armi europa

La necessità di leggi che salvaguardino il diritto del cittadino a difendersi è uno dei temi caldi del nuovo Governo. Il difficile bilanciamento tra gli interessi di chi sostiene il diritto dei cittadini a possedere armi — che sia per ragioni di legittima difesa, attività sportive o semplice collezionismo — e i timori sulle conseguenze che questa liberalizzazione potrebbe avere sulla società non è di certo un problema soltanto italiano. Riguarda anche l’Europa.

In Europa, infatti, oggi più che mai, i Paesi del continente, con le loro differenti tradizioni e interessi economici, si ritrovano a dover affrontare la questione cercando di armonizzare le proprie legislazioni con il fine di garantire una maggior sicurezza e un maggior controllo in un mondo dove le frontiere diventano sempre più porose e dove i pericoli, legati anche alle nuove modalità in cui si articola il terrorismo internazionale, si moltiplicano.

L’esperienza di molti Paesi europei dimostra come non sia sistematica la correlazione tra diffusione di armi da fuoco tra la popolazione e alto numero di crimini e morti violente. Vanno tenute in considerazione, infatti, altre variabili, come il livello generale di benessere, il tasso di disoccupazione e di integrazione della popolazione. Uno sguardo alle diverse legislazioni e agli effetti che queste hanno sulla popolazione può aiutarci a comprendere quali sono gli interessi in gioco.

Qualche dato e la nuova direttiva europea

Secondo i dati riportati dal Flemish Peace Istitute, i Paesi europei con il più alto tasso di possesso di armi da fuoco sono la Finlandia (38%), la Svizzera (27%), la Norvegia (26%) e l’Islanda (24%). Altri Paesi dove le armi sono piuttosto diffuse sono la Grecia, la Svezia e il Portogallo, oltre ai paesi produttori di armi come Austria, Belgio, Germania e Italia. Meno diffuse invece in Polonia (4%), Olanda (5%) e Regno Unito (6%).

Sono generalmente più diffuse tra la popolazione anziana e nelle zone rurali. La caccia figura come motivo principale dichiarato dai possessori di armi nell’Unione seguita da motivi professionali (armi di proprietà di membri delle forze dell’ordine, militari, servizi di sicurezza).

Ma la grande diffusione di armi equivale all’alto tasso di aggressioni e morti violente?

Guardando i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità vi è una (logica) correlazione tra morti per arma da fuoco, in particolare suicidi, e diffusione delle armi. Questo però non significa necessariamente che in questi stessi Paesi ci sia un livello generale di violenza e di morti violente maggiore rispetto agli Stati che presentano legislazioni più restrittive.

Come si spiega quindi l’esigenza dell’UE di approvare la direttiva del 25 aprile 2017 sul controllo dell’acquisizione e la detenzione di armi da fuoco?

La nuova normativa deve essere considerata in una cornice politica dove è massima l’attenzione — e l’allerta — per i temi legati alla sicurezza. Il fine del quadro normativo che si vuole configurare è quello di impedire che le armi da fuoco finiscano per diventare oggetto di abuso da parte di gruppi terroristici e criminalità organizzata.

Le limitazioni imposte dalla direttiva — tra cui la più discussa è forse il divieto dell’uso civile delle armi da fuoco semiautomatiche più pericolose, che possono provocare numerose vittime e sono quindi considerate una vera e propria minaccia per la sicurezza nazionale — non sono state accolte con favore da tutti i Paesi europei che, come già detto, presentano tradizioni e interessi diversificati.

Svizzera: la neutralità «armata» e la militarizzazione dei civili

La grande diffusione di armi da fuoco in Svizzera potrebbe sembrare in contrasto con la “famosa” neutralità del Paese. Va ricordato però che, sebbene gli accordi internazionali di Vienna (1815) abbiano sancito la neutralità della Svizzera e quindi l’obbligo di astensione dalla partecipazione alle guerra tra altri Stati, i cittadini svizzeri hanno l’obbligo di sostenere la propria neutralità.

Ma neutralità non significa affatto essere disarmati nel caso della Svizzera, e infatti tutti i cittadini maschi hanno l’obbligo di prestare servizio militare. Al termine del proprio periodo di servizio ai cittadini è permesso di acquistare la propria arma di ordinanza a una tariffa vantaggiosa. Circa la metà delle armi in circolazione sono infatti ex armi di servizio anche a causa del patriottismo diffuso tra la popolazione. Possedere un’arma è visto come un atto di difesa della propria nazione.

La normativa svizzera è pero molto rigida in relazione ai requisiti che devono possedere i cittadini che vogliono comprare un’arma da fuoco. Ne sono esclusi infatti chi ha commesso un crimine violento, chi soffre di dipendenza o ha comportamenti violenti o pericolosi. Inoltre, è necessario dimostrare di sapere usare l’arma correttamente.

L’elevato numero di armi in circolazione — che comunque non possono essere trasportate cariche dai civili che le utilizzano per cacciare o per sport — ha portato ad un alto tasso di suicidi con armi da fuoco. Proprio alla luce di questo dato, la direttiva UE sul controllo delle armi, che la Svizzera è tenuta ad applicare in quanto considerata uno sviluppo delle disposizioni dell’acquis di Schengen, ha riacceso il dibattito sulla necessità di una legislazione più stringente.

La “cultura delle armi”: la caccia e il porto d’armi per uso sportivo in Islanda e Norvegia

In Islanda circa una persona su tre possiede un’arma da fuoco. Nonostante questo dato, il tasso di criminalità è tra i più bassi del mondo e i decessi a causa di ferite d’arma da fuoco sono rari. Un percorso lungo fatto di visite mediche e formazione porta i cittadini islandesi all’ottenimento della licenza per il porto d’armi e grande spazio è dato anche alle misure di sicurezza per proteggere se stessi e gli altri da un utilizzo erroneo delle stesse.

Le armi vengono utilizzate prevalentemente per fini pratici come la caccia e non per difesa personale. L’utilizzo delle armi per ferire gli altri è talmente lontano dalla cultura islandese che neanche i poliziotti le utilizzano quotidianamente (mentre sono previste per altri corpi speciali di sicurezza).

Anche in Norvegia le armi sono molto diffuse e utilizzate prevalentemente per la caccia, alla base della cultura norvegese da sempre e che coinvolge attivamente almeno il 10% della popolazione, e per alcuni sport.

La Norvegia si prepara però a inserire misure più restrittive per il possesso di alcune tipologie di armi, tra cui le armi semi-automatiche, che saranno introdotte nel 2021 a 10 anni dal massacro di Utoya, quando morirono 69 persone per mano di un estremista norvegese.

La svolta del Regno Unito

Il Regno Unito si è mosso in una direzione opposta approvando una legislazione molto restrittiva che sembra avere portato dei benefici.

L’evoluzione della legislazione sul porto d’armi nel Regno Unito è stata profondamente segnata dei tragici eventi del marzo 1996 dove un omicidio di massa in una scuola elementare ha portato alla morte di 16 bambini e un’insegnante.

Dai dati raccolti da Gunpolicy.org, un portale gestito dall’Università di Sydney che raccoglie dati su violenza armata e leggi che regolano la diffusione delle armi, nel 2012 sono stati registrati nel Regno Unito 0,22 casi di morti per ferita da arma da fuoco ogni 100mila abitanti. Questo dato relativamente basso — nello stesso periodo il dato per l’Italia è di 1,27 ogni 100mila abitanti— potrebbe però fotografare una situazione che ormai è soltanto un ricordo data l’ondata di crimini violenti che si è registrata negli ultimi anni nel Paese.

Una legislazione restrittiva non è quindi sufficiente a garantire la sicurezza per i cittadini. Può avere ovviamente degli ottimi risultati nella riduzione dei crimini ma va integrata da altri provvedimenti volti a migliorare il benessere generale della comunità.

Marcella Esposito

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Marcella Esposito
Laureata in Relazioni e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa, si interessa di governance urbana e sviluppo locale nei Paesi dell'Africa sub-sahariana, di migrazioni e questioni di genere.