putin russia
Fonte: https://it.sputniknews.com

Dalla Libia al Medio Oriente, negli ultimi anni la Russia sta tentando di recuperare, con ambizione e spregiudicatezza, quel ruolo di leader mondiale da cui per troppo tempo è sembrata costretta ad abdicare. Gli sforzi del presidente Putin in tal senso sono stati diversi: pugno di ferro all’interno e recupero del prestigio all’estero sono state le parole d’ordine di un dominio ventennale sulla scena politica russa che però, nel 2024, sembra destinato a terminare a causa delle stringenti disposizioni della Costituzione.

Putin e il monopolio del potere in Russia

Putin è al suo quarto mandato da presidente della Russia: i precedenti tre li ha svolti, a partire dal 2000, in due tranches non consecutive. Infatti, la Carta fondamentale russa prevede soltanto due periodi presidenziali di seguito per lo stesso eletto: tra il 2008 e il 2012, non a caso, fu Dimitri Medvedev a raccogliere lo scettro presidenziale dalle mani del suo mentore, che nel frattempo approdò alla carica apparentemente minore di Primo Ministro.

In realtà, sia in Russia che nella comunità internazionale fu subito chiaro che si trattava di un’escamotage per consentire allo stesso Putin di aggirare la norma costituzionale che impediva il terzo mandato consecutivo da Presidente, muovendo in contemporanea ancora dal di dentro le fila del Paese e servendosi di Medvedev come paravento.

Ritornato al Cremlino nel 2012, Putin ha quindi avuto il via libera per altri dodici anni al potere (complice anche una riforma costituzionale che ha aumentato a sei gli anni di carica del presidente), dando il via alla “fase due” del suo progetto politico: la “restaurazione imperiale” della Russia. Senza sconfiggere peraltro il cancro della corruzione e della diseguaglianza sociale, Putin ha cercato di dare al Paese un’apparente scossa modernizzante. Rafforzandone l’immagine all’estero, ha tentato allo stesso tempo di annullare la spinta dell’opposizione interna, condannandone alla semiclandestinità o direttamente alla prigione le personalità più rilevanti.

Oggi che dunque la Russia appare impegnata su più scenari (forse anche oltre le proprie oggettive possibilità e capacità di controllo), per Vladimir Putin si ripresenta però “il dilemma del potere”: il limite dei due mandati consecutivi è stato nuovamente raggiunto, perciò come fare per continuare a governare il Paese, mantenendo allo stesso tempo una credibilità nazionale e internazionale, evitando che la permanenza in carica o comunque in un ruolo politico di spicco somigli all’ennesimo stravolgimento dei già fragili equilibri costituzionali della Russia e alla certificazione di un regime quasi dittatoriale?

Il problema non è di poco conto, perché il gioco degli scacchi che prevede la rimozione a piacimento della pedina Medvedev da questa o da quella carica, a seconda delle necessità del leader autoritario, è ormai conosciuto. Inutile, per Putin, rischiare di perdere una parte considerevole dell’ancora ottima popolarità di cui gode abusando di una pratica che obiettivamente si prende gioco dei meccanismi costituzionali, gestendo le cariche istituzionali come se fossero di esclusiva proprietà sua e dei suoi vassalli politici.

Del resto, su molti di questi vassalli non si può fare nemmeno più particolare affidamento: a cominciare dallo stesso Medvedev, cui pare che l’opinione pubblica imputi buona parte della decadenza interna del fragile sistema russo, sembra che l’immagine dei più noti ausiliari di Putin sia ormai particolarmente consunta e rovinata. Lo scambio delle poltrone, nella prossima consultazione elettorale del 2024, sarebbe stato a rischio anche per questo motivo.

La riforma costituzionale e i giochi di potere

In tale contesto, due settimane fa, con una mossa che ha colto molti di sorpresa, Medvedev e il resto del governo in carica si sono dimessi. Il Primo Ministro è stato sostituito da Putin con un oscuro burocrate sconosciuto ai più, Mikhail Mishustin. Nell’ottica del presidente, questo personaggio dovrebbe consentirgli di mandare in porto un progetto più ambizioso, che coronerebbe la sua lunghissima stagione politica: la riforma della Costituzione, in particolare nella parte dedicata al bilanciamento dei poteri dello Stato. A quanto pare, Medvedev si sarebbe dimesso proprio perché, a suo dire, non era stato informato sulla riforma.

Diciamo la verità: a un primo sguardo, non appare chiarissimo come Putin potrebbe ricavare ulteriore potere da una modifica della Carta che prevederebbe l’imposizione di un limite tassativo di due mandati presidenziali (all’americana, per intendersi) e trasferirebbe al Parlamento la nomina del governo, sottraendola al presidente. Sembra più una riforma, quella che da mesi è molto dibattuta in Russia, che intende far virare il sistema politico verso una caratterizzazione parlamentare, abbandonando in parte la forma semipresidenziale attuale.

Cosa ricaverebbe Putin da un nuovo status quo in cui non potrebbe, a conti fatti, ricandidarsi come presidente nel 2024? Una possibile risposta si nasconde tra le pieghe della riforma e porta il nome di un organo, il Consiglio di Stato. Questa entità già esiste oggi, ma non pare particolarmente rilevante sullo scacchiere costituzionale, anzi: sembra più un organo consultivo, che in fin dei conti non ha alcun peso decisionale effettivo. Ebbene, con la riforma costituzionale Putin non intenderebbe soltanto rafforzare i poteri del Parlamento e rendere più forti i suoi legami col governo, ma si prefisserebbe anche l’aumento della rilevanza del Consiglio di Stato, che acquisterebbe più potere.

In questo modo, con tanti saluti a un presidente depotenziato e a un Primo Ministro sotto il controllo del legislativo (che vedrebbe sempre una maggioranza filoputiniana), sarebbe il vertice del Consiglio ad assumere una nuova e preponderante dimensione. Sarebbe questa, dunque, la carica cui punterebbe Putin a partire dal 2024. E la giostra per attuare questo complicato disegno è già in moto. Come riferisce la BBC, infatti, gli uomini del presidente sarebbero già al lavoro, dentro e fuori dal Parlamento, per rendere al più presto realtà la riforma di Putin. Sono stati discussi a fine gennaio i primi emendamenti alla Costituzione e tutto sta avvenendo così velocemente che in pochi, dentro e fuori la Russia, sembra che abbiano piena consapevolezza.

In effetti, l’opinione pubblica interna non sembra nemmeno molto interessata alla svolta, ignorando per lo più sia i presupposti che i fini della riforma. All’estero, invece, passato il disorientamento per il cambio della guardia al vertice del Governo (con Medvedev che comunque è stato sapientemente piazzato a ricoprire la carica di vice nel Consiglio di sicurezza presidenziale), non sono molti gli analisti che si pongono il problema del cambio costituzionale in Russia.

Eppure, la questione appare decisiva per diversi motivi: Mosca ormai fa credere al mondo di essere in grado di influire a pieno titolo nel gioco geopolitico; si è impegnata in Siria e nel nord Africa e sta estendendo un nuovo controllo sull’Asia centrale, fonte inesauribile di idrocarburi, foraggiando una rete di personaggi di potere decisamente poco puliti, quando non criminali. Questa è da anni la realpolitik di Putin, che continuerebbe senz’altro, solo più mascherata, con la riforma costituzionale: questa darebbe l’impressione superficiale che la Russia non continui a essere sottoposta a un potere dispotico, arbitrario e spiccatamente autoreferenziale, com’è quello che decide da solo, alla scadenza di un mandato istituzionale, come perpetuarsi.

Ludovico Maremonti

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