
Il referendum del giugno 2025 ha segnato un punto di svolta nel rapporto tra sinistra e società italiana: con un’affluenza del 30,6 % (29,9 % includendo l’estero), i cinque quesiti su lavoro e cittadinanza non hanno raggiunto il quorum, rendendo vano un ingente sforzo comunicativo e organizzativo. Il flop non è semplicemente numerico: riflette il profondo svuotamento di significato di strumenti come il referendum, e l’incapacità delle leadership di sinistra – in particolare la CGIL e il PD – di trasformare adesioni elettorali potenziali in partecipazione reale. Il risultato scuote le fondamenta della mobilitazione democratica, mostrando un elettorato sempre più refrattario alle chiamate ideologiche e incapace di riconoscersi nelle narrazioni tradizionali della sinistra istituzionale.
In questo scenario, emerge una domanda cruciale: il segretario della CGIL, Maurizio Landini, con quale credibilità può pensare a un ruolo politico diretto? Il referendum è stato una verifica limpida delle sue capacità di leadership: non ha trainato masse, non ha dimostrato efficacia mobilitativa al di fuori delle roccaforti dei distratti, e non ha mantenuto coesione interna né verso l’esterno. Il tempo delle ambizioni politiche, dunque, si scontra con una sinistra in grave difficoltà strategica e comunicativa: il successo personale – reale o percepito – si misura ora sulla capacità di rigenerare comunità e senso politico, non solo sulla visibilità mediatica.
Il logoramento del referendum come strumento politico
La CGIL, in qualità di promotrice dei quattro quesiti sul lavoro, ha investito risorse notevoli: oltre 200mila euro in comunicazione digitale. Tuttavia, i risultati parlano chiaro: il referendum non è riuscito a mobilitare davvero, né a costruire un ponte efficace tra l’agenda sindacale e un consenso ampio. I dati di affluenza raccontano una lettura geografica della sconfitta: le regioni storicamente “rosse” (Toscana, Emilia-Romagna) hanno votato attorno al 30‑35 %, mentre il Sud si è attestato sotto il 30 %. Questo quadro dei risultati elettorali sfida l’assunto che un blocco storico possa mobilitare oltre i suoi confini.
Politicamente, la CGIL ha dimostrato di essere robusta solo nel suo “core”: nei settori pubblici e nella platea dei pensionati, zone dove tuttora resiste una cultura sindacale consolidata. Di contro, ha fallito nel raggiungere il mondo delle partite IVA, dei contratti precari, della microimprenditorialità, dei contesti dove il lavoro è fluido. È un segnale politico potente: l’idea secondo cui la protesta sociale segmentata possa trasformarsi in mobilitazione elettorale ampiamente contestuale non regge più. La CGIL è rimasta tecnica, autoreferenziale, incapace di tradurre in forza politica i suoi assetti organizzativi.
A questo va aggiunto un altro fattore rilevante: il logoramento del referendum come strumento politico. Nella storia italiana recente, il ricorso al referendum abrogativo ha perso progressivamente efficacia come leva di pressione sulle maggioranze di governo. L’alto tasso di astensionismo, la complessità tecnica dei quesiti e la crescente disaffezione civica hanno svuotato di contenuto uno strumento che un tempo catalizzava passioni civiche e polarizzazioni politiche. Oggi, più che una minaccia all’establishment, il referendum appare come un rituale inoffensivo, percepito come tattico e inefficace.
Dal lato del PD, il tentativo di trasformare la partecipazione referendaria in segnale di forza – fino al paragone con i 12,3 milioni di voti della destra del 2022 – appare una forzatura narrativa. Ignora che i 14 milioni di votanti sono frammentati e che tra di loro molti hanno un atteggiamento contingente, non sistemico. La mobilitazione trasversale non c’è stata, e anzi il referendum sulla cittadinanza ha rivelato un elettorato anti-frutto del diverbio: il No ha raccolto oltre 5 milioni, rendendo il sostegno al Sì su quel quesito (65 %) un atto quasi identitario, più che un gesto solidale. Un elettorato in agitazione per un tema specifico, non un fronte politico stabile.
Sul fronte della comunicazione, le autorità sindacali hanno adottato una prevalente retorica morale, richiamando il dovere e la responsabilità degli elettori (“i vostri avi hanno lottato…”). Ma un appello antropologico del genere ha prodotto repulsione, non adesione: l’elettorato contemporaneo non si muove per nostalgia, ma per interesse concreto e riconoscimento presente. I sindacati sono rimasti prigionieri di una narrazione epica, disconnessa dalle reali istanze sociali contemporanee che spesso premiano concretezza materiale e narrative comprensibili.
Questa sconfitta comunicativa e strategica segna due nodi centrali: primo, un’ipoteca sulla credibilità elettorale della sinistra come soggetto mobilitante; secondo, un’indicazione chiara per chi aspirasse a raccogliere consenso: la politica non è più fatta di essayismo solitario, ma di cammino collettivo e discorso semplificato e inclusivo, capace di parlare a insiemi diversi tra loro.
“Landini, non è il momento di scendere in politica”
Nel linguaggio politologico, una candidatura a una leadership nazionale si fonda su tre pilastri: capacità di mobilitazione, proiezione simbolica e legittimità narrativa. Premesso questo, l’attuale equilibrio politico italiano rende il contesto fortemente avverso a una transizione diretta dal sindacato alla guida di una coalizione politica strutturata.
In primo luogo, la CGIL rimane un vettore di rivendicazioni legate al lavoro. Ma una candidatura unitaria richiederebbe abilità nel costruire un’alleanza ampia: un’aggregazione credibile attorno a temi sociali, ambientali, giovanili. Tuttavia, lo scenario politico è segnato da un PD diviso, una leadership di Schlein che fatica a consolidarsi, e un Movimento 5 Stelle in rottura tra identità residuali e personalismi ancora irrisolti. In questo contesto, una figura come Landini rischierebbe di affrontare una coalizione sfilacciata, incapace di garantire un’unità programmatica efficace.
In secondo luogo, c’è una questione simbolica: il sindacalismo rappresenta la difesa del lavoro, la politica nazionale richiede la proiezione verso il futuro. Landini, per emergere, dovrebbe giocare sul terreno dell’innovazione socio-economica, dell’Europa, della sostenibilità, della digitalizzazione. Al momento, però, è percepito come un leader di difesa corporativa, non come un architetto di visione strategica.
In terzo luogo, la percezione di una leadership è condizionata dal vissuto precedente. Il “campo largo”, come concetto, non sembra praticabile. I partiti centristi e riformisti – Azione, +Europa, Italia Viva – hanno mostrato riserve su una leadership sindacale trasformata in leadership politica. E il tema delle alleanze esclusive tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle ha ulteriormente indebolito la credibilità delle coalizioni istituzionali.
Infine, c’è il nodo della narrativa: per sfidare l’elettorato serve una narrazione unitaria, coerente e lunga, capace di resistere alle pressioni mediatiche e alle spinte contrarie. Landini finora non ha dimostrato di potersi misurare su una visione sistemica: non ha parlato di Europa, tassazione, giovani, innovazione. Questo è il vuoto più pericoloso per chi aspirasse a rompere la dimensione sindacale per entrare nella leadership nazionale.
Un tratto ulteriore a svantaggio della sua eventuale candidatura emerso proprio dal fallimento referendario: i referendum – promossi dalla CGIL – dovevano costituire la cartina al tornasole della sua capacità di guidare una mobilitazione nazionale. Invece, il mancato quorum dimostra l’inadeguatezza strategica di una leadership incapace di trasformare rivendicazioni tecnocratiche in partecipazione politica. Il sostegno ai quesiti è rimasto confinato nelle bolle tradizionali, incapace di mobilitare segmenti centrali dell’elettorato progressista.
Quel fallimento non è un incidente tattico, ma un sintomo. Un leader politico emerge se sa tradurre istanze sociali in narrazione ampia e convincente: Landini non solo non ha centrato l’obiettivo numerico, ma ha dimostrato di non avere una strategia comunicativa capace di tokenizzare gli elettori oltre il perimetro sindacale. Senza un vasto consenso organizzato – e non solo una forte base mobilitata – non può reggere una leadership politica nazionale.
Il referendum ha cristallizzato l’inferiorità strategica non solo della CGIL come attore mobilitante, ma idee e programmi che aspirano a travalicare la rappresentanza sindacale. La sconfitta blocca sul nascere l’ambizione di Landini di uscire dalla dimensione corporativa, perché chiede capacità che al momento non ha: leadership narrativa, unità politica e visione sistemica.
Per Landini, scendere in campo ora significherebbe cementare una delegittimazione già in atto. I referendum hanno dimostrato ciò che i numeri delineano: la sinistra italiana è fragile, spaccata e incapace di mobilitare oltre la propria cerchia. Un leader politico si misura sulla capacità di coalizionare un blocco ampio e coeso – capacità che, oggi, nessuna figura emergente possiede.
Per la CGIL, ripensare completamente il proprio ruolo diventa imperativo. Continuare a puntare sulla mobilitazione come fine anziché come punto di partenza rischia di consegnarla alla marginalità politica. Il sindacato deve rivendicare autonomia, ma anche integrarsi in narrazioni sociali più ampie e sonore: servono alleanze, nuove narrazioni e modalità di coinvolgimento che vadano oltre l’assemblea di settore.
Infine, per la sinistra italiana nel complesso, il messaggio è netto: poteva essere l’occasione per riaggregare dal basso, per riprogettare un’identità lessicale e strategica che parlasse non solo ai “già convinti”. Invece, il referendum è l’ennesimo campanello di allarme: senza un progetto politico, senza un leader in grado di catalizzare, la sinistra rischia di rimanere sotto quota 30%.
Un futuro credibile richiede passi ben calibrati: rigenerare la rappresentanza, investire nella comunicazione strategica, costruire programmi concreti che sappiano creare senso e collante narrativo. Quando Landini a fine carriera – o magari già domani – dovrà fare un bilancio, dovrà rendersi conto che la sfida non è parlare a chi già ascolta, ma decidere se ha davvero la capacità di parlare a un Paese intero. Per ora, la risposta sembra molto chiara: meglio restare dove si è forti, rispetto a rischiare di diventar fragili su un terreno dove serve ben altro.
Donatello D’Andrea
















































