La classe operaia è andata in paradiso? Intervista a Lino Guanciale

Secondo Bertolt Brecht, drammaturgo e poeta tedesco, il teatro doveva sempre ricordare agli spettatori di trovarsi davanti a una finzione scenica che raccontava qualcosa della realtà: abdicando alla tecnica di immedesimazione aristotelica, Brecht puntò a un effetto di straniamento per cui la storia era solo un pretesto per generare una riflessione sul presente e non il primo gradino di un percorso catartico e quasi di oblio. È questa l’impressione di distanza che riceviamo assistendo aLa classe operaia va in paradiso, spettacolo teatrale con la regia di Claudio Longhi e la sceneggiatura di Paolo Di Paolo, in prima nazionale al Teatro Storchi di Modena il 31 gennaio 2018.

“La classe operaia va in paradiso” è un “montaggio e rimontaggio” dell’omonimo film diretto da Elio Petri e Ugo Pirro nel 1971, la cui uscita generò profonde critiche nel fronte della sinistra soprattutto per il modo in cui si dipingeva la classe operaia, ritenuto poco fedele, confuso e non ortodosso. Il lavoro ha coinvolto anche il carteggio tra Petri e Pirro che ci porta nel loro laboratorio creativo e una parte della letteratura degli anni Sessanta e Settanta, ad esempio Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri (1959) o Memoriale di Paolo Volponi (1962). Mentre però il film di Petri e Pirro era un documentario in presa diretta, lo spettacolo prende le distanze da quel tipo di narrazione e alterna piuttosto l’attuale all’inattuale.

Sorgono necessariamente delle domande: si può ancora parlare di classe operaia? Se sì, ha la coscienza di esserlo?

Se prima la categoria di “classe operaia” aveva dei contorni ben precisi, non si può dire lo stesso oggi. Con la globalizzazione della produzione, la frammentazione della collettività e la precarietà dei posti di lavoro, l’essenza di una qualsivoglia classe operaia si è persa nella nebbia. Lo stesso lessico (lotta di classe, classe, operaio) sembra anacronistico; lo dicono anche i versi che seguono alla canzone di Fausto Amodei, “Il tarlo”, nello spettacolo: «roba paleolitica, puzza troppo di politica, ma non ve l’hanno detto che la storia è finita?». Sembrerebbe invece il contrario, ossia che quella storia continui ad allungare le mani sul nostro presente, seppur con delle differenze. Edoardo Sanguineti nell’epilogo di Come si diventa materialisti storici (2006) scriveva che il 98% dell’umanità vive in condizioni di proletariato ma non ne è consapevole. L’autore rilancia la necessità di una azione rivoluzionaria.

Tra gli obiettivi dello spettacolo di Longhi e Di Paolo, oltre alla riflessione su un tema scottante, c’è quello di narrare sul palco una perdita.

Petri e Pirro furono aspramente giudicati per aver restituito un’immagine della classe lavoratrice “scomoda”, radicata nella contraddizione dell’operaio che lavora e conduce una lotta di classe ma poi corre dietro al capitale. Nel voler cogliere luci e ombre di questa figura i due hanno anticipato qualcosa che i nostri giorni rivelano pienamente: i proletari hanno perso la coscienza di classe perché si sono illusi di essere usciti dalla loro condizione sociale. E sono entrati in una logica individualistica per cui il fine non consiste nel cambiamento collettivo bensì nel miglioramento della propria posizione. Quella miccia rivoluzionaria che aveva animato gli anni Sessanta e Settanta e che poi sarebbe approdata al Sessantotto e all’autunno caldo del 1969 oggi è spenta.

Il ritmo febbricitante della produzione entra nello spettatore attraverso la recitazione e la musica che assumono la stessa andatura incalzante. A dominare lo spazio scenico è il nastro trasportatore che scandisce la velocità della storia e spinge la storia, la produzione in fabbrica, la stessa vita dei protagonisti verso un’unica direzione senza ammettere alcun errore o passo indietro. L’unica presenza spaziale verticale non è salvifica, anzi: è dall’alto che il cronometrista (Simone Francia), il cantore (Simone Tangolo), lo studente (Eugenio Papalia) si impongono sulla massa di operai chini sulle macchine, per risvegliarli dalla schiavitù in cui sono immersi o per spronarli a produrre di più.

Abbiamo intervistato Lino Guanciale che veste i panni di Lulù Massa nello spettacolo.

Perché la scelta ricade su un film quale “La classe operaia va in paradiso”, considerato datato dall’opinione comune? Ci sono punti di contatto con il presente?

«Gli anni raccontati nel film hanno molto in comune col mondo del lavoro odierno. Noi abbiamo scelto di gettarvi uno sguardo critico aprendo una sorta di cantiere sulla pellicola, problematizzandola. La scelta di lavorare su quel film è mia e si collega a un concorso bandito dall’ERT ( Emilia Romagna Teatro Fondazione) incentrato sulla crisi del lavoro. È doveroso distinguere le due realtà storiche e sociali, ma nel concreto le condizioni lavorative in molte occupazioni non sono assai diverse da quelle di un cottimista degli anni 70. Ieri c’era una classe con una propria coscienza alle spalle dei lavoratori. Oggi anche la rete comunitaria si è dispersa, e si è notevolmente ampliato l’orizzonte con nuove forme di lavoro subordinato. “Classe” e “operaio” sono parole che probabilmente non hanno lo stesso significato che aveva negli anni del film, ma pur avendo assunto una diversa forma, nella sostanza si ritrovano ai giorni nostri.»

Qual è stato l’approccio personale nell’interpretazione di un personaggio che veste i panni di un operaio? Esiste un Lulù Massa anche oggi?

«L’interpretazione si snoda su due basi: da un lato si aggancia al film nel linguaggio – prima il romanesco, poi il lombardo detto “bianco” perché privo di localizzazione -, dall’altro se ne discosta favorendo un apporto creativo personale. Il mio Lulù Massa è più violento, appagato nei suoi bisogni primari, razzista, è un operaio felice e individualista oltre misura: sfumature che meglio si adattano agli anni che viviamo. Il Lulù Massa di Volonté invece crea quasi tenerezza e si sobbarca fatalisticamente un destino a senso unico. Inoltre c’è nel mio personaggio un ferreo straniamento alla maniera brechtiana: rispetto al film, lo spettacolo opera continui spostamenti tra interno ed esterno, rigettando qualsiasi illusione completa o semplice imitazione. Oggi ci sono innumerevoli Lulù Massa che son schiavi del consumismo e non riescono a uscirne fuori nemmeno prendendone coscienza, come succede al protagonista del film: il processo di alienazione è quasi all’estremo.»

Uno spazio importante in questo discorso lo meritano i giovani. Come coinvolgerli in un progetto simile? Quali caratteristiche hanno rispetto alle generazioni precedenti? 

«I giovani di oggi hanno molti più strumenti critici di quanti non se ne avessero quelli della generazione precedente, sono multitasking, veloci, pratici. Il problema è che spesso manca loro l’attenzione e la profondità “verticale” fondamentali invece nella lettura della realtà, capacità che il mondo virtuale ha annichilito e sostituito con l’immediatezza, la quantità. Ci è stato lasciato in eredità un mondo che non ha fiducia nella politica, che lamenta un vuoto di speranza. Ad esempio, l’idea dell’alternanza scuola-lavoro è giusta di fondo, ma se nell’applicazione pratica equivale al mero raggiungimento di un numero di ore e non a una esperienza formativa, allora perde di senso. Avendo girato molto nelle scuole la nostra proposta di alternanza è stata significativa e interessante, oltre che stimolante. È necessario che ci sia un rinnovato dialogo tra lavoratori e che anche la politica aiuti a strutturare meglio le esperienze lavorative. Prevale la logica dell’homo homini lupus, ma la solidarietà dov’è finita?»

La classe operaia alla fine non è andata in paradiso perché non ce n’è più una che possa essere chiamata così. Ma quel mondo a cui lo spettacolo ci richiama non è solo una fotografia sbiadita dal tempo, bensì una storia che si ripete sotto altre forme e che chiede, forse, di essere cambiata, ammesso che siamo ancora in tempo per farlo.

 

Arianna Saggio

 

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