«Vae Victis». Queste parole, tanto lapidarie quanto minacciose, sono attribuite al temibile condottiero dei Galli Senoni, Brenno, che aveva occupato e devastato Roma nel 390 a.C.
Secondo la ricostruzione dello storico Tito Livio, Brenno pronunciò il veemente e celebre dittico rivolgendosi ai romani che protestavano per l’iniquità del tributo di guerra successivo alla conquista. La bilancia per la pesatura, infatti, era stata truccata per rilevare quantità d’oro inferiori rispetto a quelle effettive. Il barbaro, con aria fiera e implacabile sguainò la spada e la aggiunse al piatto dei pesi per aggravare ulteriormente l’iniquità del calcolo e mettere a tacere ogni rimostranza con rara tracotanza. Quindi, appunto, esclamò: «guai ai vinti».
E così, con un gesto tanto simbolico quanto spietato, Brenno sancì platealmente un principio che avrebbe attraversato i secoli: la supremazia della forza sulla giustizia. “Vae Victis” non era solo una minaccia, ma una dichiarazione di potere, un monito universale che riecheggia ben oltre la vicissitudini della Roma repubblicana e ben oltre la politica. Trattasi secondo qualcuno di uno stato di natura insuperabile, di un insopprimibile destino biologico. Del resto, la storia abbonda di esempi in cui solo l’aberrante legge del più forte ha contribuito a determinare le sorti dei popoli.
L’ultimo caso in ordine di tempo si è consumato a favore di telecamere, nello studio ovale della Casa Bianca: il purtroppo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il suo vice JD Vance e un platea di cronisti accuratamente selezionati consumano un’aberrante esecuzione mediatica , ordita con premeditazione e orchestrata con perizia in ogni suo dettaglio, a danno del Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj. Una pagina della storia delle relazioni internazionali che nei metodi e nei modi suscita orrore e riprovazione, ma che suona appunto familiare.
Eppure, dal momento in cui Brenno scandì le sue caustiche e memorabili parole, il fluire della storia si è articolato anche e soprattutto in antitesi al destino e al concetto stesso dei “vinti”: basti pensare alla graduale diffusione degli ideali liberali, illuministi e poi socialisti, la nascita e la faticosa affermazione, mai davvero completata, della democrazia, dello stato sociale, del diritto internazionale fondato sulla risoluzione diplomatica delle controversie. Princìpi che in qualche modo, mai pienamente e mai per ciascuno allo stesso modo, hanno informato di sé le relazioni tra gli altrui nel mondo.
L’umiliazione e la mortificazione ingiusta e insopportabile di un uomo e di un Paese alleato in guerra, la propaganda e le menzogne, il lessico pokerista, spietato, minaccioso e poco stratificato, la riduzione all’aritmetica della sofferenza e dei tormenti di milioni di persone, il ricatto per qualcosa di simile al “tributo di guerra” di cui sopra, la superbia del padrone. Tutto questo ci catapulta indietro, al 390 a.C. Ci costringe a ritenere dissipato e perduto un patrimonio accumulato con lentezza e fatica, quello della progressiva affermazione del diritto della legge sulla barbarie della forza.
Quella che Jürgen Habermas definiva “rifeudalizzazione della sfera pubblica” si manifesta con protervia sotto i nostri occhi: un nuovo e pervasivo potere economico-mediatico si afferma attraverso nuove forme di dominio limitando la partecipazione democratica e rafforzando l’arbitrio di sé stesso. Oramai, neppure si premura di celarsi e di dissimulare le proprie ambizioni, la propria ripugnante sostanza. È la nuova e antica arroganza “legibus solutus” dei Doge e dei Duce.
Il diritto del più forte. Rieccolo, prima carsico ora irradiato dai media di tutto il globo: bieco, misero e banale, ma terribilmente rivoluzionario, perché in procinto di corrodere le imperfette ma preziose regole di convivenza della nostra civiltà.
Secondo una delle possibili ricostruzioni storiche della vicenda, nel 390 a.C il generale Marco Furio Camillo, che era stato nominato dittatore in assenza del Senato, accorse con un esercito in soccorso dei Romani che stavano per pagare il riscatto. «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria», dichiarò rivolgendosi a Brenno con altrettanta fierezza. Roma non avrebbe mai comprato la sua libertà con l’oro, bensì con le armi. Oggi come pensiamo di riscattare la nostra?
Luigi Iannone















































