Confusión Festival

Il 20 e 21 Ottobre Benimaclet, un quartiere della città di Valencia, ha ospitato un festival molto particolare. Si tratta di “ConFusión”, la celebrazione della cultura libera e della partecipazione popolare.

Non è un caso che sia Benimaclet ad ospitare un evento come il “ConFusión“. Il quartiere, un tempo villaggio distaccato,  è stato inglobato da qualche decennio nella città di Valencia. Tuttavia, conserva i tratti caratteristici di una piccola cittadina: la sua piazzetta, lingua valenciana, il mercato rionale del venerdì mattina.

ConFusión Festival. Foto scattata da Víctor Suárez BallesterosI vicoli del suo centro storico sono ricchi di murales e punti di incontro: un altro dettaglio rilevante è la prossimità del quartiere ai campus universitari pubblici della Politecnica e dell’Università di Valencia che lo ha reso uno dei principali centri abitativi e di ritrovo della componente studentesca. Nessuno si sente straniero a Benimaclet, si respira un’aria di solidarietà e condivisione senza eguali: è un paesino dell’altrove dentro una grande metropoli del presente. È qui che alcuni ragazzi di origine italiana hanno trovato il proprio posto nel mondo: non soltanto uno spazio in cui vivere, ma un’opportunità per creare qualcosa di assolutamente inedito nel nostro mondo dedito al progresso.

Il Festival

Il 2018 ha visto la realizzazione della V Edizione di “ConFusión”, il Festival di Benimaclet. Abbiamo avuto la possibilità di scambiare due parole con Riccardo Toto, uno degli organizzatori dell’evento, presso il Lab, sede operativa del “ConFusión” e laboratorio di coworking che ospita le assemblee dei volontari, quest’anno giunti alle 100 unità.

Tre ragazzi italiani, conosciutisi per caso a Benimaclet, uniti dalla stessa inquietudine e dagli studi d’ambito scientifico, iniziano a dare forma ad un progetto con l’obiettivo di creare qualcosa che possa permettere di esprimere il proprio potenziale. Presto i tre capiscono che, per poter realizzare un evento simile, ci sarà bisogno del contributo di tutto il quartiere. Così, il lavoro di cooperazione passa anche attraverso il dialogo tra collettivi che precedentemente non avevano mai dialogato.

«ConFusión è un processo inclusivo, una esperienza partecipativa e una comunità basata su valori condivisi. ConFusión sei tu.» 

ConFusión Festival. Foto scattata da Víctor Suárez Ballesteros

Ogni anno, nell’incontro d’apertura dei lavori, un primo gruppo di volontari inizia ad immaginare il Festival e vengono concordati con tutti i membri i valori su cui si fonderà la nuova edizione. L’organizzazione, del tutto orizzontale, quest’anno si è concentrata su: Condivisione, Libera Espressione, Inclusione Totale, Eguaglianza, Partecipazione, Comunità, Responsabilità Sociale, Cooperazione.

Si mette insieme, così, un programma con quasi 300 attività distribuite in due giorni e 70 spazi che aderiscono in tutto il barrio. Dalla convocatoria pubblica si passa alla creazione di una piattaforma in cui la gente esprime la propria disponibilità a partecipare in qualsiasi forma. Tutte le persone che hanno qualcosa da dire, il più delle volte le minoranze, si attivano, reagiscono e partecipano.

«In Italia c’è una paralisi culturale che non ha niente a che vedere con quella economica. È sociale. A partire dalle persone che non credono in una comunità, che non hanno lo stesso orizzonte e non desiderano qualcosa per il futuro. Quello che manca è una visione di come valorizzare gli spazi e il talento delle persone. In Spagna si respira un’aria di possibilità, di cambio, che in Italia è ancora distante» – dice Riccardo.

Sono stati realizzati spettacoli di ogni tipo, esposizioni, performance d’arte scenica, momenti dedicati ai bambini, partite di carte a casa dei vicini, circa 80 concerti e tante attività disciplinari. L’obiettivo principale è quello della condivisione: mettere in comune quel che si ha. Da un punto di vista burocratico, per la prima volta, il Comune di Valencia e la Generalitat Valenciana hanno riconosciuto il valore culturale dell’iniziativa, rivendicato grazie ad un dialogo intenso.

ConFusión Festival. Foto scattata da Víctor Suárez Ballesteros

La Fanzine

Una delle novità della V Edizione è un blocchetto di carta verde e bianco, incollato ad un cartoncino. Si tratta della Fanzine prodotta dai volontari del Festival, in cui vengono raccontati aneddoti e curiosità dell’evento. Ci sono foto, la mappa del barrio in cui ogni stradina viene riassunta con un disegno, le indagini sulla nazionalità dei partecipanti: è così che ConFusión inizia a raccontare e a raccontarsi.

Una comunicazione che se gestita bene, anche tramite social, crea socialità e non isolamento. Parliamo di tecnologia: dalla piattaforma per l’organizzazione delle attività, passando per Google Drive e Google Moduli per le convocatorie. Il metodo del volontariato, suddiviso per gruppi di lavoro, è ottimizzato dalla tecnologia. A questo si aggiungono i gruppi whatsapp per la gestione dei vari aspetti del Festival (amministrativo, creativo, ludico, ecc…). La strategia comunicativa è pensata per aderire agli stessi principi del Festival: una rete sociale che oggi non è solo umana, ma anche digitale.

ConFusión Festival

ConFusión non è un logo

Partiamo dal nome: Con – Fusión. La traduzione dallo spagnolo è semplice: “Confusione”, a cui solitamente diamo un connotato negativo. Si trasforma, invece, in un’unione spontanea, crasi tra condivisione e fusione (delle esperienze, dei pensieri, delle prospettive). Il Festival non ha l’obiettivo di vendere un ideale, bensì di diffonderlo a macchia d’olio. In particolare, quel senso profondo che le cose possano essere fatte insieme, partecipando attivamente alla vita del quartiere, proponendo attività e modalità; una democrazia, diciamo, che critica l’affannamento del profitto e dell’accumulazione, dell’interesse privato e dell’egoismo. La volontà di non sponsorizzare il logo dell’iniziativa parte dallo stesso principio che “ConFusión” non è un marchio legato al mercato, è politica viva che si diffonde tra le strade del quartiere e coinvolge decine e decine di volontari, che dedicano il proprio tempo e mettono a disposizione il proprio spazio, durante tutto l’anno, per la realizzazione dell’evento.

Per esempio: le magliette dei volontari riportavano la semplice scritta “Voluntari>s” (modalità attraverso cui si comunica il linguaggio inclusivo di tutte le soggettività presenti) e il colore scelto per la nuova edizione, il verde. La pagina Instagram aveva un cerchio verde al posto dell’immagine del profilo; per sostituire i manifesti veri e propri e gli adesivi, attraverso cui solitamente si prova a diffondere i loghi, hanno utilizzato rotoli di scotch cartonato su cui c’erano tutte le indicazioni per raggiungere il Festival.

Se qualcuno gli dicesse che questa è una strategia di marketing senza alcun senso, risponderebbero che l’obiettivo è stato raggiunto: «non siamo una marca commerciale, siamo un modo di fare le cose», questo quanto emerso a seguito di un’assemblea sul ruolo del brand nel mondo culturale.

Niente del genere si è mai visto in Italia.

Riccardo conclude: «Il modello che stiamo applicando sta funzionando. Vorrei che tutti quelli che entrano in contatto con il Festival ci scrivessero, per provare a trasferire questo concetto in altri posti del mondo e creare una rete che possa crescere ed espandersi. Vi aspettiamo tutti. Si tratta di una rivoluzione culturale e quello che desidero è unire persone, sparse in tutto il mondo, che stanno costruendo una società alternativa. Per creare una comunità diversa, che deve soltanto concretizzarsi.»

Sara C. Santoriello

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Dottoressa in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali. Attualmente studio Mass Media e Politica all'Unibo. Consigliera Provinciale & Resp. Comm. Comunicazione del Coordinamento Provinciale dei Forum Dei Giovani della Provincia di Salerno. Membro di Link - Coordinamento Universitario (2014-). Per Polis SA Magazine gestisco la rubrica "Around The Corner".

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