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Foto Roberto Monaldo, LaPresse

Il Premier Giuseppe Conte, per la prima volta nel suo mandato, assume consistenza e personalità politica: con il discorso del 3 giugno, si pone come figura di raccordo e sintesi e rivendica indipendenza e terzietà, mentre tenta di tamponare le spinte centrifughe del governo che guida, nonostante Salvini e Di Maio. Non vuole però vivacchiare: chiede innanzitutto ai due Vice-Premier collaborazione e volontà nella prosecuzione dell’esperienza dell’esecutivo. Non tiene conto, però, della sostanza: nei fatti il governo è già imploso.

Parla Conte: cronaca di un discorso annunciato

La Sala dei Galeoni è gremita di analisti e osservatori politici e l’attesa, trascorse le 18 e 15, si fa febbrile e l’atmosfera elettrica: il Presidente del Consiglio Conte tiene una conferenza stampa che sa di “discorso alla nazione“, per «dire alcune cose importanti agli italiani».

Ci si è abituati a conoscere il Premier del “Governo del Cambiamento” come figura mite, dimessa e decorativa, mai al centro del dibattito politico, addirittura ostaggio o fantoccio nelle mani di due animali politici, i Vice-Premier Salvini e di Maio: un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Dunque l’iniziativa di “prendere la parola” ed esprimere, verosimilmente, una posizione netta circa la prosecuzione dell’esecutivo, è già di per sé un fatto politicamente e mediaticamente rilevante, che ha attratto una notevole attenzione.

Vincenzo PINTO / AFP

Giuseppe Conte fa il suo morigerato ingresso in sala, e con fierezza snocciola e rivendica i risultati della “fase uno” del governo da lui presieduto: reddito di cittadinanza, quota cento, decreto dignità, decreto spazza-corrotti, misure su immigrazione irregolare e sicurezza. Nega lo stallo del governo successivo al trionfo di Salvini e al tracollo di Di Maio alle Elezioni Europee. Ribadisce il suo ruolo: garante del “contratto con gli italiani” e cerniera della sintesi politica tra Lega e M5S. Insomma, il solito Conte, un po’ verboso e impacciato, che non può esprimersi in assenza di un capitale elettorale, pompiere per vocazione e necessità. E invece…

…ma inatteso: il bersaglio sono Salvini e Di Maio

Quando si tratta di illustrare la “fase due” dell’esecutivo, che prevede l’approvazione di nuove misure e riforme nonché il monitoraggio e l’attuazione di ciò che è stato già adottato, Conte detta la linea con personalità: privo di forza politica, si ammanta di forza istituzionale citando l’articolo 95 della Costituzione e sottolineando il rapporto di fiducia con il Presidente Mattarella, per rimarcare la propria terzietà, indipendenza, e qualificarsi come garante della stabilità dinnanzi al paese. Per proseguire l’esperienza del governo, sostiene, saranno necessarie visione, coraggio e tempo, ma soprattutto intenti chiari.

Quindi Conte parte all’attacco di Salvini, soprattutto, ma anche di Di Maio: del primo critica le invasioni di campo in materie di competenza lontane dal Ministero degli Interni così come la preponderanza e la logorrea mediatica, dal secondo, e dai Cinque Stelle, ostenta distacco. Di entrambi critica aspramente il gioco alla delegittimazione reciproca, le provocazioni, i politicismi e la logica elettoralistica. Auspica, fiducioso, “leale collaborazione”, passate le turbolenze degli appuntamenti con il voto, i quali avrebbero mandato i contendenti in super-eccitazione inficiando la coesione della maggioranza.

ANSA/ETTORE FERRARI

Ma non vuole accontentarsi delle formalità: richiede perentoriamente ai Vice-Premier una dichiarazione chiara, non equivoca e anche celere, della volontà di proseguire, e una concreta attuazione di quest’ultima. Altrimenti, sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni: di vivacchiare e galleggiare non se ne parla.

Il governo Conte è già imploso

Se il tentativo di forza di Conte è indubbiamente onorevole, dignitoso e politicamente sapido, non può prescindere dalla realtà dei fatti e dalle logiche della politica: il governo sta già implodendo. Da un punto di vista meramente programmatico, gran parte dei punti cardine della futura azione esecutiva è irrealizzabile: grandi opere (con il caso TAV), riforma della giustizia (con il conflitto di interessi), riforma fiscale (con la “flat tax“), sblocca-cantieri, autonomie regionali e legge di bilancio, rappresentano proprio i principali nodi del conflitto tra Lega e M5S, che si fa sempre più serrato per evidenti divergenze politiche.

I nuovi rapporti di forza successivi alle Elezioni Europee esacerbano questa incompatibilità: incassato il 34% dei consensi, Salvini rivendica con spregiudicatezza la sua egemonia sull’esecutivo, che nei fatti già esercita. Mentre Di Maio, in posizione difensiva per via della batosta elettorale, è costretto a differenziarsi e a farsi più intollerante dello strapotere leghista. Probabilmente entrambi cercano il casus belli per tornare alle urne e/o mettere fine ad una convivenza ormai scomoda per entrambi: il primo è impaziente di incassare preziosi dividendi elettorali, il secondo sta tentando di ricostruire il consenso perduto, impaziente di liberarsi dall’abbraccio mortale dell’ingombrante alleato.

foto da www.lindro.it

Le dichiarazioni di Salvini e Di Maio in risposta all’appello di Conte sono arrivate precipitosamente, ma tradiscono esplicita o implicita inconciliabilità. Il leader della Lega a parole ribadisce il sostegno, ma a condizione che si prosegua con “L’Italia dei sì”, ossia realizzando i punti del suo programma politico più indigesti al Movimento, ben consapevole di spingere sui punti di frizione più delicati: deve essere Governo Salvini, in un modo o nell’altro. Il portavoce dei Cinque Stelle, dal canto suo, replica caloroso e conciliante al Presidente del Consiglio, ma riserva stoccate all’alleato sugli attacchi contro ministri ed esponenti grillini e frena riguardo ai “temi divisivi” e fuori dalla cornice del contratto di governo.

Per chi suona la campanella

E tuttavia, non fosse per la scure della manovra economica d’autunno, entrambi i Vice-Premier sarebbero anche ben disposti allo status quo ancora per diverso tempo: Salvini per gonfiare ulteriormente i consensi, Di Maio per tentare di recuperarli in vista di prossime elezioni.

Dinnanzi a tali condizioni condizioni, a sorpresa, potrebbe essere proprio Conte a congedarsi: egli, privo di retroterra elettorale e politico, ha preteso parole univoche e chiare, accompagnate dai fatti, per proseguire l’esperienza del governo. È proprio ciò che latita e, prima o poi, dovrà coerentemente trarne le conclusioni.

Ironicamente, la Sala dei Galeoni dalla quale Conte è intervenuto, è anche quella tradizionalmente deputata alla famosa “consegna della campanella”, il rito di passaggio del testimone dal Presidente del Consiglio in carica al suo successore: se per il Governo del Cambiamento non è ancora “suonata la campanella”, sembra difficile immaginarne un avvenire lungo e prospero.

Luigi Iannone

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