Il Procuratore Nicola Gratteri
Nicola Gratteri. Fonte: agi.it

Nicola Gratteri, magistrato calabrese dal 1986 (sotto scorta dall’89) e dal 2016 procuratore generale della Repubblica di Catanzaro: colui che sarebbe potuto diventare ministro della Giustizia, essendo stato nel 2014 fortemente voluto da Matteo Renzi, e che ad oggi, ripensando a quell’opportunità sostiene di averla “scampata”. Gratteri, al mondo della politica, ha preferito continuare ad abbracciare una battaglia molto più scomoda e sicuramente più rischiosa, quella alla mafia più potente del mondo, il cui fatturato supera i quaranta miliardi annui: la ’ndrangheta

Sebbene non sia diventato ministro, Gratteri continua a comparire negli scenari politici di prim’ordine. Basti pensare alle dimissioni avanzate dal segretario nazionale dell’Unione di Centro (UdC), Lorenzo Cesa, in seguito all’Operazione Basso profilo coordinata dallo stesso Gratteri, al quale è seguito l’arresto il 21 gennaio di 48 persone e dai cui fatti il segretario del partito si è dichiarato «totalmente estraneo». I fatti risalirebbero al 2017, quando Cesa era europarlamentare, e secondo le indagini avrebbe svolto un ruolo fondamentale di mediazione fra alcuni rappresentanti del clan De Stefano-Tegano e l’assessore al Bilancio della Regione Calabria Francesco Talarico, che ai tempi era segretario regionale del partito. 

L’operazione “Basso profilo”, col quale è stato scoperto un giro d’affari che ammonterebbe a circa 250 milioni di euro, arriva tra l’altro in un momento estremamente delicato nello scenario politico italiano: in seguito alla crisi di governo innescata dall’allontanamento di Matteo Renzi dalla coalizione di maggioranza, e ufficializzata dalle dimissioni del Premier Giuseppe Conte, infatti, si è svolta un’imbarazzante corsa allo scambio di parlamentari, come fossero figurine dell’album Panini, e nella quale la stessa UdC, almeno inizialmente, sembrava poter svolgere un ruolo cruciale. 

La sfera politica non è l’unico enorme settore dove continuano a muoversi le mafie. In particolare la ’ndrangheta negli ultimi 50 anni è riuscita a svilupparsi a livello esponenziale proprio grazie alla sua capacità di modernizzarsi e adeguarsi al contesto che la circonda. 

«Le mafie cambiano ed evolvono insieme alla società. Diventano sempre più simili a noi» sostiene Gratteri, da 30 anni attivo in prima linea sul fronte che lo oppone alla mafia calabrese e di cui ha imparato ad apprendere ogni sfaccettatura, tanto da essere da tempo nel mirino di coloro che vorrebbero fargli fare la fine di Falcone e Borsellino. È una figura scomoda Nicola Gratteri, come potrebbe esserlo un sassolino in una scarpa. 

Anche perché il procuratore di Catanzaro ha capito che la ’ndrangheta ha da tempo smesso di essere “semplicemente” una mafia di pastori e sequestri di persona. È la holding criminale più grande del mondo, le cui succursali non risparmiano nessuno, e che è riuscita a crescere mentre gli occhi di tutto il mondo erano puntati sulla Sicilia e su Cosa Nostra, considerata ingenuamente per troppi anni come l’unica rappresentazione della criminalità organizzata in Italia e nel mondo. È giunto il momento di scrollarci di dosso l’immagine dell’uomo di mezza età seduto su una sontuosa poltrona nel suo studio e che, mentre accarezza un gatto grigio sulle sue gambe, ascolta le richieste di coloro che si trovano in piedi di fronte a lui. La realtà è molto diversa. È molto più subdola e più vicina a noi di quanto possiamo immaginare. 

I momenti di vulnerabilità rappresentano i piatti più ghiotti per la criminalità organizzata, e ci è voluta una pandemia mondiale e le parole di Nicola Gratteri per ricordare alle istituzioni che sono proprio i contesti di crisi a rendere ancora più efficace la strategia di esponenti della ’ndrangheta rispetto a quella di un qualsiasi politico attivo sul territorio. Perché il politico, fondamentalmente, il territorio non lo conosce. Ci si reca solo poche settimane prima delle elezioni, mentre la ’ndrangheta è in grado di fornire risposte concrete, seppur sbagliate, a chi ne ha bisogno. Non avendo la possibilità di portare a casa i pochi euro guadagnati in nero, un cittadino del Nord o Sud Italia non può che accogliere con favore l’alternativa offerta dai rappresentanti di qualche clan, proprio perché, a maggior ragione in questo periodo storico, potrebbe essere l’unica possibilità concreta che ha per far sopravvivere la propria famiglia.

Chi è quindi Nicola Gratteri? È sicuramente tra le tante cose un uomo dai grandi numeri. 

Ancora prima di approdare a Catanzaro, attraverso la procura di Reggio Calabria che presiedeva, ha portato all’arresto nel 2015 di esponenti della ’ndrangheta attraverso l’operazione “Columbus” con la quale si sono evidenziati traffici di droga fra Italia e Stati Uniti. Successivamente, nel 2018 è arrivata la maxi operazione “Stige” con 169 arresti effettuati fra Italia e Germania, sferrando in questo modo un duro colpo al clan di Ciro Marina. 

Dopo aver provveduto a centinaia di arresti distribuiti fra Svizzera, Stati Uniti, Germania e Bulgaria, Gratteri è tornato dove tutto è iniziato: in Calabria, dove si appresta a dirigere il processo “Rinascita Scott“, iniziato il 13 gennaio in seguito al maxi arresto verificatosi nel dicembre 2020 a danno dello storico clan Mancuso. È considerato il processo più importante degli ultimi trent’anni (dopo quello svolto in Sicilia negli anni ’90), e si svolgerà in un maxi bunker appositamente costruito a Lamezia Terme in ottemperanza a tutte le norme anti-covid. È un processo maestoso non solo nei numeri (vedrà coinvolti più di 300 imputati) ma anche nel suo significato: aiuta a comprendere infatti quanto la ’ndrangheta si sia estesa negli anni e non solo sfruttando l’usura, ma anche rapporti con i cosiddetti colletti bianchi appartenenti alla pubblica amministrazione.

E a chi gli chiedeva durante un’intervista a una trasmissione su La7 se gli piacesse la sua vita, Gratteri già nel 2018 rispondeva: «Non è questione di piacere, è questione di convinzione. Se tu sei convinto di fare una cosa che serve, sei disposto a qualsiasi cosa».

Giulia Esposito

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