Un’Italia verde e digitale, ma come?
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Di Italia verde e digitale se ne parla già da prima del coronavirus, ma a mancare finora sono stati i fatti. L’ultimo periodo ha dimostrato ancora una volta quanto sia determinante muoversi verso questa direzione. Anzitutto che ci sia una correlazione tra malattie infettive e cambiamento climatico non è una novità. Numerosi sono gli studi che indagano nello specifico sul possibile legame tra inquinamento e diffusione del coronavirus. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità (ISS), secondo quanto pubblicato lo scorso 29 aprile dagli esperti Maria Eleonora Soggiu e Gaetano Settimo, ha riconosciuto che in Italia i focolai si sono sviluppati in zone con alti valori di inquinamento atmosferico, anche se altre aree vicine sono state esposte ed è ancora presto, specifica l’ente, per trarre conclusioni.

Sulla questione digitale bisogna aprire un capitolo a parte. Volenti o nolenti, durante il periodo di lockdown tutti hanno dovuto fare i conti con l’uso del digitale. Basti pensare allo smart working, alla DAD nelle scuole o ancora al default del sito dell’Inps. In sintesi, non mancano le argomentazioni a favore di una transizione verso un’Italia verde e digitale. Eppure una domanda sembra naturale: ci sarà la capacità di affrontare una simile sfida?

Il riferimento di Conte alla ripartenza dal verde e dal digitale

Le risorse economiche stanziate dall’Unione Europea sono consistenti. Ai 750 miliardi del Recovery Fund si sommano strumenti già messi in campo. All’Italia dovrebbero essere destinati 172,7 miliardi di euro, tra prestiti e somme a fondo perduto. Ed anche il nostro Paese è propenso a dare priorità al verde e al digitale.

Nella conferenza stampa organizzata per annunciare la Fase 3, Giuseppe Conte ha dichiarato che siamo di fronte a un’occasione storica: «Dovremo cogliere questa opportunità e saper spendere bene questi soldi.» E ancora: «Stiamo lavorando al piano di rinascita, al Recovery plan che poggerà su alcuni pilastri e dovrà raggiungere alcuni obiettivi come la modernizzazione del Paese, la digitalizzazione, investire sulle tecnologie della scuola. Si dovranno accompagnare le imprese a una decisa transizione verso l’economia sostenibile».

A parte l’infelice richiamo a quel “piano di rinascita democratica” che era il fulcro del progetto della loggia massonica P2, il programma verde e digitale proposto dal Governo percorre una linea che è oggi obbligatoria e necessaria. Ma rimangono aperte alcune questioni.

L’ombra di un cambio di governo

Conte assicura che un eventuale rimpasto di Governo non influirebbe sul Piano di rinascita, e quindi sugli investimenti in un’Italia verde e digitale. A fare ombra sull’esecutivo è però altro. Il futuro è incerto ma circola da mesi l’ipotesi di un governo a guida Mario Draghi. Nel sondaggio YouTrend realizzato dall’agenzia Quorum per Sky Tg24 a inizio giugno, l’ex Presidente della Bce registra una fiducia pari al 59,3%, poco al di sopra dell’attuale premier che si attesta al 57,1%.

«Proprio sulla capacità di spesa, sul progetto di Paese che sapremo realizzare si misurerà anche la forza, la credibilità non solo e tanto del governo ma del sistema Italia», ha proseguito Conte nel discorso citato. Bisogna però aggiungere che a fare leva sono continuità e stabilità. Il rischio è di avere un progetto incompleto, come le case che sono scheletri perché iniziate e mai terminate. Da non sottovalutare un altro aspetto. «Se non ci sono le riforme, ovviamente non ci saranno neppure i soldi» ha dichiarato agli inizi di giugno Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea, al quotidiano tedesco Die Welt (fonte Adnkronos).

L’Italia e quelle contraddizioni che rimangono

Si parla di futuro e si trascura il presente. Perché se nelle intenzioni c’è l’idea di un’Italia verde e digitale, nel nostro oggi si procede senza cambiamenti importanti e con alcune contraddizioni. I lavoratori dell’Ilva di Taranto, ad esempio, continuano la loro protesta: chiedono che vengano interrotte le relazioni con Accelor Mittal. Proprio mentre il Primo vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans, nel parlare del Recovery fund in un’intervista al Corriere della sera, pensa alla realtà tarantina e a come possa essere possibile una riconversione. Sul fronte inquinamento, durante l’emergenza sanitaria sono state prodotte 300mila tonnellate di rifiuti in più, e si parla solo di mascherine e guanti. Sembra quanto mai urgente, allora, rilanciare un progetto concreto di Italia verde. Quanto al problema del digitale in molti casi, è strettamente connesso a un divario sociale ed economico, come nella scuola. Basta riflettere sugli ultimi dati ISTAT relativi ai livelli di povertà. Se non si interviene sul gap sociale, il divario diventerà ancora più netto.

Se di transizione si vuole parlare, è forse meglio iniziare a pensare a ciò che non va oggi e, a partire da questo, pensare a riforme durature che prescindano dalla contingenza.

Alba Dalù

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