vista legale, dentro la giurisdizione israeliana.

Tuttavia, dall’inizio dell’occupazione in poi, Israele ha — di fatto — portato gradualmente la sua comunità geopolitica oltre i confini riconosciuti, estendendo le sue leggi anche su territori collocati al di là della sua sovranità geopolitica. E questa nuova legge mostra ancora la sua indeterminatezza spaziale. Un’indeterminatezza che persiste fin dalla fondazione, quando Ben Gurion dichiarava: «Non siamo vincolati […]. Non ci siamo opposti ai confini stabiliti dalle Nazioni Unite, ma non abbiamo neanche fatto il contrario. Abbiamo lasciato la questione aperta a possibili sviluppi».

Oltre alla questione dei confini “aperti”, c’è quella dell’indeterminatezza del concetto di “fedeltà”.

L’emendamento di revoca, infatti, si appella a tre cause: tradire la “fiducia” di Israele, dare informazioni false alle autorità o rappresentare un pericolo per la società. Sarà compito del Ministro degli Interni Aryeh Deri, leader del partito ultra-ortodosso Shas, ritirare il permesso di residenza per «proteggere la sicurezza dei cittadini israeliani».

Attualmente, gli oltre 300mila palestinesi residenti a Gerusalemme vivono in uno stato di emarginazione politica e identitaria: non sono cittadini di Israele né della Palestina, rappresentano una minoranza autoctona — la maggior parte di loro è nata a Gerusalemme — che però non è riconosciuta come tale, possiedono un documento d’identità provvisorio, senza avere libero accesso né dentro né fuori dal paese.

La revoca del permesso li renderebbe apolidi in modo permanente e irreversibile. Secondo il gruppo di difesa legale dei palestinesi in Israele, Adalah, imporre ai palestinesi «un obbligo di lealtà nei confronti della potenza occupante e negare loro lo status di residenza permanente» su basi così vaghe è vietato dal diritto internazionale.

Ricorrendo a concetti così ambigui e ampi, la legge può essere facilmente strumentalizzata per criminalizzare anche un’azione politica legittima, colpendo la libertà d’espressione e limitando severamente le voci di dissenso. Dal 1948, a causa del conflitto, Israele vive in uno stato d’emergenza perenne e, all’interno di questa eccezionalità, il “pericolo” e la “minaccia” sono concetti molto più estesi e abusati, rispetto a una qualsiasi altra democrazia. Basti pensare che anche tra le Basic Laws — che sostituiscono di fatto i principi costituzionali — ce ne è una, riguardante la Knesset, secondo cui:

«Una lista di candidati non partecipa alle elezioni per la Knesset se i suoi obiettivi o azioni, espressamente o implicitamente, includono uno dei seguenti elementi: (1) la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele come lo stato del popolo ebraico, (2) la negazione del carattere democratico dello Stato; (3) l’incitamento al razzismo».

Attraverso questa legge vengono sistematicamente esclusi candidati arabi e liste di partiti politici che evidenziano l’incongruenza tra l’aspetto democratico e quello etnico, in uno Stato abitato non solo dal «popolo ebraico», ma anche da palestinesi, arabi e altri cittadini non ebrei.

A questo quadro va aggiunta anche un’altra considerazione: come si può pretendere assoluta lealtà da chi, a causa di problemi storici e politici, non considera lo Stato di Israele la propria patria né ha da essa pieno riconoscimento? Secondo l’esponente del Partito Comunista Israeliano Dov Boris Khenin, l’emendamento appena approvato «è pericoloso» perché impone un obbligo di fedeltà a persone che non hanno avuto alcuna scelta di essere israeliane, ma vivono a Gerusalemme est «perché è la loro casa».

Nonostante queste ambiguità, la nuova misura di sicurezza ha ricevuto l’approvazione del governo e dell’opinione pubblica israeliana, che si sente vulnerabile e continuamente minacciata dal popolo arabo-palestinese. Un senso di incertezza che viene spesso strumentalizzato dai leader israeliani, nonostante l’ormai completa militarizzazione della società.

E il senso di incertezza non può che dominare anche la parte arabo-palestinese, che sembra aver abbandonato la speranza della normalità: di avere una capitale, di abitare una terra e possedere una casa, di manifestare il proprio dissenso politico, di immaginare un futuro diverso.

Rosa Uliassi

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