Governo del cambiamento Italia Spagna

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Sono passati ormai 60 anni dall’uscita de Il Gattopardo, che ha messo nero su bianco una delle grandi leggi dell’italianità: fare di tutto pur di non cambiare nulla. E in questi giorni il tema non può che far pensare al “governo del cambiamento”, la grande rivoluzione annunciata da Movimento Cinque Stelle e Lega che fa già parlare di “Terza Repubblica” (senza che sia formalmente neanche iniziata la Seconda) ma che, per dinamiche e temi, ricorda tanto la beneamata Prima Repubblica. E mentre in Italia i dibattiti sterili si sprecano, chi cambia davvero è la Spagna.

Già da tempo gli iberici rappresentavano l’economia che cresceva più rapidamente nella zona Euro, con il 3% di crescita annua del PIL nell’ultimo triennio. E dopo il sorpasso ai danni dell’Italia nelle prospettive di crescita – la Spagna sarà il 7% più ricca del nostro paese nei prossimi cinque anni – arriva anche lo smacco dal punto di vista dell’immagine.

Sì, perché mentre in Italia nasce il “governo del cambiamento” che dice No all’Europa, ai diritti civili e ai migranti, in Spagna i conservatori di Rajoy cedono il passo ad un governo socialista, europeista e dalla forte presenza femminile.

Il nuovo governo presieduto da Pedro Sánchez, segretario del PSOE (Partido Socialista Obrero Español) conta 6 uomini e ben 11 donne, alle quali sono affidati Ministeri fondamentali come l’Economia, la Difesa, il Lavoro e la Giustizia. In particolare, fondamentale sarà il ruolo della Ministra dell’Economia Nadia Calviño, dal profilo quasi “tecnico” più che politico e con esperienze pregresse nella Commissione di Bilancio UE come braccio destro di Oettinger (sì, quello delle frasi sui mercati che ci avrebbero insegnato a votare…).

E non solo: tra gli uomini, ci sono due Ministri dichiaratamente omosessuali – Maxim Huerta alla Cultura e Fernando Grande-Marlaska all’Interno – per quello che si preannuncia come un governo certamente progressista ed egualitario, ma allo stesso tempo fedele ad alcuni capisaldi come l’appartenenza europea. Da far impallidire ministri del “governo del cambiamento” come Fontana e Savona.

Certo, la situazione spagnola non è tutta rose e fiori: il rapporto Debito/PIL è comunque vicino al 100% – in Europa fanno peggio solo Grecia, Italia e Portogallo – e il tasso di disoccupazione al 16,4% (penultima in Europa) evidenzia che le future riforme dovranno riuscire nell’intento di creare lavoro evitando una spesa pubblica che carichi di un peso eccessivo le casse statali comunque ancora fragili, nonostante la ripresa.

Politicamente poi, il governo è tutt’altro che stabile. La fiducia è stata votata da 180 parlamentari su 350, 4 in più rispetto alla maggioranza della metà + 1. E l’unica a forza parlamentare a sostenere in maniera certa l’azione di governo è proprio il PSOE di Sánchez, che dovrà quindi fare appello di volta in volta all’appoggio di Podemos e delle varie forze nazionaliste, che rischiano di essere l’ago della bilancia del nuovo governo.

Se c’è, infatti, un momento in cui Rajoy ha davvero perso il controllo del paese, molto prima della sfiducia votata il 1 giugno, è sulla questione dell’indipendenza catalana. La linea del pugno duro ha fomentato l’odio verso lo Stato centrale anche in parti di popolazione che indipendentiste non lo erano mai state; toccherà a Sánchez riannodare i fili di un rapporto, quello tra Madrid e Barcellona, ormai ai minimi storici.

Compiti non facili quindi quelli del nuovo Premier spagnolo. Che in maniera “gattopardesca”, per tornare al capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, deve fare in modo che nonostante il terremoto politico, nulla cambi e che la situazione di ripresa del paese si stabilizzi e duri a lungo.

Ed è proprio dal nome “Lampedusa” che arriviamo al più grande smacco inferto all’Italia alla Spagna: la questione dell’Aquarius, la nave carica di 629 migranti che Italia e Malta non volevano far attraccare sui propri porti e della quale si rimbalzavano la responsabilità, è stata risolta da un intervento dello stesso Sánchez che ha offerto la disponibilità del porto di Valencia per ospitare i migranti. Mentre da noi il governo del cambiamento decide di iniziare a respingere uomini, donne (anche incinte) e bambini indeboliti da anni di peregrinazione, la Spagna decide di intensificare l’accoglienza.

Certo, anche qui la Spagna non è esente da problemi e responsabilità: i flussi migratori verso il paese iberico che erano diminuiti nel 2016, sono tornati ad essere battuti da migliaia di migranti lo scorso anno, nonostante le politiche fortemente repressive attuate dal governo Rajoy. La motivazione sta nel fatto che dopo gli accordi della scorsa estate che hanno bloccato in parte la rotta Libia-Italia, tanti migranti si sono spostati in Marocco per provare ad arrivare in Spagna.

Scontri alla barriera di Ceuta e Melilla

Madrid ha inoltre due exclave in Africa, ovvero Ceuta e Melilla – situate proprio in Marocco – e la difesa di quei confini terrestri si è spesso rivelata violenta: nel 2005 una sparatoria provocò la morte di molti migranti, e anche negli ultimi anni le forze dell’ordine hanno spesso respinto con la forza ondate di uomini che cercavano di superare la barriera che separa il territorio marocchino da quello spagnolo.

La sensazione, però, è che anche sotto il punto di vista della gestione dei flussi migratori il governo Sánchez abbia deciso di dare, con l’Aquarius, un segnale che inverta la rotta tracciata dal precedente governo; un segnale che afferma la politica più solidale del nuovo esecutivo spagnolo.
Un segnale di cambiamento, insomma. Quello che ci aspettavamo in Italia dal “governo del cambiamento”, forse, sta accadendo davvero in Spagna.

Simone Martuscelli

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20 anni, nato a Piedimonte Matese (CE), studio Lettere Moderne all'università "La Sapienza" di Roma. Ho collaborato con "Lo Sport Online". A volte ho paura della vita, ma guardo Nanni Moretti e mi passa. Calvino è il mio nonno ideale, Guccini lo zio ubriacone che mi chiede come va con le ragazze.

2 COMMENTI

  1. Non so se il governo del cambiamento italiano farà bene, ho i miei dubbi, ma altrettanto vero che i governi passati di dx e sx han fatti tutti male, senza ombra di dubbio. Penso sia una questione di gente e mentalità, non tanto di ideologia politica (i paesi che funzionano bene funzionano bene indipendentemente da chi li governa).
    Questo articolo invece mi sembra figlio di una certa visione del mondo.
    “Sì, perché mentre in Italia nasce il “governo del cambiamento” che dice No all’Europa, ai diritti civili e ai migranti, in Spagna i conservatori di Rajoy cedono il passo ad un governo socialista, europeista e dalla forte presenza femminile”.
    Come se dire si all’Europa sia positivo, come se il positivismo giuridico che dice si a presunti diritti civili sia positivo, come se accogliere i migranti abbia conseguenze positive, come se un governo con una maggiore presenza femminile rappresenti un qualcosa di positivo in se. Tutte presunzioni ideologiche, tutto da dimostrare.

    • Certo che è figlio di una visione del mondo. Ed è la mia visione di un mondo aperto, in cui stare in Europa ti permette, pur con delle regole da rispettare e da poter contrattare, di far parte dell’economia più grande al mondo (quella dell’UE unita); quella in cui riconoscere diritti che spettano a tutte persone, non “presunti”, non è positivo ma addirittura naturale; quella in cui i migranti vengono accolti e inseriti pienamente nel tessuto sociale, con diritti e doveri come tutti i cittadini; quella, infine, in cui donne e uomini sono alla pari, e una maggiore presenza femminile rappresenti non un qualcosa di positivo in sé ma un bel segnale rispetto ad una tendenza maschilista generale.
      Queste non sono “presunzioni ideologiche”, ma fatti. Che possono, e devono migliorare nella loro applicazione, ma sono imprescindibili per una società che vuol cambiare in meglio, non in peggio.
      Saluti 🙂

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