libertà

Ieri, 24 aprile, ho visitato il centro Ararat, situato nel quartiere di Testaccio, a Roma. Qui, ho incontrato Erol Aydemir, un ragazzo curdo di circa trent’anni. Si tratta di un attivista vicino alle idee di Abdullah Ocalan, leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), il quale si trova in isolamento da 20 anni perché considerato un terrorista. Come altre 7000 persone, dunque, Erol ha iniziato uno sciopero della fame per la liberazione di Ocalan e per dirsi contro le ingiustizie perpetrate nei confronti del popolo curdo, ma – come spiega lui stesso – non solo.

È importante ricordare quando ci siamo incontrati perché, nella battaglia che sta portando avanti, ogni giorno è fondamentale e ieri era alla trentacinquesima pagina del suo personalissimo diario di bordo. Così, per sentirmi un po’ più vicino a lui, ho deciso di fare anch’io un piccolo hunger strike e di arrivare a digiuno all’incontro, che si sarebbe svolto in tarda serata.

Arrivato al centro di accoglienza, non ho fatto molta fatica a trovarlo: era con un paio di amici a giocare a tavla, un antichissimo gioco da tavolo simile ad un mix tra la dama e gli scacchi. Ammetto di non averci capito nulla, ma la mia presenza deve avergli portato fortuna, visto che ha vinto le uniche due partite cui ho assistito. Finito il gioco, mi ha offerto del tè nero, che loro chiamano çay e credo di averne intuito il motivo: scotta talmente tanto che, quando finisci di berlo, è l’unica parola che riesci a pronunciare.

Dopo questa calda accoglienza e altre quattro chiacchiere, mi ha ospitato nella sua camera e abbiamo iniziato l’intervista.

Erol, per cominciare, dicci qualcosa su di te

Io sono in asilo politico in Italia da circa cinque anni. Ho scelto di venire in Italia sempre per ragioni politiche. Quando si parte dalla Turchia, l’Italia è uno dei posti più vicini da raggiungere. E poi, avevo qui mio fratello, in Toscana. Lui è qui da 12 anni. Comunque per me il posto non era molto importante. Io sono uscito dalla Turchia con l’idea di continuare a studiare. Quindi non ho cercato un posto in particolare”.

Pensi che, protestando in Italia, la tua voce si senta di più rispetto a farlo magari in altri Paesi?

Da una parte, sì. Io ho anche studiato la storia dell’Italia prima di venire. C’è sempre stato un collegamento con la storia del popolo italiano, questo lo sapeva anche Ocalan. Gli italiani hanno avuto un grandissimo coraggio a sconfiggere il fascismo e quindi c’è sempre stato grande rispetto per loro. Quando è caduto Mussolini, non è caduto singolarmente, ma è stato abbattuto il sistema fascista. Noi oggi non lottiamo solo per difendere i curdi da Erdogan, ma proprio per sconfiggere il sistema che lui rappresenta. Il nostro paradigma è la difesa di tutto il popolo, una resistenza per la pace di tutti e non solo nostra. Questo lo ha detto bene Ocalan: la libertà, se viene solo per noi, non vale. Quando lottiamo per la libertà, lo facciamo per tutti. Noi adesso stiamo facendo questo sciopero della fame e io sono al trentacinquesimo giorno, ma nessuno ha ancora capito bene per cosa lottiamo”.

Ti volevo chiedere proprio questo: descrivimi questo sciopero. Chi l’ha iniziato? Quando è cominciato?

”L’iniziativa è stata di Leyla Guven. Sono 168 giorni che lei è in sciopero (da novembre 2018, ndr). Ha iniziato in carcere. Quando ha cominciato, ha detto una cosa molto importante: ”Io faccio questo sciopero per autocritica. Per me, per il mio popolo e per la nostra idea, perché bisogna far conoscere la nostra situazione”. Lei ha iniziato lo sciopero della fame non solo per difendere Ocalan. Anzi, chi lo conosce sa bene che a lui non serve la libertà: è la persona più libera del mondo”.

Intendi mentalmente o…

”Sì, di testa, ma anche fisicamente. È il più libero di tutti. Facciamo un piccolo esempio: io oggi sono libero qui, vero? Ma bisogna specificare cosa si intende per libertà. Se la mia libertà non può aiutare gli altri, non è una vera libertà”.

Quindi tu sei veramente libero solo se lo sono tutti gli altri.

Esatto. Anche la scienza ha una parte della colpa. Il progresso ha contribuito a creare una falsa idea di libertà. Un egoismo. E il popolo ci ha creduto. Se noi vediamo anche qui a Roma… ho visto che alcune persone a Torre Maura hanno portato del pane e dei fascisti lo hanno calpestato. Che fanno quelli che professano la libertà, quelli cosiddetti ”di sinistra”? La vera sinistra non c’è più, perché nessuno ha criticato quel gesto. Se tu non fai una politica giusta, queste cose continuano ad esistere. Se io sono libero davvero, devo difendere i diritti di tutti. Inutile dire che c’è democrazia se poi ci sono ancora persone in mezzo alla strada. Anche in Italia ci sono”.

Siamo in democrazia solo a parole, dunque. Ma nei fatti…

”Ecco, sì. Se infatti torniamo al discorso che facevamo prima: cosa vogliono le 7000 persone che stanno facendo lo sciopero? Noi non chiediamo nulla a Erdogan. Noi ci appelliamo a tutti quelli che dicono di portare avanti i diritti universali”.

Quindi voi chiedete gli stessi diritti per tutti, ma non siete contro un singolo (Erdogan).

”Esattamente. Il nostro paradigma è che tutti devono essere inclusi. Noi non ce l’abbiamo con Erdogan, perché lui è solo una pedina, come negli scacchi. Noi vogliamo fermare quelli che ”gli danno da mangiare”. Quelli che lo consigliano e lo finanziano. Lui da solo non ha forza. Il grande problema è che lui può fare quello che vuole perché anche l’Unione Europea glielo permette. Nessuno ha provato a fermarlo fino ad ora”.

Dicevamo. Tu mi hai detto di aver iniziato lo sciopero trentacinque giorni fa. Che giorno era?

”Io ho iniziato il 21 marzo, proprio il giorno del Capodanno curdo: il Newroz”.

È stato un caso o l’hai scelto per qualche motivo particolare?

”Per noi questo giorno ha un significato molto forte, di resistenza. Tutto parte da una leggenda. Si dice che il re degli assiri usasse chiamare i bambini a corte per mangiar loro il cervello. Ogni giorno il popolo gli portava uno o due bambini. Un giorno, i militari del re andarono da un uomo che aveva già dato i suoi primi sei figli e gli chiesero anche l’ultimo. L’uomo accettò, ma in realtà portò suo figlio e tutti gli altri bambini del quartiere su una montagna. Qui gli insegnò a combattere. Passò un po’ di tempo e con questo ”esercito” tornarono a corte, assaltarono il castello del re e catturarono quest’ultimo. Dopo, accesero un grande fuoco al centro del quartiere e bruciarono il re, danzando intorno a questo fuoco. Da lì, noi festeggiamo questa liberazione ogni anno in questo modo: con un grande fuoco e danzando”.

Allora non significa solo resistenza, ma anche un nuovo inizio…

”Sì. Poi c’è anche un altro motivo per cui è importante questa data. Nel 1984, un compagno, stanco delle terribili torture che venivano inflitte ai prigionieri in carcere, prende un fiammifero e si dà fuoco. Lo fa per un atto di resistenza, appunto, e sceglie proprio il giorno del Newroz. Dopodiché, a causa di questo episodio, altri quattro compagni iniziano lo sciopero della fame. Dopo 60 giorni, anche loro perdono la vita.  Dalla loro morte, finiscono finalmente le torture. Per questo il 21 marzo è così importante. Vedi, noi crediamo una cosa, che anche Ocalan dice: tutti i caduti, anche di mille o duemila anni fa, sono tutti nostri compagni. Perché questa lotta non è iniziata oggi. Tutti quelli che hanno dato la vita hanno dato il loro contributo. Noi portiamo avanti questa battaglia. Oggi possiamo dire che un Samsung o un iPhone sono più pericolosi dell’ISIS. La tecnologia ci sta facendo perdere tutti i valori”.

Come mai dici questo?

”Dobbiamo capire che tutto questo fa parte del capitalismo. Loro creano un piccolo cellulare, noi dormiamo su questo cellulare. Tutti i valori sono finiti, come la religione. Se lavorano così sul cellulare, come lavorano sulla guerra? Se hanno avanzato così la tecnologia delle comunicazioni, cosa possono creare nel campo delle armi? È vero che danno a noi qualcosa, ma cosa fanno per i loro interessi? La scienza non fa niente per noi davvero. È tutta una finzione. Ci sono degli interessi superiori. Quando noi diciamo che siamo contro il sistema, ci riferiamo proprio a queste politiche che favoriscono le guerre”.

Però ascolta, il fatto di dover fare questo sciopero della fame per farti ascoltare su tutte queste tematiche cosa ti fa pensare? Perché devi per forza compiere un gesto simile per essere preso in considerazione?

”Vedi, dobbiamo spiegare bene il significato di questo sciopero. Noi curdi proviamo in tutti i modi: lottiamo, facciamo politica, ma non basta. Più di 250.000 persone in Turchia sono in carcere. Non solo politici, ma anche giornalisti, artisti… Sono tutti considerati dei terroristi per il semplice fatto di essere contro questo sistema”.

Noi questa non-libertà di opinione ce la ricordiamo bene con Mussolini…

”Sì, ma Erdogan si ispira molto a Mussolini. Tutto quello che esce dalla sua bocca è proprio uguale: una bandiera, un popolo, uno Stato. Chi ha detto questo? Proprio Mussolini, poi Hitler… Ma il fascismo è uno solo. È un’idea. Ma come esiste il fascismo, ci sono anche i Gramsci e gli Ocalan, che si oppongono a questo sistema”.

Però la storia ci ha insegnato che il fascismo si può sconfiggere, infatti domani è il 25 aprile e noi festeggiamo la Liberazione. Per te, ”liberazione” cosa significa?

”Sì, so bene della ricorrenza. Noi ci sentiamo molto vicini ai valori dei partigiani. Domani ci saranno migliaia di persone in piazza, ma solo per un giorno, poi spariranno. Dove sono per tutto il resto dell’anno? Dove erano quando si parlava del caso di Torre Maura? Il problema è che molti hanno dimenticato”.

C’è addirittura qualche politico che ha sminuito l’importanza dell’evento…

”Questo è un altro problema: non si crea la politica giusta per difendere questi valori. Non sono passati molti anni. Oggi chi porta l’idea dei partigiani in Parlamento? Molti dicono di essere democratici, socialisti, di sinistra, ma nessuno si oppone davvero al sistema che si è creato. Ci sono ancora troppi interessi economici nella politica”.

Ma da dove si parte per fare questo cambiamento?

”Ognuno deve iniziare da sé stesso. Bisogna riflettere e capire che non si devono fare solamente i propri interessi. Ocalan dice: ”Libero umano, libero popolo”. Tu devi conoscere la tua storia, del tuo popolo e della tua famiglia, e capire in che modo puoi migliorare la vita di tutti”.

Comunque l’intervista è quasi finita. Volevo farti un’altra domanda, forse la più difficile: come stai?

”Vedi, fino ai 20 giorni di sciopero non stavo male. Poi ho iniziato a sentirmi sempre più debole”.

Però permettimi di dirti che, da quello che sto vedendo, sembri molto forte.

”Sai, se io non avessi avuto gli esempi della resistenza, come quello di Leyla, non avrei mai pensato di potercela fare. Lo sciopero della fame è 80% forza mentale. Il corpo può resistere senza mangiare, anche per lunghi periodi, ma la psicologia conta tantissimo. Quando mi chiedono come ho fatto ad arrivare a 35 giorni, io penso che per me è come bere un bicchiere d’acqua. L’obiettivo è toccare il cuore di tutti quelli che combattono per i diritti. Ti fa pensare, perché tu sacrifichi il tuo corpo per un’idea. E non ci rivolgiamo solo ai singoli, ma anche agli Stati: come fanno a dire di volere la pace e poi a vendere armi? Se aiuti chi finanzia l’ISIS, domani un Erol muore. La politica può salvare delle vite adesso. Noi vogliamo che si prenda coscienza della situazione del popolo curdo. Noi aiutiamo anche Salvini. Se tu aiuti davvero i popoli e smetti di vendere armi, loro non hanno motivo di fuggire. Non serve mandare polizia dai migranti. Se tu prendi 20 romani e li mandi in Toscana, loro scappano subito perché sono abituati a stare qui. Perché una persona dovrebbe venire qui da un Paese lontano, senza capire niente, da sola? Un’idea di rivoluzione c’è già in Rojava. Forse non è quella definitiva, ma almeno è un tentativo. Intanto voi togliete le vostre mani sporche, smettete di vendere armi. Anche il fatto di dividersi in ‘’sinistra’’ e ‘’destra’’ è un gioco che ci distrae. Il problema dei migranti non lo crea Salvini, né la sinistra. Nessuno si assume la responsabilità di risolvere davvero la questione. Quelli che seguono Salvini calpestano il pane. Se davvero lui stesse facendo una buona politica, non sarebbero questi i risultati”.

Però, visto che prima hai parlato di Torre Maura, lì è bastato un ragazzino di 15 anni per fermare un esercito di fascisti.

‘Sì, ho visto le immagini. Tutti che condividevano sui social e dicevano: ”Che bravo”, ma nessuno che è sceso in piazza a fare la stessa cosa. Un ragazzo dovrebbe essere così, invece qui è considerato un’eccezione. Se io condivido, metto ”mi piace”, ho fatto qualcosa di buono? Assolutamente no. La libertà non viene stando fermi. I partigiani sono caduti per ottenerla. Lorenzo Orsetti ha combattuto per la libertà. Se invece siamo così influenzabili, ci possono fare di tutto. Anzi, hanno già iniziato. Se oggi un genitore vuole fare un bel regalo, pensa ad un cellulare. È normale che un bambino cresca con determinate idee. Senza pensare che magari un cellulare è fabbricato da persone che lavorano dalla mattina alla sera e non sono pagate. Noi combattiamo contro questo sistema, non contro i singoli Erdogan, Salvini… Noi diciamo che c’è un’altra scelta per vivere. Una scelta migliore”.

Prima di iniziare l’intervista, mi hai detto che i giornalisti ti fanno tante domande, ma mai quelle giuste. Se tu domani dovessi leggere questo articolo, cosa vorresti che ci fosse scritto? Qual è il messaggio più importante che vuoi comunicare?

”Come ho già detto in un collegamento telefonico con i compagni di Firenze: se cadono i 7000 scioperanti, nessuno Stato può più dire che vuole i diritti. Significa che non gli interessa davvero. Devono capire chi sono i curdi, cosa vogliono davvero. Noi stiamo perdendo la nostra vita per questo. A noi non piace morire. Anzi, stiamo facendo questa cosa per difendere la vita di tutti i popoli. Se la giustizia esiste, deve esserci per tutti. Gli europei non sono così più avanzati rispetto ai mediorientali. Magari lì possono mangiare solo erba, ma sono felici! Quella che c’è qui è una finta libertà. Bisogna svegliarsi. Se già usiamo bene la tecnologia, capiamo che ad esempio non bisogna seguire Hitler, ma magari Nietzsche, Mao… Per carità, possiamo leggere quello che vogliamo, ma bisogna saper distinguere tra bene e male. Le persone che combattono per un’idea di libertà non muoiono mai. Se non capiremo mai queste cose, i prossimi mille anni saranno come gli ultimi. Bisogna chiederci perché viviamo. Bisogna vivere per la propria idea, per il proprio popolo. Solo così si vive nella libertà. La politica è determinante in questo, ma oggi non si partecipa. Le nuove generazioni hanno perso interesse…”.

Quindi oggi si preferisce non far partecipare i giovani?

”Sì, è per questo che ci distraggono con i cellulari e con altre cose. Quando noi perdiamo la politica, ma anche la fede, perdiamo tutto. Anche per la politica dobbiamo capire bene il significato. Politica significa aiutare il popolo. Se c’è vera democrazia, la politica parte dal basso. Il cambiamento non può avvenire dall’alto, ma parte da noi. La vera politica non è quando uno Stato impone le proprie regole, ma quando il popolo chiede e lo Stato esegue. Questa è libertà. Basta osservare la natura: anche la vita viene dal basso, dalla terra. Così dovrebbe essere la politica”.

Finita l’intervista, abbiamo scambiato un altro paio di battute sui suoi interessi (il teatro, lo studio e la musica) e poi ci siamo salutati. Sulla strada di ritorno, infine, ho ripensato a quanto ci eravamo detti e mi è venuto in mente che, nella confusione generale, avevo dimenticato di essere a digiuno. E, a giudicare dalla forza che Erol mi ha dimostrato, deve averlo dimenticato anche lui.

Samuel Giuliani