
Nonostante il centotrentatreesimo tentativo di sgombero dello storico centro sociale milanese fosse previsto per il 9 settembre, nella prima mattina del 21 agosto l’ufficiale giudiziario e gli oltre 200 agenti della celere al suo seguito hanno fatto ingresso nello stabile di Via Watteau, occupato da oltre 30 anni. La decisione di portare a termine lo sgombero con il favore dell’estate, evitando consapevolmente la risposta di attivisti e solidali è un atto che parla di viltà, quella necessaria per privare da un giorno all’altro a un’intera città in crisi sociale di un polo aggregativo, culturale, combattivo, fondamentale; una fucina rivoluzionaria che da decenni è animata dalla necessità di cambiamento, di solidarietà e mutualismo, che per questo combatte per i diritti e i desideri di tutti e tutte.
Lo spazio conteso
In quel luogo – che luogo rimane seppur carico valore politico e umano – si sono formate le coscienze di generazioni intere di militanti, nonché di musicisti che in quelle mura (e in quelle di tanti altri centri sociali), hanno trovato lo spazio per gettare le fondamenta della scena underground hip-hop, come di quella punk-hardcore e techno.
Insomma, il valore politico e sociale del “Leonka” in una città’ come Milano è scritto nella storia della città stessa e nei cuori di chi lo ha frequentato e portato avanti. Non di certo nelle parole del Sindaco Sala, i cui commenti e il cui disappunto per “non essere stato avvisato” lasciano il tempo che trovano, anche alla luce delle inaccettabili politiche abitative e al sostanziale appoggio al modello di gestione urbana dell’ultradestra: la repressione come risposta alle violenze giovanili e le liberticidi zone rosse, proposte dal Governo, lasciate passare dal sindaco.
Lo sgombero stesso è da intendersi come azione mirata del Governo all’universo dei centri sociali – del resto in piena continuità con il DL sicurezza in vigore da giugno – ma non solo. La pressante necessità di “restituire” l’immobile alla famiglia Cabassi risponde alla progressiva pervasività delle “mani sulla città” dettate dalle regole sfrenate del mercato immobiliare. L’obiettivo dell’attacco, dunque, è convertire definitivamente lo spazio urbano da sociale a produttivo (il cui profitto non è mai oggetto di distribuzione collettiva): è prioritario colpire la comunità ribelle che lo abita per scardinare l’opposizione dal basso, quella che contrasta le stesse logiche di disumana accumulazione. Insomma, per quanto Beppe Sala abbozzi una reazione, gli effetti pratici non si distanziano in maniera significativa da quelli generati dalle azioni degli esponenti del Governo.
Legalità, giustizia
Legalità è la parola che accomuna gli interventi della Premier, dei Ministri Salvini e Piantedosi e di Beppe Sala. La prima ha rilasciato una dichiarazione che richiede un’attenta riflessione: «In uno Stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità». Forse qui Meloni si tradisce da sola, in quanto evidentemente delle zone franche esistono, e sono quelle che permettono alla Premier stessa e al ministro della Giustizia Carlo Nordio di ignorare un mandato d’arresto internazionale, rimandando in Libia con un volo di stato il torturatore Al-Masri. È una legalità a dir poco atipica quella di cui si fregia Giorgia Meloni, considerato il suo coinvolgimento nel genocidio del popolo palestinese e nella sistematica violazione dei diritti umani che imperversa a Gaza, in cui Governo italiano gioca un ruolo insieme alle altre democrazie occidentali. Una legalità e uno stato di diritto pieni di lacune se consideriamo l’enorme numero di vite umane che hanno visto la loro fine nelle acque del Mediterraneo, proprio a causa delle politiche anti-immigrazione volute dalla maggioranza. Cosa rimane dunque del concetto di legalità se utilizzato in maniera cosi palesemente strumentale per giustificare repressione e sgomberi? I codici legali odierni sono frutto di complessi processi politici e culturali, ma rimangono pur sempre uno strumento di qualcosa di ben più importante: la giustizia, che non sempre vede il suo esatto riflesso nella legge e nel suo rispetto, anzi spesso è necessario uscire dal tracciato delle regole per pretenderla.
E forse è proprio questa la madre delle battaglie politiche del Leoncavallo dal 1975 ad oggi, la giustizia e le pratiche necessarie per arrivarvi. La prima su tutte, il riscatto sociale e le varie forme che questo assume nelle storiche battaglie del movimento; il riscatto, quell’imprescindibile categoria con la quale Fausto e Iao hanno operato per fare luce sullo spaccio di eroina nel quartiere. Verranno uccisi nel ’78, e intorno alla loro vicenda nasceranno le “Mamme del Leoncavallo”, proprio dalle genitrici delle due vittime. E poi il riscatto dei luoghi, fisici e politici che prende corpo nell’occupazione dello stabile in Via Leoncavallo prima e in Via Watteau poi, nel 1994, a seguito dello storico corteo che riuscì a mettere in fuga centinaia di agenti in assetto antisommossa sfidando la repressione.
In cinquanta anni di resistenza il Leoncavallo ha offerto alla città non solo un luogo aggregativo libero dalle dinamiche del lucro, ma sopratutto un luogo di ragionamento collettivo capace di liberare le proprie idee nello spazio urbano, direzionandolo in un certo modo, cambiando, crescendo attraverso una pluralità di fasi politiche, tutte attraversate nella posizione del “No” categorico ai fascismi, alla barbarie del capitalismo, alla violenza di stato e ai suoi modi di esprimersi.
Quella del Leoncavallo non è stata e non sarà una zona che si affranca della legalità, bensì una zona che affronta la legalità a viso aperto, che con determinazione cerca di modificare lo stato delle cose e di smascherare chi con lo spauracchio della sicurezza e del rispetto acritico e apolitico delle regole sta, passo dopo passo (e ieri come oggi), disegnando un sistema di governo dai contorni equivoci e che, quantomeno nelle modalità, sembra strizzare l’occhio all’autoritarismo.
L’opposizione, le opposizioni:
L’attacco all’opposizione sociale, quella dal basso, continua a dimostrarsi uno dei fronti su cui il governo sta applicando maggiore pressione. Non basterebbe altro per aspettarsi dalle opposizioni parlamentari una risposta forte, coesa, frutto di un anche solo piccolo ragionamento politico. Ma si tratta di una mera illusione, la risposta non è bastevole, forse è a tratti controproducente: AVS insieme ad ANPI, ma anche PD, +Europa, hanno dato voce a un certo vittimismo: su Casapound “il ministro Piantedosi non ha mai mosso un dito“. Questa posizione non può e non deve essere il vertice del dissenso. La situazione è analoga al periodo nevrotico dei primi mesi dall’insediamento del governo, durante i quali si chiedeva spasmodicamente ai vertici di destra – eredi di neofascisti e MSI – di “dichiararsi antifascisti”, piuttosto che dare a Cesare quel che è di Cesare.
La fondazione Alleanza Nazionale (presieduta nella sua quasi totalità da membri di FDI) quest’anno ha donato 30mila euro alla fondazione Acca Larentia (capeggiata da esponenti di Casapound), dunque pretendere una dimostrazione di antifascismo così come lo sgombero di una sede di CP da coloro i quali sono politicamente vicini a quella realtà è un errore, uno dei tanti che è stato fatto nel contrasto al neofascismo. Lì dove ci sarebbe la possibilità di creare un conflitto aperto e una reale polarizzazione del dibattito intorno alla deriva che il Governo ha fin da subito mostrato di volere assumere, si preferisce chiedere lo sgombero di Casapound. Ciò non avverrà, e in un certo senso questa richiesta presta il fianco e si avvicina, seppur – si spera – inconsapevolmente, alla posizione di Tajani, secondo il quale “centri sociali di destra e di sinistra” siano in fondo la stessa cosa. Lasciamo sottintesa la faziosità e la pericolosità di questa posizione.
È necessaria una risposta più autorevole, che innanzitutto riconosca la matrice della decisione di sgomberare il Leonka e che, rifuggendo da inutili vittimismi, sappia contemporaneamente ricostruire una prospettiva comune: il futuro del Leoncavallo come luogo politico prima che fisico. Una posizione, del resto, già espressa da Maria Boer nelle primissime ore dopo l’accaduto: «Secondo loro [lo sgombero] è un fermo definitivo ma si sbagliano», che prende definitivamente forma nel grande corteo atteso a Milano il prossimo 6 settembre, indetto dagli occupanti stessi. Dalle pagine del centro sociale milanese si leggono gli intenti della manifestazione: «Costruire una mobilitazione contro la gentrificazione e la democrazia del metroquadro, per il diritto ad esistere degli spazi autogestiti, per una democrazia dal basso». Questa è la risposta che ci si aspetta, quella propositiva, combattiva e prospettica.
L’opposizione. Molto meglio, così.
Le battaglie
“Si vincono e si perdono, ma i collettivi restano… cambiano le cose nel momento in cui si formano”. È un piccolo estratto del brano Soggetti Attivi dei 99 Posse, ma è anche la sintesi di ciò che la storia del Leoncavallo insegna. Le battaglie non si esauriscono nello spazio di uno sgombero né nella forza materiale con cui un governo pensa di aver messo la parola fine a un grande capitolo di storia del nostro Paese. Le lotte trovano continuità nei legami politici, nelle pratiche condivise, nelle assemblee e nei corpi che si riconoscono parte di un processo collettivo. Perché il Leoncavallo – come ogni spazio liberato – è innanzitutto un luogo politico prima che fisico: i suoi muri possono essere abbattuti, ma le relazioni e la visione che lo hanno reso un punto di riferimento non possono essere sgomberate.
Le battaglie, allora, continuano ogni volta che una comunità decide di resistere e di costruire alternative al presente, ogni volta che non si accetta passivamente il quadro imposto da chi governa e specula.
È in questa direzione che si muove la prospettiva da raccogliere oggi: non soltanto difendere un passato di lotte, ma rilanciare un futuro di opposizione, di solidarietà e di creazione politica capace di ridisegnare la città. Un futuro che il Leoncavallo ha già iniziato a scrivere e che spetta a tutti noi difendere e proseguire.
Giovanni D’Andrea

















































