
Cosa sta succedendo alla democrazia? Alla libertà? Negli ultimi giorni due eventi, apparentemente lontani per geografia e contesto, pongono la stessa domanda urgente: che fine sta facendo la libertà nelle democrazie occidentali? Questi segnali sono parte di una più ampia crisi della democrazia. Stati Uniti e Italia, con modalità diverse, sembrano muoversi lungo una traiettoria comune: l’assuefazione alla repressione dei diritti fondamentali, anche e soprattutto, quando questi sono garantiti dalle rispettive Costituzioni.
Il caso statunitense: l’ICE e la sospensione dello Stato di diritto
Negli Stati Uniti sta lasciando senza parole il comportamento dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), agenzia federale incaricata dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Creata dopo l’11 settembre 2001 per rafforzare la sicurezza interna, l’ICE dispone oggi di poteri estesi di arresto, detenzione e deportazione, spesso esercitati con un margine di discrezionalità che sfida il limite della legalità. Alcuni osservatori leggono questi sviluppi come segnali della crisi della democrazia 2026 che coinvolge più Paesi occidentali.
Il punto di rottura è arrivato con l’uccisione di Renee Nicole Good e l’arresto del piccolo Liam Conejo Ramos, prelevato a 5 anni davanti all’asilo. Nonostante il Quarto Emendamento tuteli i cittadini da perquisizioni e sequestri senza giusta causa, l’amministrazione Trump sta normalizzando una retorica in cui l’operato federale è insindacabile. Quando lo Stato delegittima le vittime etichettandole preventivamente, prepara il terreno alla spirale della violenza. Nessuno sa fin dove questa amministrazione sia disposta a spingersi, ma il segnale è chiaro: la forza ha la precedenza sul diritto.
Il caso italiano: la giustizia e il “silenzio” dei contrappesi
Mentre negli Stati Uniti il confine tra legge e arbitrio viene travolto dalla forza fisica, in Italia la frattura si consuma su un terreno più silenzioso ma non meno decisivo: quello delle regole che governano chi dovrebbe proteggerci. Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 non è un passaggio tecnico riservato agli addetti ai lavori, ma il cuore di un cambiamento istituzionale profondo, pienamente inserito nella più ampia crisi della democrazia del nostro tempo.
Al centro della riforma vi è la separazione delle carriere tra chi giudica e chi accusa. Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono a un unico ordine autonomo e indipendente, governato dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Questa architettura non è casuale né corporativa: nasce nel secondo dopoguerra come risposta diretta all’esperienza del fascismo, quando il Pubblico Ministero era subordinato al potere esecutivo e utilizzato come strumento di repressione politica. I Costituenti decisero allora di collocare giudici e PM sotto le stesse garanzie di indipendenza, distinguendoli per funzione ma non per appartenenza, proprio per impedire che l’accusa tornasse a essere un braccio del governo.
La riforma propone invece due CSM distinti e un sistema di nomina in parte affidato al sorteggio. Presentata come soluzione al problema del “correntismo”, rischia però di produrre un effetto più profondo e pericoloso: l’isolamento strutturale del Pubblico Ministero. Come ha spiegato con chiarezza lo storico Alessandro Barbero, recidere il legame del PM con l’ordine giudiziario significa indebolirne l’autonomia e avvicinarlo, nel tempo, all’orbita del potere esecutivo.
Se la funzione dell’accusa diventa permeabile a pressioni esterne, la magistratura smette di essere un contrappeso al potere politico. Ed è qui che il cerchio si chiude: quando la giustizia perde indipendenza, i cittadini diventano vulnerabili. È la stessa dinamica che osserviamo negli Stati Uniti, dove agenzie federali sempre meno controllate agiscono in nome della sicurezza svuotando lo Stato di diritto. Non sorprende che queste trasformazioni vengano lette come sintomi convergenti della crisi della democrazia nel 2026.
L’aspetto più inquietante riguarda la gestione del dissenso. Il video in cui Barbero spiegava le ragioni del “No” è diventato virale, per poi essere colpito da un oscuramento mediatico e algoritmico. Dopo un articolo di “smentita” di Open, la diffusione è stata limitata da Meta.
Qui il problema non è Barbero, ma la gestione selettiva del discorso pubblico. Come può il parere di uno storico, espresso come opinione personale, essere oggetto di censura algoritmica mentre la disinformazione sistemica circola indisturbata? La rimozione di una critica legittima a una riforma che tocca i pilastri della nostra libertà va contro il principio di liberà di pensiero e di informazione. Tali episodi sono ulteriori sintomi della crisi della democrazia 2026.
Due paesi, un unico segnale
Stati Uniti e Italia mostrano lo stesso sintomo: l’assopimento progressivo della libertà. Quando la violenza istituzionale viene normalizzata e la parola critica viene silenziata, la democrazia non crolla all’improvviso.
Si consuma lentamente. Nel consenso passivo. Nel non è poi così grave. Nel silenzio. Ed è proprio lì che dovremmo cominciare ad avere paura. In breve, l’incapacità di reagire rappresenta un elemento centrale della crisi della democrazia 2026.
Catia Somma
















































