Referendum 8 e 9 giugno

In occasione del referendum popolare abrogativo dell’8 e 9 giugno la cittadinanza sarà chiamata ad esprimersi su 5 quesiti referendari, di cui quattro relativi all’abrogazione di alcune norme attinenti alla tutela dei lavoratori e delle lavoratrici (tre di queste furono introdotte con il Jobs Act del governo Renzi) e uno relativo all’abbassamento del numero di anni in cui è obbligatorio risiedere in Italia ai fini dell’acquisizione della cittadinanza italiana, passando dagli attuali dieci anni a cinque. 

Forse, in epoca meloniana, questa sarà una delle poche occasioni in cui può arrivare anche a chi ci governa un segnale importante da parte della popolazione che non si sente “sorella d’Italia”.

I referendum e il conflitto sociale

La maggior parte dei temi oggetto del referendum sono quelli cari a certa sinistra, specialmente a quella che ancora emana un sentore di marxismo, anche se vago. Un quesito riguarda infatti il dimezzamento dei tempi di residenza per la cittadinanza, ma gli altri 4 riguardano esplicitamente le relazioni sul lavoro: il contratto di lavoro a tutele crescente e i licenziamenti illegittimi, i licenziamenti e l’indennità nelle piccole imprese, la durata e le condizioni di proroga e rinnovo del contratto di lavoro subordinato, e l’esclusione della responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore.

Lo storico e divulgatore Alessandro Barbero, in un lungo intervento all’evento di promozione del referendum organizzato dalla CGIL, ha sostenuto l’importanza di andare al voto – e, possibilmente, di vincere il referendum – facendo riferimento alle lotte per i diritti dei lavoratori, conquistati spesso con il candore della violenza proletaria, mossa da alti principi e perciò nobile.

Il conflitto sociale rimane una costante, nonostante cambino gli obiettivi della lotta e le sue modalità durante le varie fasi della storia umana: forse oggi ci dovremmo preoccupare di conservare i diritti acquisiti e non darli per scontati. La partecipazione popolare in un’occasione come il referendum alle decisioni prese in Parlamento non è l’unica forma di lotta ma è certamente tra le più importanti, ed è un diritto.

L’astensionismo e la propaganda

Non solo: andare a votare ai prossimi referendum è un dovere civile, quale che sia il proprio pensiero in merito ai quesiti posti. Eppure, considerati i risultati delle elezioni amministrative ed europee è facile immaginare che la cittadinanza, l’8 e il 9 giugno, non andrà alle urne. Non si tratta di essere pessimisti, ma di osservare le cose con un certo realismo.

L’astensionismo è stato in questi anni una spia, un grido d’allarme troppo a lungo inascoltato: la mancata partecipazione popolare è il segnale di un disinteresse profondo, che preannuncia la morte delle democrazie: si perde il senso più alto e viscerale di questo sistema, quello di essere parte attiva di una società in cui tutti e tutte contano, in cui ogni voce viene ascoltata e accolta. Se è vero che non si possono cambiare le cause dell’astensionismo, da ricercare nell’abuso di potere istituzionale e in anni di malgoverno, certamente si può levare più alta la voce popolare, con ogni modalità possibile. 

Se lo scenario è questo, cosa succede quando la seconda carica dello Stato invita all’astensionismo? Il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, interrogato sulla sua opinione in merito al referendum, avrebbe risposto che avrebbe fatto propaganda per l’astensionismo. Naturalmente in questi casi si crea un cortocircuito, una contraddizione difficile da sciogliere senza supporre che dietro le parole di La Russa vi sia un obiettivo, quello della vittoria del no, che la destra intende perseguire attraverso ogni mezzo possibile, anche se questo vuol dire annullare i quesiti referendari per mancanza di raggiungimento del quorum.

Impossibile non leggere in questo espediente poco leale (usato spesso anche a sinistra, a titolo di esempio basti pensare alle parole di Giorgio Napolitano nel 2016) uno dei tanti modi in cui l’estrema destra al governo fa mostra della propria matrice populista e, in definitiva, fascista. Fascista è chi il fascista fa si legge sulla copertina di Istruzioni per diventare fascisti della compianta Michela Murgia, una locuzione che oggi più che mai risulta attuale: il fascismo dell’ultradestra meloniana non marcia su Roma, ma opera in modo più subdolo, accettando le istituzioni ma svuotandole della loro funzione democratica, sulla scia di un processo avviato già da qualche decina d’anni da partiti di vario orientamento politico. 

Quindi, per i referendum dell’8 e il 9 giugno è necessario andare a votare, possibilmente con 5 sì. Non solo per l’importanza dei quesiti proposti e per proteggere la nostra democrazia, ma anche per una forma di decenza.

Giulia Imbimbo

Giulia Imbimbo
Nata a Napoli a ridosso del nuovo millennio, sono una studentessa di Lettere Moderne, divoratrice di album e libri. Credo nella capacità della cultura umanistica e dell'espressione artistica di rifondare i valori della società contemporanea.

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